di Paolo Zanotto
L’origine cabalistica dei dogmi cristiani
Tutto ciò suggerisce una stringente connessione fra Gesù e gli ambienti proto-cabalistici dell’esoterismo ebraico. In un’opera originariamente pubblicata nel 1897 a Livorno per i tipi dell’editore Salomone Belforte, il rabbino e cabbalista Elia Benamozegh avanzò la teoria secondo cui i principali dogmi cristiani, come quello della Trinità e l’incarnazione divina, fossero reinterpretazioni, seppur parzialmente alterate, di concetti esoterici già ben radicati nella Qabbalah[1].
L’Albero sefirotico, con le sue dieci emanazioni divine (Sefirot), costituisce una teologia dell’immanenza che, lungi dal rivelarsi opposta all’idea cristiana di un Dio incarnato, ne costituisce piuttosto la premessa. Così, la nozione trinitaria può essere riletta attraverso le triadi superiori del Kether–Hokhmah–Binah (Volontà, Sapienza, Intelligenza), mentre il mistero del Verbo incarnato trova un’eco nella Shekhinah, presenza divina che dimora nel mondo. Il concetto stesso di “redenzione”, inteso nella Qabbalah lurianica come reintegrazione delle scintille divine disperse nel cosmo (tzimtzum e tiqqun), prefigura la funzione salvifica del Cristo come restauratore dell’unità perduta. Secondo Benamozegh, ad esempio, il dogma della Trinità intesa come Padre, Figlio e Spirito Santo «ha origine nell’ebraismo, soprattutto nell’ebraismo cabbalistico»[2]. Tale concetto potrebbe essere visto come una comprensione “esteriorizzata” e semplificata delle speculazioni cabbalistiche sull’Infinito divino (Ein Sof) e sugli attributi o emanazioni divine (Sefirot). Questo genere di pensiero esoterico si radicherebbe in un’unità complessa, non frammentata, che il Cristianesimo avrebbe poi strutturato dogmaticamente in modo peculiare. Il Benamozegh, fra l’altro, illustra l’origine esseno-cabalistica del Cristianesimo[3]; l’esoterismo in esso presente[4]; la corrispondenza cabalistica di concetti come la Trinità[5]; lo Spirito Santo con i suoi caratteri peculiari[6]; le Persone[7]; il Verbo e i suoi modelli cabalistici[8].
Ad avviso di chi scrive, non si tratta tanto di affermare una derivazione cabalistica del Cristianesimo in quanto tale, ma piuttosto di riconoscere una comune eredità sapienziale – semitica, simbolica, mistica – che affonda le proprie radici in una tradizione più antica e pre-giudaica, trasmessa attraverso le iniziazioni sacerdotali, profetiche e sapienziali del Medio Oriente antico.
Il Cristo “terapeuta”
Tornando al cuore di questo scritto, in più punti del Nuovo Testamento Gesù viene presentato come colui che guarisce: non soltanto da malattie fisiche, ma da possessioni, paralisi dell’anima, peccato, cecità interiore. “Cristo Taumaturgo” è un’espressione che si riferisce a Gesù, identificandolo come “operatore di miracoli”. Il termine “taumaturgo”, infatti, deriva dal greco thaumaturgós (θαυματουργός), che significa appunto “operatore di meraviglie” o “miracoloso”. “Cristo Taumaturgo”, pertanto, è un titolo che celebra Gesù come il Messia capace di realizzare prodigi e guarigioni miracolose, sottolineandone il potere soprannaturale. Gesù, in effetti, ha guarito i malati, gli storpi, i ciechi, i muti, i sordi e le persone possedute dal demonio, al punto che taluni autori si sono spinti a parlarne nei termini di un “mago”[9]. Il benedettino tedesco Anselm Grün, a sua volta, ha spiegato come Gesù abbia guarito, tentando d’interpretare quale fosse il suo modo straordinario per risolvere i conflitti e ripristinare l’unità interiore dell’uomo. Tuttavia, avverte il monaco dell’abbazia di Münsterschwarzach, Gesù non era semplicemente un mago, in quanto la guarigione interiore richiede sempre un cammino spirituale[10].
Questo aspetto terapeutico del ministero cristico richiama la figura dei già citati Therapeutae, descritti da Filone d’Alessandria nel De vita contemplativa. I Vangeli canonici non specificano la località egizia in cui si rifugiò la Sacra Famiglia durante la fuga dalla “strage degli innocenti”. Il Vangelo secondo Matteo si limita a riferire che Giuseppe, Maria e Gesù si ritirarono in Egitto, senza indicare un luogo preciso, soggiornandovi fino all’avvenuta morte di Erode[11]. Il Vangelo dello Pseudo-Matteo e il Vangelo dell’infanzia arabo siriaco (entrambi apocrifi) offrono racconti vividi, seppur leggendari, della permanenza di Gesù in Egitto[12]. Non sussistono dunque prove storiche solide che la Sacra Famiglia, durante la propria fuga in Egitto, abbia interagito in qualche maniera con la comunità dei Terapeuti. Non si può neppure escludere a priori, d’altra parte, una simile possibilità. Si trattava, come noto, di una comunità ascetica insediata nei pressi del lago Mareotis, composta da uomini e donne dediti alla preghiera, al digiuno, al canto sacro, alla lectio divina e alla guarigione spirituale. Tale contesto non è affatto estraneo alla predicazione di Gesù. Egli guarisce toccando, imponendo le mani, pronunciando parole cariche di potenza (dýnamis), agendo come un ierofante, ovvero come un maestro spirituale che opera una rettificazione dell’interiorità. Non a caso, secondo Origene, il Vangelo stesso è una “medicina dell’anima”[13].
