
Il grande gioco è in atto e la posta, a quanto pare, come è spiegato nell’articolo di Susan Kokinda (pubblicato in questo stesso numero del giornale), è lo smantellamento dell’impero britannico, origine, secondo il sentiment americano prevalente, di tutte le guerre.
Stando agli osservatori che monitorano da vicino il sentimento del popolo americano, gli statunitensi non vogliono più fare guerre per conto di altri e, soprattutto, non vogliono più fare guerre promosse dai neocon ritenuti la longa manus della perfida Albione.
Secondo alcuni osservatori, gli statunitensi hanno votato Trump con questo mandato.
Ne deriva il fatto che oggi la base Maga non ne vuol sapere di un intervento Usa a fianco di Israele. Aiuto e solidarietà, sì. Intervento militare no.
Donald Trump, non a caso, prende tempo e congela l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran.
Il presidente americano fa sapere che deciderà entro due settimane.
Israele, quindi, potrebbe optare per il piano B e provare quasi da solo a sferrare il colpo decisivo al cuore del sistema nucleare di Teheran. L’intervento degli Usa consentirebbe di utilizzare la bomba GBU-57, l’unico ordigno che può puntare a distruggere il sito di Fordow. La bomba da 13,6 tonnellate viene trasportata dai B-2 americani.
Israele non dispone dei bombardieri stealth, ma potrebbe ripiegare su un ‘normale’ C-130: l’aereo da trasporto non è invisibile per i sistemi di difesa e vola ad una quota inferiore al B-2. I rischi non mancano. Israele però da giorni rivendica il controllo dei cieli iraniani e potrebbe creare le condizioni per una missione.
Il C-130 lancerebbe la bomba da una quota inferiore, l’impatto dell’ordigno sarebbe meno devastante e diventerebbe più complesso sfruttare il peso della GBU-57 per sfondare le difese della fortezza di Fodrow. Un aspetto a lungo dibattuto fra i militari è che per compensare questa perdita di forza cinetica potrebbero essere necessari, e sufficienti, più ordigni.
Il coinvolgimento americano sarebbe quindi solo limitato alla fornitura delle bombe.
La fine Fordow potrebbe essere considerata la fine del conflitto. Non certamente delle tensioni tra Iran e Israele.
E qui entra in campo Vladimir Putin.
Donald Trump, con un tempismo che fa capire molte cose, al G7 ha detto che escludere la Russia dal G8 “è stato un errore”. Lo ha detto durante il bilaterale con Mark Carney, canadese e parte dell’impero britannico. Il presidente Usa ha attribuito la responsabilità della decisione a Barack Obama e Justin Trudeau. Con la Russia nel G8, ha detto, “ora non ci sarebbe una guerra.
Detto quel che doveva dire, Trump ha lasciato il G7 e, secondo qualcuno, lo avrebbe fatto per prendere le distanze da un consesso ormai chiaramente etichettabile come longa manus dei neocon e dell’Albione.
Il messaggio lanciato verso Mosca è stato raccolto da Vladimir Putin.
Parlando mercoledì a San Pietroburgo con i redattori delle agenzie di stampa internazionali, Putin ha suggerito che Mosca potrebbe contribuire a negoziare un accordo che permetta a Teheran di perseguire un programma nucleare pacifico e al tempo stesso plachi le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza.
Putin ha affermato che si tratta di una “questione delicata”, ma ritiene che “si possa trovare una soluzione”.
Il leader russo ha dichiarato di aver condiviso la proposta di Mosca con Iran, Israele e Stati Uniti.
“Non stiamo imponendo nulla a nessuno – ha detto Putin -, stiamo semplicemente parlando di come vediamo una possibile via d’uscita dalla situazione. Ma la decisione, ovviamente, spetta alla leadership politica di tutti questi Paesi, in primis Iran e Israele”.
Ancora una volta, per capire l’attuale avversione del popolo Usa alla perfida Albione, è necessario guardare alla storia.
