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ELIMINARE KHAMENEI E FINIRE IL LAVORO

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Silvano Danesi con la collaborazione di Agenzia Nova

L’impressione crescente e che Israele questa volta finirà il lavoro.

Affermava Machiavelli: “Non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché non la si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio.”

Il disordine nel Medio Oriente dura da troppo tempo, non solo per colpa dell’Iran, ma sicuramente gli ayatollah al disordine hanno contribuito in gran parte.

L’ordine riguarda la prosecuzione degli Accordi di Abramo, il riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita, l’attivazione della via del Cotone (Corridoio – India-Medio Oriente-Europa) e la sicurezza del passaggio verso il Canale di Suez.

La vicenda del 7 ottobre, la presenza di Hamas nella striscia di Gaza, gli Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen sono tutti tentacoli di un’unica idra che risponde ad un regime teocratico di fanatici i quali, sin dal primo momento del loro insediamento a Teheran, nel lontano 1979, hanno dichiarato che Israele è un tumore che deve essere cancellato dalla faccia del pianeta.

Mettere in moto una guerra per poi sospenderla per lasciare il disordine è, come dice Machiavelli, solo differire a proprio svantaggio.

Ora una soluzione definitiva si impone e per essere definitiva deve vedere crollare il regime insediatosi nel 1979.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in proposito, ha dichiarato alla ABC News che prendere di mira la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, porrebbe fine, e non intensificherebbe, l’attuale conflitto tra Israele e Iran, scoppiato alla fine della scorsa settimana.

Sempre parlando dell’Iran, Netanyahu  ha aggiunto: “Abbiamo avuto mezzo secolo di conflitti diffusi da questo regime che terrorizza tutti in Medio Oriente; ha bombardato i giacimenti petroliferi di Aramco in Arabia Saudita; sta diffondendo terrorismo, sovversione e sabotaggio ovunque. La «guerra infinita» è ciò che l’Iran vuole, e ci sta portando sull’orlo di una guerra nucleare. In realtà, ciò che Israele sta facendo è impedirlo, porre fine a questa aggressione, e possiamo farlo solo opponendoci alle forze del male”.

Alla domanda se Israele avrebbe davvero preso di mira la guida suprema, Netanyahu ha risposto che Israele sta “facendo ciò che dobbiamo fare”. “Non entrerò nei dettagli, ma abbiamo preso di mira i loro migliori scienziati nucleari – ha detto Netanyahu – in pratica, è la squadra nucleare di Hitler”. Netanyahu ha affermato che è nell’interesse degli Stati Uniti sostenere Israele nel tentativo di eliminare il programma nucleare iraniano. “Oggi è Tel Aviv. Domani è New York. Guarda, capisco ‘America First’. Non capisco ‘America Dead’. È quello che vogliono queste persone. Cantano ‘Morte all’America’. Quindi stiamo facendo qualcosa che è al servizio dell’umanità, ed è una battaglia del bene contro il male. L’America sta, dovrebbe stare e sta dalla parte del bene. È quello che sta facendo il presidente Trump, e apprezzo profondamente il suo sostegno”.

Da quanto afferma Netanyahu Khamenei ha le ore contate. Potrebbe essere ucciso o, con un salvacondotto russo, andarsene, dando il via al crollo del regime.

Che Khamenei sia alla fine lo dice il fatto, come racconta Agenzia Nova, che la guida suprema dell’Iran si trova attualmente nascosto con la famiglia in un bunker a Lavizan, circa 90-100 metri sotto terra, in un complesso protetto da sistemi antibomba e antiaereo, circondato da agenti reclutati dal Mossad. La notizia, data in un’intervista ad Agenzia Nova, è di Marco Mancini, già dirigente del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e per anni alla guida del controspionaggio italiano.

“L’attuale scontro militare tra Iran e Israele rappresenta l’apice di un’operazione di intelligence preparata da anni, nella quale Tel Aviv avrebbe penetrato in profondità l’apparato di sicurezza iraniano” spiega Mancini secondo cui la Repubblica islamica sarebbe oggi attraversata da una “struttura parallela” reclutata dal Mossad, composta anche da membri dei Pasdaran. “È un’operazione condotta con il crisma della completa capacità e professionalità dell’intelligence israeliana” prosegue Mancini. “Non sto dando un valore politico, ma parlo da un punto di vista tecnico: riuscire a trasportare droni in territorio iraniano, custodirli in aree desertiche per anni e poi attivarli all’occorrenza, implica il coinvolgimento sul posto di una rete organizzata e fidelizzata”.

Secondo l’ex dirigente del Dis, commenta Agenzia Nova, uno degli obiettivi principali di Israele non sarebbe solo la distruzione dell’apparato nucleare, ma la neutralizzazione fisica della leadership politica e religiosa iraniana, a partire dalla guida suprema.