Considerazioni conclusive: la Chiesa come nosocomio spirituale
La teologia orientale – a differenza di quella scolastica occidentale – ha sempre mantenuto questa dimensione terapeutica: il peccato non è tanto un’offesa giuridica a Dio, quanto una malattia dell’essere, e la salvezza consiste nella théōsis, ovvero nella divinizzazione progressiva dell’uomo. Questa impostazione ha trovato la sua più compiuta espressione nella teologia ortodossa, in particolare nei Padri cappadoci (Basilio il Grande, Gregorio di Nissa, Gregorio Nazianzeno) e negli asceti dell’Esicasmo. Il grande teologo ortodosso contemporaneo Giovanni S. Romanidis ha ribadito, in numerosi saggi, che la teologia non è una speculazione filosofica, bensì una scienza empirica fondata sulla guarigione dell’anima. Per il Romanidis, la vera Chiesa è di fatto un “nosocomio”, un ospedale spirituale dove il cristiano riceve una terapia basata su “preghiera continua” o noerá proseuchḗ (νοερά προσευχή), confessione, ascesi e sacramenti. In questa luce, la Chiesa Ortodossa ha conservato – nonostante l’incomprensione moderna – la struttura terapeutica del Cristianesimo primitivo, trascurata per contro in Occidente a causa della scolasticizzazione medioevale e della successiva razionalizzazione protestante.
Il Grande Scisma del 1054 ha segnato una frattura epistemologica prima ancora che ecclesiale. Mentre l’Oriente conservava la visione del Cristianesimo come via di metánoia, cioè di mutamento ontologico e partecipazione alla vita divina, l’Occidente cristiano riduceva progressivamente la religione a una dottrina giuridico-morale. La teologia scolastica ha subordinato la salvezza ad un ordine giuridico, in cui Dio viene concepito come legislatore e giudice, anziché come medico e guaritore. Dal canto suo il Protestantesimo, rifiutando i sacramenti e la mediazione ecclesiale, ha ulteriormente accentuato la frattura tra Dio e l’uomo, privando il Cristianesimo di qualsiasi struttura iniziatica e terapeutica. In siffatto contesto, la Chiesa ortodossa rappresenta l’unico custode vivente di una tradizione ancora operativa, in cui la liturgia è via di trasformazione, l’esicasmo è metodo ascetico, e la dottrina è strumento di guarigione.
Riconoscere nel Cristianesimo una via iniziatica rivelata significa recuperare la sua natura di percorso spirituale completo, destinato alla trasfigurazione dell’essere umano nella luce taborica. Gesù, Esseno o no, ha inaugurato un metodo di reintegrazione ontologica dell’uomo, di cui i dogmi, i riti e le pratiche non sono che la forma simbolica e liturgica. La teologia orientale, per quanto oggi in parte dimenticata, custodisce tale scienza spirituale con rigore e sobrietà. In essa, il Cristo rimane il therapeutḗs (θεραπευτής) per eccellenza, colui che non soltanto salva, ma guarisce, deifica e infine conduce al compimento ultimo dell’uomo: la partecipazione all’Essere divino.
(FINE)
[1] Cfr. Élie Benamozegh, La Kabbale et l’origine des dogmes chrétiens, Paris, Éditions In Press, 2010 [1ª edizione: De l’origine des dogmes chrétiens, Livourne, S. Belforte et C.ie, 1897], trad. it. L’origine dei dogmi cristiani, A cura di Marco Cassuto Morselli, Bologna, Centro editoriale dehoniano, 2019 [1ª edizione: Genova, Casa Editrice Marietti, 2002].
[2] Ivi, p. 129.
[3] Ivi, Parte prima, Capp. II-IV, pp. 21-72.
[4] Ivi, Parte prima, Cap. VII, pp. 95-110.
[5] Ivi, Parte seconda, Cap. I, pp. 127-140.
[6] Ivi, Parte seconda, Cap. II, pp. 141-176.
[7] Ivi, Parte seconda, Cap. V, pp. 195-203.
[8] Ivi, Parte seconda, Cap. VI, pp. 205-219.
[9] Cfr. Morton Smith, Jesus the Magician, New York, Barnes & Noble Books, 1993 [1ª edizione: New York, Harper & Row, 1978], trad. it. Gesù: Messia o Mago? Indagine sulla vera natura del Nazareno, Roma, Gremese Editore, 2006 [1ª edizione: Gesù mago. Un ritratto di Gesù che duemila anni di censure e polemiche non sono riusciti a cancellare, Roma, Gremese Editore, 1990].
[10] Cfr. Anselm Grün, Jesus als Therapeut. Die heilende Kraft der Gleichnisse, Schwarzach am Main, Vier-Türme-Verlag, 2018 [1ª edizione: 2011], trad. it. Gesù il terapeuta. La forza risanante delle parabole, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni San Paolo, 2012.
[11] «Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio»: Mt, 2, 13-15 (corsivo originale).
[12] Cfr. I Vangeli apocrifi, A cura di Marcello Craveri, Con un saggio di Geno Pampaloni, Torino, Giulio Einaudi editore, 1990 [1ª edizione: 1969], pp. 63-148.
[13] Cfr. Origene, Contra Celsum, VI, 43.