Durante la Guerra Civile Americana (1861-1865), le nazioni europee non intervennero direttamente nel conflitto, ma adottarono posizioni diverse, influenzate da interessi economici, politici e diplomatici.
Il Regno Unito, ufficialmente neutrale, aveva interessi economici significativi con il Sud (Confederazione), soprattutto per il commercio del cotone, essenziale per l’industria tessile britannica.
La Gran Bretagna fornì navi e rifornimenti ai Confederati (es. la CSS Alabama, costruita in cantieri britannici), suscitando tensioni con l’Unione.
La Francia, neutrale, ma con tendenze filo-confederate sotto Napoleone III, vedeva un’America divisa come un’opportunità per espandere la propria influenza, specialmente in Messico, dove instaurò un governo fantoccio (Impero di Massimiliano, 1864-1867). Come il Regno Unito, fornì alcune navi ai Confederati e considerò un intervento congiunto con gli inglesi, ma non agì senza il loro appoggio.
La Russia ebbe una posizione filo-unionista, l’unica grande potenza europea apertamente favorevole al Nord (Unione).
La Russia inviò una flotta navale nei porti del Nord (New York e San Francisco) nel 1863, un gesto simbolico di sostegno contro un possibile intervento anglo-francese.
La Russia, in lotta contro il Regno Unito e la Francia per questioni geopolitiche (es. la recente Guerra di Crimea), vedeva nell’Unione un alleato strategico.
Mai pensare che la storia non abbia il suo peso.
La Russia, per tornare all’attualità, ha mantenuto un equilibrio in Medio Oriente per decenni, rimanendo in buoni rapporti con Israele anche se ha sviluppato forti legami economici e militari con l’Iran, una politica che potrebbe consentire a Mosca di svolgere il ruolo di power broker nella regione.
Quattordici giorni per decidere se entrare direttamente in guerra contro l’Iran al fianco di Israele è il tempo di riflessione che si è concesso il presidente americano Donald Trump secondo quanto reso noto dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ed è il tempo per dare spazio ad una possibile mediazione di Putin, anche dopo che Netanyahu abbia neutralizzato il sito di Fodrow.
Leavitt ha condiviso un messaggio del presidente nel quale Trump si dice persuaso del fatto che “sussistono concrete possibilità di negoziati con l’Iran nel prossimo futuro”. Per questo motivo, ha aggiunto Trump, “prenderò la mia decisione” se intervenire o meno “nelle prossime due settimane”. Trump non punta nemmeno su un cambio di regime, considerata politica dei neocon e dei guerrafondai inglesi.
Trump ha ribadito queste posizioni soltanto poche settimane fa a Riad, in Arabia Saudita, in un discorso davanti a molti leader arabi della regione:
«È importante che tutto il mondo noti che questa grande trasformazione (del mondo arabo) non è arrivata dagli interventisti occidentali che portano persone in aerei lussuosi a darvi lezioni su come vivere e come governarvi. No, l’architettura scintillante di Riad e Abu Dhabi non è stata creata dai cosiddetti nation builder, dai neocon o dalle ong di sinistra come quelle che hanno speso migliaia di miliardi di dollari senza riuscire a sviluppare Kabul, Baghdad e molte altre città. […] Alla fine, i cosiddetti nation builder hanno devastato molte più nazioni di quelle che hanno costruito, e gli interventisti sono intervenuti in società complesse senza capire come funzionassero».
I neocon a cui faceva riferimento Trump sono i neoconservatori, equamente distribuiti tra repubblicani e democratici e considerati longa manus del Regno Unito e i nation builder sono quelli che credevano che, una volta invasi paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, sarebbe stato possibile ricostruirli) come nazioni stabili e democratiche.
Per finire il lavoro sporco, come lo ha definito il cancelliere tedesco Merz, mettendo in sicurezza Israele, Netanyahu potrebbe distruggere gli impianti nucleari e poi chiudere la partita, affidandosi alla mediazione del Cremlino.
