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UCRAINA, CHIUDERE UNA GUERRA PERSA

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In attesa di capire che la guerra è persa, Zelensky ha perso la faccia.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha, infatti, firmato un decreto per il ritiro dell’Ucraina dalla convenzione internazionale sulla messa al bando delle mine anti-uomo.

“Decido di attuare la decisione del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina del 29 giugno 2025 sul ritiro dell’Ucraina dalla Convenzione sul divieto dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e del trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione del 18 settembre 1997”, si legge nel decreto presidenziale.

L’ideona è che poiché le mine le usano i russi le userà anche l’Ucraina, ossia se la Russia si comporta da nazista, il nazista lo faccio anch’io. Bella logica da eroe dell’Occidente.

Zelensky morte teschio

Che la guerra sia persa lo dice la realtà, al di là delle fanfaronate anglo francesi, dei Volonterosi e di Kaja Kallas.

Le forze di Mosca hanno conquistato integralmente il Luhansk, una delle quattro regioni che la Russia ha illegalmente annesso in Ucraina nel settembre 2022.

Lo ha dichiarato Leonid Pasechnik, capo nominato da Mosca della Repubblica Popolare di Luhansk. Se confermato, ciò renderebbe Luhansk la prima regione ucraina ad essere completamente occupata dalla Russia dopo oltre tre anni di guerra. Non c’è stato alcun commento da parte di Kiev.

Un segnale preciso viene dagli Stati Uniti, i quali hanno interrotto alcune consegne di armi all’Ucraina, compresi i missili antiaerei. 

Lo ha dichiarato la Casa Bianca confermando notizie di stampa e dicendosi preoccupata per la diminuzione delle proprie scorte di munizioni. “Questa decisione è stata presa per mettere al primo posto gli interessi americani, a seguito di una revisione da parte del Dipartimento della Difesa dell’assistenza militare fornita dal nostro Paese ad altri Paesi in tutto il mondo”, ha dichiarato la vice portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly. “La potenza delle Forze Armate degli Stati Uniti rimane indiscussa: basta chiedere all’Iran”, ha detto Kelly, riferendosi ai recenti bombardamenti e attacchi missilistici statunitensi contro gli impianti nucleari della repubblica islamica.

La riduzione degli aiuti militari potrebbe rappresentare una pressione sul Kiev per un’accelerazione dei colloqui di pace in stallo.

La versione data a Politico da un funzionario statunitense in condizione di anonimato è che un’indagine del Pentagono ha stabilito che le scorte di alcune munizioni precedentemente promesse erano diventate troppo basse e che alcune spedizioni in sospeso non sarebbero state inviate. Politico e altri media statunitensi hanno riferito che tra i materiali trattenuti figurano missili per i sistemi di difesa aerea Patriot, artiglieria di precisione e missili Hellfire. 

Nel frattempo le forze russe potrebbero puntare presto verso Sumy, il capoluogo dell’omonima regione del nord ucraino, dove Mosca ha detto di volere realizzare una “fascia di sicurezza” a protezione di quella russa di Kursk, già parzialmente invasa lo scorso anno dalle truppe di Kiev.

L’occupazione di Sumy e delle aeree circostanti potrebbe anche servire come merce di scambio territoriale in un’eventuale trattativa. Mosca, in quest’area, inverte la logica di Zelensky che aveva occupato una porzione di territorio russo nell’oblast di Kursk.

Il Wall Street Journal scrive che 50.000 soldati russi sono stati schierati a non più di 19 chilometri dalla città, che una decina di giorni fa Vladimir Putin non aveva escluso di potere attaccare.

Le forze russe nella regione sarebbero in proporzione di tre a uno rispetto ai difensori ucraini, precisa il Wsj. Dieci giorni fa, parlando al Forum economico di San Pietroburgo davanti a una platea internazionale, il presidente russo aveva ribadito di volere creare una fascia di sicurezza in territorio ucraino con una profondità “tra i 10 e i 12 chilometri”. “Più in là c’è Sumy, il capoluogo regionale – aveva aggiunto Putin -.
Non abbiamo questo obiettivo, di conquistare Sumy, ma in principio non lo escludo”.
L’esercito di Mosca avrebbe poi anche messo piede nella regione di Dnipropetrovsk, a sud est, con la conquista del primo villaggio, quello di Dachne, probabilmente, anche in questo caso, di avere territori da scambiare al tavolo delle trattative.

Un analista russo, secondo quanto riporta la Tass, afferma che le forze russe hanno occupato a giugno 13 insediamenti nella Repubblica Popolare di Donetsk e nelle regioni di Sumy e Kharkov.

Secondo l’analista, gli insediamenti liberati sono Alekseyevka, Andreyevka, Vodolagi, Kondratovka, Yablonovka e Novonikolayevka nella regione di Sumy; Moskovka, Dolgenkoye, Novaya Krugliakovka e Petrovskoye nella regione di Kharkov; e Redkodub, Zarya e Dyleyevka nella Repubblica popolare di Donetsk.

