
Liberi nella Maschera
La “Maschera” ha valenze e significati estremamente profondi e apparentemente discordanti tra loro. La società in cui viviamo, caratterizzata da un forte iperlogismo, non è avvezza nell’accettare l’esistenza di fenomeni che vadano oltre gli schemi razionali; pertanto, non riuscendo a trovare una giusta relazione causa-effetto che possa giustificare la veridicità di tali fenomeni, altro non può fare che negarli.
L’ambiente in cui viviamo ci offre, infatti, continui spunti e dimostrazioni concrete per credere il contrario; si pensi ai piccoli “miracoli” del quotidiano o ad eventi clamorosi quali, ad esempio, le visioni-apparizioni delle varie madonne o le stigmate di Padre Pio ed altro. In fondo, anche le grandi leggi della matematica o della fisica sono spesso prive di una spiegazione logica, ma ciò non ha impedito loro di divenire assiomi basilari sui quali costruire intere teorie.
Ma c’è un altro aspetto con il quale dobbiamo quotidianamente rapportarci; ogni singolo giorno nel momento in cui apriamo gli occhi, siamo inconsciamente di fronte ad una grande scelta: quale maschera indossiamo oggi? Sotto quali spoglie abbiamo intenzione di affrontare il mondo che ci circonda?
Qualcuno potrà dire che il termine “maschera” non gli si addica. In realtà, il concetto di “maschera” è una esigenza che esiste in noi, che prende corpo ogni singolo giorno e che è espressione del bisogno di benessere e di felicità dell’essere umano. Perciò, per caricare di significato emozionale la “maschera” che intendiamo indossare, dobbiamo trasferirvi le emozioni; in sostanza, la maschera è uno strumento e a chi crede che essa possa nascondere in qualche modo la propria essenza, va ricordato che l’entrare in contatto col mondo esterno crea le condizion per una mutazione del nostro modo di essere.
Nel Carnevale, per esempio, quasi a ricalco dei Saturnali romani, dietro travestimenti con tanto di “maschera”, è permesso al servo di fare il padrone, al povero di fare il ricco e viceversa, cioè, nell’inversione dei ruoli, esternare e dimostrare le diversità individuali e sociali; ma persone e “maschere” sono similari. “Persona”, dall’etrusco “persu”, “persuna” e da latino “persona, ae”, indica personaggi mascherati, come pure dal greco antico “prosopon”, che indicava il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso interpretato; ma pure “per-sonar”, per suonare, parlare attraverso di esso, attraverso la maschera dell’attore. Quindi, è forte l’assonanza tra persona e maschera, parlare non per sé, ma per bocca d’altri.
Ma c’è di più. Non è la persona che parla, ma ci si avvale di corpi provvisori, le “maschere” che assurgono ad un significato apotropaico, facendo assumere a chi le indossa le caratteristiche dell’essere soprannaturale rappresentato. Questo binomio, maschera soprannaturale, trova il suo clou nella città di Napoli dove il culto dei morti è molto venerato e la “maschera” è quanto di più confusionario possa sembrare.
Guardiamo Pulcinella. La voce stridula gracchiante e petulante, la parlantina logorroica, incomprensibile e volgare, l’assenza di riservatezza, l’andatura barcollante ed ancheggiante, la forte autoironia, rappresenta l’essere tutt’uno con il mistero e il sacro. Infatti, il doppio senso sociologico e osceno, la gestualità vivace e scenografica di Pulcinella, rappresenta senza smentite, Napoli.
Attraverso la sua “maschera”, i partenopei hanno elaborato la più completa immagine di loro stessi nella raffigurazione dei tratti socio-antropologici della città, della sua cultura, insomma, della napoletanità. Pulcinella, infatti, esprime l’anima popolare di Napoli, incarna la plebe cittadina essendo al tempo stesso imbroglione e altruista, pigro e pronto a soddisfare la sua perenne voglia di mangiare; a volte è ribelle, altre volte un pelandrone e tutto ciò altro non è che una complessa dinamica culturale.
Anche se le sue origini ci riportano alle maschere Atellane, al Maccus, il mangione sciocco, viene fatto nascere “cafon’e fora”, al confine fra la città e la campagna, come per dire che le sue licenziosità sono da attribuire ad un villano. Oppure, associato al demonio, viene fatto nascere dalle viscere del Vesuvio, da sempre considerato mito della napoletanità, ma anche bocca dell’inferno e luogo di magie, comparso per volere di Plutone sulla sommità del vulcano grazie ad un impasto fatto da due fattucchiere.
La maschera, per di più nera, con il naso ricurvo, lucido e lungo, rappresenta gli antichi culti agrari locali, simili a quelli giunti dal Vicino e Medio Oriente che ricorda il dio frigio Mitra di cui gli iniziati del primo grado, al suo culto, indossavano la maschera di “Corvus-corax”, dalla Grecia, Dioniso, di cui le maschere divennero il simbolo dell’Egitto, Osiride, il Matto dei Tarocchi. Insomma, la maschera di Pulcinella è una sovrapposizione ed un amalgama di culti antichissimi e significati, dovuti alle diverse culture che si sono succedute nelle città, trasmesse al popolo partenopeo per futura memoria.
A questo punto della disamina della figura di Pulcinella, non può mancare il riferimento all’Alchimia; del resto la figura pulcinellesca è caratterizzata da una maschera Nera sul volto, da un camicione Bianco sul corpo da cui fuoriescono particolari di Rosso. Il corpo, pertanto, è la vera materia su cui l’alchimista opera, è il vaso dei filosofi. Ed allora, è suo compito liberare e purificare l’ignis elementare dormiente nelle nature metalliche, liberandolo dalle impurità.
Quale può essere, allora, il simbolismo alchemico di questo magico personaggio che si può leggere come un libro senza parole? Il colore nero, nigredo, la “maschera”, l’ignoto, l’oscuro, la morte, l’inizio dell’Opera; il core bianco, l’albedo, l’argento lunare del suo abbigliamento, simboleggiante il femminile, l’acquatico, la Luce, la Fertilità, che ci induce al proseguimento dell’Opera al bianco; infine, sotto il camiciotto, si intravede il rosso, simbolo del principio vitale, l’Eros trionfante.
Conclusa questa breve carrellata su Pulcinella, va detto che la “maschera” non è un prodotto dei giorni nostri bensì il suo uso era comune a innumerevoli popolazioni sin dall’età arcaica, raramente sostituita ma spesso affiancata da pitture corporali, tatuaggi o scarificazioni. Essa, si è sempre configurata come un efficace mezzo di comunicazione tra gli uomini e le divinità, essendo uno strumento che permette di alienarsi dalle convenzioni spazio-tempo, al fine di proiettarsi all’interno di un mondo “altro”, divino, rituale, mistico.
Allora, per concludere su questa seconda parte di frase “liberi…nella maschera”, lo possiamo tradurre così: “a prescindere dalla vostra immagine, credo, sensibilità, liberi nel connotarvi”.