Il dato più sorprendente è che, secondo Mancini, l’intelligence israeliana avrebbe reclutato collaboratori non solo tra civili dissidenti, ma anche all’interno dei Guardiani della rivoluzione. “Ovviamente è circondato da agenti, da quella struttura reclutata dal Mossad che ha circondato più o meno quest’area. Quando dico ‘struttura che collabora con il Mossad’, intendo anche uomini dei Pasdaran. È questa la forza di Israele: avere agenti sul posto che condividono informazioni visive, logistiche e operative”, precisa l’ex numero due del Servizio informazioni e sicurezza militare (Sismi).

Mancini cita l’esempio dell’ultimo attacco in cui è stato neutralizzato Ali Shadmani, appena nominato capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane: “Uno dei droni è stato lanciato da un immobile adiacente all’edificio dove dormiva, grazie a un’indicazione fornita in tempo reale da chi monitorava visivamente la scena”. Dal punto di vista tecnico-militare, secondo Mancini, “un terzo della capacità di reazione iraniana, quindi i lanciatori di missili, è stato distrutto”. Ma l’aspetto più rilevante sarebbe la distruzione dei siti connessi all’arricchimento dell’uranio: “Colpire le installazioni che gestiscono la programmazione delle centrifughe significa compromettere in profondità l’intero programma nucleare”. Infine, Mancini sottolinea un altro aspetto spesso ignorato: la dimensione finanziaria del potere di Khamenei. “La famiglia della guida suprema Khamenei dispone di un patrimonio stimato in circa 10 miliardi di dollari, accumulato attraverso traffici illeciti e occultato in parte all’interno dell’apparato statale”.

L’Iran avrebbe dato il via a un’eliminazione sistematica dei dissidenti politici detenuti nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran e l’ordine sarebbe partito direttamente da Khamenei in concomitanza con le operazioni militari e d’intelligence che coinvolgono Israele e la Repubblica islamica. “La televisione iraniana ha parlato di arresti di agenti del Mossad. A me non risulta affatto che siano stati arrestati agenti, forse qualche sospetto collaboratore, ma la realtà è un’altra”, afferma Mancini in un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova”. “Mi risulta invece che, proprio a seguito di queste dichiarazioni, Khamenei abbia ordinato l’eliminazione fisica di intellettuali e prigionieri politici detenuti, in particolare nel carcere di Evin”.

Mancini cita due nomi: Esmail Fekri, ucciso perché accusato di essere una spia del Mossad, e Mohsen Langarneshin, sospettato di aver partecipato all’assassinio del comandante dei Pasdaran Hassan Sayad Khodaei nel 2023. “Entrambi erano detenuti da tempo. Le accuse sono arrivate solo ora, come spesso avviene nella procedura penale iraniana, dove l’imputazione viene formalizzata alla fine del processo. Questo significa che l’imputato non ha nemmeno modo di difendersi”, spiega l’ex dirigente del Dis.

Secondo Mancini, le esecuzioni sarebbero già decine, forse centinaia, e non riguarderebbero solo uomini. “I Basij e la Polizia morale stanno passando casa per casa, colpendo attivisti e donne che si erano opposte al clero. Anche molte donne sono state uccise in questi giorni”, aggiunge. Ieri, alcuni video circolati sui social media hanno mostrato detenuti in fuga a piedi, alimentando le voci su una possibile evasione dal carcere di Evin. Mancini conferma che “ci sarebbe stato un tentativo di evasione”, ma avanza una tesi ancora più inquietante: “I Pasdaran avrebbero volutamente fatto uscire dei detenuti per poi eliminarli all’esterno, senza testimoni e senza lasciare tracce ufficiali. Non posso confermarlo, ma il sospetto è concreto”.

Israele punta al collasso del regime e alla caduta del clero

“L’azione militare di Israele contro l’Iran non sarebbe orientata soltanto a colpire le infrastrutture nucleari della Repubblica islamica, ma avrebbe come obiettivo strategico il crollo del regime di Teheran. L’offensiva israeliana mira a spingere il sistema politico iraniano verso una resa interna e a favorire un cambiamento radicale dei vertici. Quello che Israele sta cercando di fare è trasformare l’attuale regime teocratico in un gruppo di figure legate alla resistenza interna, che possano prendere il potere”, afferma Mancini nell’intervista a Nova. “Sembra evidente che l’obiettivo non sia solo militare”.

