
Assistere all’assalto con cui veri e propri squadroni di mamme, nonne, zie e qualche papà si ammassano con le proprie vetture all’esterno delle scuole italiane durante l’anno scolastico fa venire i brividi e, senza che se ne rendano conto, ovattano ancor di più la vita di queste ultime generazioni che, molto spesso, hanno già molto più del necessario.
Al secondo esame di Psicologia dell’età evolutiva il professor Paul Henry Mussen, psicologo che ha descritto tutte le fasi dello sviluppo psicologico infantile negli Stati Uniti, ci disse: “Ricco o povero, mendicante o ladro, medico o avvocato o capo indiano………… cosa diventerà Gianni nato tre giorni fa? Se non è un nativo non potrà mai essere un capo indiano potrebbe, invece, raggiungere ognuna delle altre posizioni prima elencate”.
Quali siano i fattori che determineranno cosa diventerà Gianni?
Quali elementi ne plasmeranno i desideri, gli atteggiamenti sociali, i fini, oltre alle motivazioni, gli interessi e la riuscita o meno nella vita?
Platone riconobbe che, fino ad un certo punto, le differenze fra gli individui sono innate, ma si rese subito conto che l’educazione della prima infanzia contribuiva a determinare le inclinazioni e le capacità di adattamento durante la sua vita. Su queste basi fu fra i fautori dell’innatismo, cioè la scienza che sostiene il fatto che alcune idee o conoscenze siano connaturate cioè presenti fin dalla nascita nella mente umana, mentre l’empirismo, sostenuto da John Locke afferma che la mente è una “tabula rasa” alla nascita e che la conoscenza deriva esclusivamente dall’esperienza.
Oggi è acclarato che l’empirismo prevale sull’innatismo, ma che entrambe hanno un ruolo se pur percentualmente diverso. Per cui bisogna rendersi conto che al di là del basso numero di nascite in Italia per le generazioni già nate e le successive si troveranno ad affrontare una montagna di problematiche alla cui base bisognerà che ci si convinca, per il loro bene, che qualche sbucciatura sarà necessario che se la procurino.
Un altro filosofo tedesco naturalizzato americano Herbert Marcuse riuscì, già dagli anni ’50, a fare una fotografia nel suo miglior libro: “One dimensional man” ovvero “L’uomo ad una dimensione”. Marcuse formulò forti critiche alle società neocapitalistica, sia quella statunitense che quella sovietica, ritenute entrambe totalitarie quanto e più delle società più totalitarie del passato, in quanto lo sviluppo di una “società consumistica”, quale modello principale di società, avrebbe comportato anche lo sviluppo dell’alienazione sociale e individuale.
Anche la cinematografia ha dato un grosso contributo al tema dell’alienazione tra cui spicca Michelangelo Antonioni, considerato uno dei maestri del cinema moderno e autore della celebre “trilogia dell’incomunicabilità” (L’Avventura, La Notte, L’Eclisse e, soprattutto, Il Deserto Rosso). Altri registi che hanno esplorato questo tema includono Federico Fellini e Marco Bellocchio, con opere che riflettono sulle difficoltà di comunicazione e sull’estraniamento nella società contemporanea.
La trasformazione marcusiana dell’uomo ridotto a semplice “consumatore” appare quanto mai compiuta nella sua unidimensionalità che vede la vita come desideroso di beni di consumo.
Nella fattispecie basta osservare il livello di alienazione di molti, minori compresi, che vivono appiccicati ai propri smartphone come se fosse una vita reale. Per cui care mamme non vi accalcate nei pressi delle scuole, moltissimi di noi sono venuti su bene lo stesso e nessuno ci accompagnava: rischiavamo ma abbiamo imparato a vivere.