Lo stretto di Hormuz
Khamenei ha respinto gli appelli statunitensi alla resa di fronte agli attacchi israeliani e ha avvertito che qualsiasi coinvolgimento militare da parte di Washington causerebbe “danni irreparabili”.
Danni irreparabili che potrebbero significare la chiusura dello stretto di Hormuz.
L’economista Usa Peter St. Onge, intervistato da Natali Morris e Clayton Morris. Ha affermato che “al momento, l’economia americana sta andando alla grande. L’inflazione è intorno all’1,5%. Quindi Trump ha fatto quello che aveva promesso, ovvero sbarazzarsi dell’inflazione di Biden. Se inizia una vera guerra in Iran, questo rovescerà completamente la situazione. Avrà anche altri effetti a catena. Ci sono i mercati finanziari. Un riprezzamento dei beni. Ma lo scenario dei 300 dollari sarebbe plausibile solo se ci fosse un blocco completo dello Stretto di Hormuz. Lo Stretto è largo circa 21 miglia nautiche. Ma le rotte di navigazione sono larghe circa 6 miglia, vale a dire. grossomodo la larghezza del fiume Hudson a New York. è un percorso molto, molto stretto che confina integralmente con l’Iran. Se questo venisse minacciato, allora si arriverebbe a uno scenario in cui il petrolio del Golfo Persico potrebbe essere teoricamente bloccato. Il risultato sarebbe duplice. Da una parte avremmo un blocco del flusso di petrolio. Negli anni Settanta, molto del petrolio proveniente dal Golfo Persico finiva negli Stati Uniti. Oggi non è più così. Abbiamo il nostro petrolio. In realtà non costituisce nemmeno più gran parte del petrolio usato in Europa. Solo circa il 6% del petrolio consumato in Europa proviene dal Golfo Persico. Però mette in ginocchio la Cina che prende dal Golfo Persico circa un terzo del petrolio che consuma. Questo vale anche per il resto dell’Asia, compreso India”.
https://mazzoninews.com/2025/06/19/tucker-contro-trump-mn-327/
Ecco che nello scenario entra anche la Cina, la qual cosa rende ancora più plausibile l’attivazione di una mediazione del Cremlino, il quale ha già avvertito, per voce di Dmitry Peskov che un cambio di regime in Iran è “inaccettabile ed inimmaginabile” e “scoperchierebbe il vaso di Pandora”.
“La situazione è estremamente tesa e pericolosa non solo per la regione, ma a livello globale”, ha affermato Peskov sottolineando che ”ampliare il numero dei partecipanti al conflitto è potenzialmente ancora più pericoloso. Ciò porterà solo a un altro ciclo di scontro e a un’escalation della tensione nella regione”.
Nessun cambio di regime, nessun intervento Usa, mediazione di Putin.
A Israele è concessa una finestra per finire il lavoro di distruzione dei siti di arricchimento dell’uranio.
Non a caso, infatti, Israele ora valuta di colpire il sito nucleare di Fordow entro pochi giorni, con o senza gli Stati Uniti. Lo scrive Iran International, legata all’opposizione al regime di Teheran, citando alcune fonti informate. Lo scenario più probabile sarebbe quello di un raid “entro 48-72 ore. Se vogliamo costringere l’Iran a fare concessioni che altrimenti non farebbe e riportarlo al tavolo delle trattative, questa è l’unica strada”, ha dichiarato al sito una fonte dell’intelligence israeliana, a condizione di mantenere l’anonimato.
In tutto questo l’Unione Europea, i Volonterosi, la Kallas e tutta la squadra di un Vecchio Continente rimbeccillito sono solo spettatori che si agitano per comparire sul palcoscenico, ma sono solo figuranti.
A quanto pare, il rapporto Trump, Putin, Xi Ijnping, Bin Salman è in azione e, probabilmente, punta a chiudere la partita con l’imperialismo inglese una volta per tutte.