Secondo Mancini, l’unica possibilità concreta di rovesciamento del regime potrebbe emergere dal basso, ovvero dalla società iraniana. “Il 70 per cento della popolazione iraniana è sotto i 40 anni, ed è composta da intellettuali e giovani istruiti, che rappresentano la vera opposizione al clero”, osserva l’ex dirigente. “Se riuscissero a organizzarsi e ad approfittare del momento, potrebbero essere loro a defenestrare il sistema”. Tuttavia, Mancini invita alla cautela nel valutare l’efficacia di una strategia basata solo sulla forza. “I bombardamenti hanno provocato almeno 300 morti, anche tra i civili. E non possiamo escludere che questo tipo di pressione, anziché dividere, rafforzi l’orgoglio nazionale persiano, che rappresenta ancora l’identità etnica dominante nel Paese”, spiega. “Colpire duramente dall’esterno può avere l’effetto opposto: unire il popolo intorno alla bandiera, anche se critica verso il regime”. Alla domanda se sia realistico ipotizzare a breve un ritorno dei Pahlavi o un cambio netto di sistema, Mancini risponde con prudenza. “Al momento è prematuro”.

Il 7 ottobre ha riportato Israele all’agente umano sul campo 

Secondo Mancini il 7 ottobre 2023 ha segnato una “linea di faglia” per il mondo dell’intelligence, l’attacco di Hamas contro Israele ha rivelato una fragilità profonda dell’apparato di sicurezza israeliano, determinando un cambio di paradigma operativo. “Il 7 ottobre – afferma – in Israele è accaduto qualcosa di impensabile: un gruppo di terroristi, ovviamente finanziati, autorizzati e aiutati logisticamente e anche militarmente dall’Iran, ha penetrato il territorio israeliano per farlo scomparire”. Secondo l’ex dirigente dell’intelligence italiana, questo è stato possibile perché i servizi israeliani “si erano appoggiati esclusivamente o quasi esclusivamente sulla cybersicurezza, tralasciando tutto ciò di cui sono sempre stati maestri, ovvero il lavoro sul campo, la human intelligence”.

Un errore che Mancini definisce “una debacle”, aggravata dalla mancata scoperta della rete sotterranea di tunnel usata da Hamas per pianificare l’assalto. “Non scoprire che Hamas per tre anni, all’interno di 732 chilometri di tunnel sotto Gaza, stava preparando uno sterminio del popolo israeliano è una colpa grave, una sconfitta dell’intelligence”. Secondo Mancini, dopo il 7 ottobre Israele ha “ripristinato quel valore aggiunto che offre la human intelligence”: reclutamento, addestramento, infiltrazione. “Occorre reclutare persone sul posto, addestrarle. È quello che ha fatto il Mossad. Un esempio chiaro è l’uccisione di uno dei capi politici di Hamas, colpito mentre si trovava in una casa dei Pasdaran in Iran: questo presuppone la presenza di un gruppo di Pasdaran che collabora con il Mossad”. Una logica che – prosegue – è simile a quella adottata recentemente anche dai servizi ucraini. “Il controspionaggio ucraino ha penetrato quasi 700 chilometri all’interno del territorio russo con fonti umane, costruendo una rete logistica di russi che aiutano gli ucraini. Lo stesso ha fatto Israele in Iran”.

Alla domanda se la tecnologia possa oggi sostituire l’agente segreto, Mancini è netto: “Esistono i droni, esiste la guerra elettronica, ma è indispensabile il fattore umano. Il 7 ottobre lo ha dimostrato nel peggiore dei modi: non infiltrare Hamas è stato un errore storico”. E conclude: “Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’intelligence vera si fa ancora con le persone. Serve mettere la testa, il naso, sul campo. E Israele, dopo aver dimenticato questa regola, ci è tornato”.

Nel 2004 evitato un “11 settembre italiano”

Nel 2004 l’Italia, grazie al lavoro del Sismi, evitò di subire un “11 settembre” come quello che ha colpito gli Stati Uniti e, a seguire, diversi Paesi europei: “Abbiamo messo in atto quell’attività di controspionaggio che adesso è tornata di moda”, spiega Mancini, riferendosi a un’operazione in Libano che portò all’arresto di 42 operativi di Al Qaeda. Tra questi c’era Ahmad Mikati, “ricercato da tutti i servizi segreti del Medio Oriente, europei e americani”, condannato a tre ergastoli. Secondo Mancini, Mikati “voleva piazzare 300 chili di esplosivo sotto la nostra ambasciata” a Beirut. L’intervento del controspionaggio italiano – condotto con tecniche classiche di reclutamento di fonti e “sabotaggio in senso positivo” – permise di “neutralizzare il tentativo” prima che si verificasse l’attacco. “Abbiamo fatto quello che l’intelligence deve fare – conclude Mancini – raccogliere informazioni e neutralizzare prima che si verifichi l’evento criminale stesso. Questo l’abbiamo fatto. Siamo sempre stati più bravi noi”.

Giunti a questo punto l’unica soluzione è quella suggerita da Machiavelli: “Non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché non la si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio.”

Quindi, finire il lavoro.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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