Come sempre è necessario attendere la conferma geolocalizzata.

Un ulteriore segnale viene dalla programmata conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina, che si terrà a Roma la settimana prossima, il 10 e 11 luglio, riguardo alla quale il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha detto che “la ricostruzione e le trattative per arrivare al cessate il fuoco possono andare di pari passo” e che “l’Italia vuole giocare un ruolo in questa vicenda”.

Secondo Ispi, la Conferenza sulla ricostruzione, intende lanciare un messaggio alle aziende straniere, ossia che è il tempo per investire in Ucraina ora e che ci sono strumenti di mitigazione del rischio e notevoli benefici fiscali per chi, ad esempio, investe in parchi industriali.

Kiev sottolinea che il Paese è grande e le sue estese aree non sono soggette ad attacchi frequenti da parte della Russia. Ma chi si fida a impiantare un’azienda in un Paese dove, prima o poi, un missile russo potrebbe cancellarla?

Da parte occidentale, si cerca di attrarre capitale privato tramite agevolazioni fiscali, crediti e altri programmi portati avanti da organizzazioni europee e italiane come la Banca europea per gli investimenti o SIMEST.

Tuttavia rimane aperta la stessa questione.

Ispi riporta i danni subiti dall’Ucraina, secondo un report della Banca Mondiale.

Secondo le stime riportate nel documento, a dicembre 2024 i danni diretti inflitti a edifici e infrastrutture ammontano a circa $176 miliardi. I settori più colpiti risultano essere quello abitativo (con danni per $57 miliardi, ovvero il 33% del totale dei danni), quello dei trasporti (circa $36 miliardi, pari al 21%) e quello dell’energia e delle attività estrattive (circa $20 miliardi, pari al 12%). In particolare, le infrastrutture energetiche si confermano obiettivi ricorrenti degli attacchi russi, con una crescita del 93% dei danni registrati nel solo 2024 rispetto all’anno precedente. Se si considerano le perdite complessive – comprendenti l’interruzione dei servizi, l’aumento dei costi operativi e la riduzione di entrate per governo e privati – si registra un incremento del 18%, passando dai $499 miliardi stimati nel 2023 ai $589 miliardi nel 2024. Alla luce di questi dati, la Banca mondiale prevede che un piano decennale di ricostruzione e ripresa, da realizzare tra il 2025 e 2035, richiederà investimenti per almeno $524 miliardi.

La domanda è: chi li mette? Chi li ha?

L’ultimo sondaggio reso noto il 27 giugno dal Centro per la Ricerca Sociale e di Marketing “SOCIS” con il Janus Institute for Strategic Studies and Forecasting e dalla pubblicazione “Barometer of Public Sentiment”, mostra come il 72,3% degli ucraini ritenga che la guerra debba essere risolta in qualche modo lungo l’attuale linea di contatto.

Il 55,7% sostiene “la ricerca di un compromesso con il coinvolgimento di leader stranieri per porre fine alla guerra”. Il 16,6% è favorevole a “una cessazione delle ostilità e un temporaneo congelamento del conflitto lungo l’attuale linea del fronte”.

Solo il 21,4% è favorevole alla continuazione della guerra. Di questi il 12,8% vuole combattere finché l’Ucraina non tornerà ai confini del 1991 e l’8,6% fino alle linee del 23 febbraio 2022, cioè senza riconquistare i territori in mano ai secessionisti all’inizio dell’invasione russa.

Esistono, dunque, tutte le condizioni per aprire un tavolo di trattative.

L’interruzione dell’invio di armi all’Ucraina potrebbe anche inserirsi in un quadro più ampio di rapporti con la Russia che, in cambio di una maggiore agibilità sul fronte ucraino, potrebbe agire su Iran e Hamas per chiudere la vicenda di Gaza.

Trump aveva promesso il cessate il fuoco a Gaza entro la fine di questa settimana e per il momento il 50% del lavoro è fatto.

A pochi giorni dal suo incontro con il premier Benjamin Netanyahu a Washington per “celebrare la vittoria contro l’Iran”, Donald Trump sceglie, come sempre, il suo social media Truth per annunciare che Israele ha accettato le condizioni per un cessate il fuoco a Gaza e, soprattutto, per avvertire Hamas che se non darà il suo ok, la situazione peggiorerà.

Un funzionario di Hamas, Taher al-Nunu, ha dichiarato che il gruppo è “pronto e seriamente intenzionato a raggiungere un accordo”. Hamas, ha però precisato, è “pronto ad accettare qualsiasi iniziativa che porti chiaramente alla fine completa della guerra”. Lo riporta il Guardian. Una delegazione di Hamas dovrebbe incontrare i mediatori egiziani e qatarioti al Cairo oggi per discutere la proposta, secondo un funzionario egiziano.

Vedremo.


Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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