
L’Italia esporta armi. Lo fa da sempre e ovunque senza alcuno scrupolo morale. In modi leciti e, soprattutto, illeciti, in violazione dell’articolo 11 della Costituzione ed in aperto contrasto con la legge 185/90, che fissa le norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, inibendone, in particolare, la vendita a Paesi caratterizzati da un regime autoritario e/o impegnati in conflitti armati.
Lo fa il governo italiano, col concorso attivo di una parte cospicua dell’opposizione e lo fanno aziende private, lucrando su questo traffico ignobile enormi fortune. Così, a più riprese, stock di armi sono partiti dall’Italia, destinazione Kiev, per sostenere la prosecuzione della guerra in Ucraina facendo dell’Italia un paese nei fatti co-belligerante.
Una storia tutta italiana è paradigmatica: Valsella e Valsella Meccanotecnica, s.p.a. Uno sparti acque di una storia senza fine. Nel totale silenzio di una Ue guerrafondaia.
Società fondata il 27 febbraio 1970 per la costruzione di stampi e lavorazione di materie plastiche con sede a Montichiari in località Fascia d’Oro, su iniziativa di Francesco Rena e Antonio De Cristofano. Nell’atto costitutivo si accenna alla produzione di «materiale plastico» e «congegni meccanici», ma ben presto la ditta si evidenziava come la più attiva fabbrica di mine antiuomo e anticarro di “terza generazione” confezionando gli involucri di plastica per mine poi riempiti di esplosivo.
L’11 settembre 1980, con la fusione della Valsella S.p.A. e della Meccanotecnica S.p.A., nasceva la Valsella Meccanotecnica S.p.A. con tre unità produttive: una a Montichiari per la parte meccanica e due a Castenedolo per montaggio e materie plastiche, specializzate sia in produzioni civili (stampaggio di materie plastiche), sia militari (mine elettroniche e a pressione ad alta tecnologia).
Nel 1982 nasceva la Valsella Meccanotecnica Pte Ltd di Singapore e nel 1984, con 150 dipendenti, un fatturato di 106 miliardi e un utile netto di 17,9 miliardi, veniva acquistata dalla Borletti di Milano.
Nel 1987 si verificarono arresti ai vertici dell’azienda per vendite illegali, con il blocco delle consegne della produzione militare, cassa integrazione e minacce di liquidazione, mentre nel 1989 si imponeva il problema della trasformazione da industria bellica in industria di pace. Nonostante ciò lo stabilimento continuò a fabbricare mine per conto degli Usa e di altre potenze, mentre nel 1991 la fabbrica veniva condannata per la vendita di mine dal 1982 al 1985: 9 milioni di mine antiuomo per 250 miliardi all’Iraq. Nel 1992 vendeva mine all’Arabia Saudita e in genere ai paesi del Medio Oriente. Nel 1994 dall’azienda si ritiravano gli Agnelli e la Fiat, mentre si rafforzava la Borletti. La firma, il 6 dicembre 1994, da parte dell’Italia della Convenzione Onu sulle armi indiscriminanti, segnava la fine della produzione bellica.
Con lo scoppio della guerra Iran-Iraq nel settembre 1980, Valsella iniziò a ricevere autorizzazioni governative per le esportazioni in Iraq. Le pressioni politiche determinarono crescenti restrizioni verso Baghdad, ed è per questo che la società aprì una nuova filiale all’estero a Singapore. Nel 1984, la Fiat, attraverso una seconda società, la Gilardini, acquisì gradualmente il controllo di Valsella e Misar.
Il gioco delle bombe antiuomo imperversava nei salotti buoni e il gioco del travaso delle proprietà aziendali avveniva con modalità carsiche, coperto da discussioni moralistiche da salotto, per nascondere una incivile modalità di garantire da un lato morti atroci e ricchezze in modalità immorali. A quei tempi, grazie anche a testimoni celebri come la Principessa Diana. Come raccontò Gino Strada molti anni dopo: “In Italia non si sapeva che cosa fossero le mine antiuomo, né che il nostro Paese fosse tra i venditori più aggressivi. I pochi che erano a conoscenza di quel commercio di morte – industriali, politici, sindacalisti, e ovviamente chi materialmente le produceva – se ne stavano zitti“. Era il 1994, quando sul palco del Maurizio Costanzo show l’allora ministro della Difesa Cesare Previti si impegnò pubblicamente per la moratoria sulla produzione e il commercio delle mine antiuomo.
Scelte umanamente e politicamente importanti: aziende produttrici di morte andarono incontro a chiusura o riconversione, restò sulle anime di molti -tecnici, ricercatori, operai- la macchia di aver contribuito a spargere nel mondo strumenti di morte e di disperazione .
Un caso però va menzionato per il suo importante significato che mai la stampa a dato la giusta è importante visibilità .Tra loro, Vito Alfieri Fontana, a lungo patron della Tecnovar. Oltre 2,5 milioni di mine distribuite in tutto il mondo. Fino a quando suo figlio gli chiese: “Papà, sei un assassino?”.
Così cominciò un’altra vita scandita dal peso costante di aver contribuito a portare morte e mutilazioni in contesti drammatici. Un peso che lo spinse fino a pensare di togliersi la vita. Fontana si allontana dalla sua famiglia e, dopo aver deciso di riconvertire la sua azienda, nel 1999 atterra a Pristina, scegliendo di diventare sminatore con Intersos. Dopo verrà la Bosnia, la Serbia, a smontare le bombe Nato per quasi vent’anni. Nei Balcani sono stati fatti grandi passi avanti, ma si muore ancora saltando sulle mine. Lì e altrove.
L’unica novità di soccorso umano costatato nella guerra migliaia di persone rimaste senza arti inferiori, riguarda l’umanità di un’azienda di Brescia la Sifra Internecional, che si è messa a disposizione per produrre arti artificiali di poliuretano.
Oggi sulla scena appare in controtendenza degli accordi internazionali un attore come il presidente dell’Ucraina Zelinsky, il quale senza batter ciglio ripropone di andare contro tendenza nella tragica storia proponendo di usare delle mine antiuomo. Alza così una bandiera senza volto ….che Dio ne abbia pietà.





