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LA GUERRA E LA PACE NELL’ETICA CRISTIANA ALLA LUCE DELL’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ prima parte

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di Vito Sibilio

 

Alcuni giorni fa da queste colonne ho avuto la possibilità di argomentare sullo sviluppo del rapporto tra monoteismo e libertà religiosa nel pensiero cattolico alla luce di una ermeneutica della continuità, per mettere in luce come in realtà la norma etica di base non sia mai cambiata, mentre le circostanze in cui era vissuta lo facevano. Oggi, partendo dalle stesse premesse, ossia che per un cattolico le norme morali sono immutabili perché pensiero di quel Dio che è immutabile anch’esso, da quando è stato identificato  con l’Essere, propongo un altro tema esaminato alla stessa maniera, ossia la guerra e la pace.

In tempi recenti un malinteso senso di autocritica cristiana nei confronti del proprio passato, in alleanza con un ipercritico spirito laicista, ha sostenuto e divulgato una opinione erronea, per cui la morale della Chiesa in materia di guerra e pace si sarebbero modificate e addirittura bisognerebbe vergognarsi di secoli e secoli di magistero. In realtà, salvi gli abusi della prassi concreta, per cui valgano i mea culpa di papa Giovanni Paolo II nel Grande Giubileo del 2000, il Magistero ecclesiastico ha sviluppato con coerenza la dottrina della fede, ovviamente adattandola alle circostanze storiche. Un primo errore da correggere è la convinzione che nel Cristianesimo primitivo fosse sostenuto il pacifismo in forme analoghe a quelle contemporanee. Fino all’età costantiniana il servizio militare è regolarmente prestato, anche se non mancano obiezioni di coscienza legate ai riti sacrificali in onore delle insegne e alla teologia cultuale e celebrativa delle guerre imperiali. Il centurione san Cornelio (I sec.), san Longino (I sec.), san Mercurio (III sec.), san Giorgio (III sec.), i Martiri della Legione Tebea (IV sec.) sono solo alcuni dei testimoni del Cristianesimo che militarono sotto le insegne romane.

Quando poi l’Impero si cristianizzò, la religione cristiana prese il posto della pagana nella propiziazione dell’aiuto divino per le imprese belliche dello Stato; la teologia agostiniana della guerra giusta pose i paletti per l’equo esercizio del mestiere delle armi nel consesso internazionale da parte dell’Impero. La difesa dell’ecumene romano, che a tal punto divenne la difesa dei cristiani, spettò sempre al sovrano, alla cui valutazione etica e politica ci si rimetteva per intraprendere o meno le guerre. Durante poi le invasioni barbariche la Chiesa coi suoi Vescovi si adoperò sempre per evitare le incursioni di quei popoli o per rendere pacifica la nuova convivenza: nomi come quello di San Leone Magno (440-461) per gli Unni e i Visigoti, di San Severino Abate (410-482) coi Rugi e gli Eruli, di San Remigio (†533) coi Franchi, di San Gregorio Magno (590-604) con i Longobardi, gli Angli, i Sassoni, i Visigoti, sono legati a questi sforzi per sempre. La guerra è vista e giustificata essenzialmente come difesa del mondo cristiano; l’Imperatore ha l’incombenza di farla ovunque, i Re nella loro giurisdizione. Ragion per cui nel VIII sec. vi è una trasformazione: dapprima, entrata in crisi la bizantinocrazia in Italia, papa san Gregorio III (731-742) chiede a nome dei Romani inermi l’auxilium dei Franchi di Carlo Martello (714-741) contro i Longobardi, per difendere la Chiesa fondata da Pietro – per cui si configura il principio per cui l’autorità ecclesiastica può chiedere che si prendano le armi per salvaguardare la sicurezza fisica e morale della Chiesa stessa-e poi, quando quest’aiuto viene fattivamente prestato da Pipino il Breve ([741] 751-768) a papa Stefano II (752-756) facendo nascere lo Stato della Chiesa, la guerra viene combattuta non solo come aiuto, ma come venia delictorum, ossia diviene mezzo per esercitare una carità fraterna che espii i peccati. L’una e l’altra cosa avvengono sempre nell’alveo della legalità internazionale, in quanto i due Papi offrono alle loro controparti il titolo di Patricius Romanorum, che dava il diritto di intervenire militarmente, non senza il consenso degli Imperatori d’Oriente. Restaurato l’Impero d’Occidente con Carlo Magno ([768] 800-816), la teologia della guerra e della pace è imperniata sulla necessità che il sovrano mantenga l’ordine e la sicurezza nel suo dominio, fuori del quale vi è solo barbarie. Egli combatte e il Papa prega, essendo la Chiesa racchiusa – qui come in Oriente – nell’Impero stesso come in un guscio. La pace rimane il bene sommo: Gregorio IV (827-844) tenta di porre fine alle lotte intestine tra i Carolingi; ma la difesa dai barbari, pagani o saraceni, è tanto necessaria quanto è meritorio esporre la vita per salvare gli altri, per cui san Leone IV (847-852) e Giovanni VIII (872-882) concedono la remissione delle pene a chi muore in queste drammatiche guerre di difesa. Nel corso del secolo oscuro le guerre dilagano, pur non mancando sforzi costanti di pacificazione svolti dal Papato e dall’Episcopato, per cui all’inizio dell’XI secolo nella Francia, in Lorena e in Borgogna fioriscono le Paci e le Tregue di Dio. Queste impongono, sotto minaccia di scomunica, la cessazione ciclica delle guerre endemiche, nei periodi di penitenza annuali (quaresima, avvento) e settimanali (venerdì), o nei periodi di particolare solennità (natale, pasqua) e nelle domeniche. Le prime invece impongono la cessazione dei conflitti per decreto sinodale e costituiscono leghe di volenterosi, sanzionate in cerimonie liturgiche, che combattano quei feudatari più riottosi che devastano le terre altrui, dopo averli scomunicati. Inoltre, viene ampiamente cristianizzata la cavalleria, con un apposito sacramentale d’investitura, così da impiegare nella difesa degli inermi e della Chiesa stessa i cavalieri erranti.

Il cambiamento di teologia politica iniziato già dall’VIII sec. e culminato nell’XI sec., in virtù del quale non la Chiesa è nell’Impero, ma questo e tutti i Regni sono nella comunità temporale universale dei battezzati, la Cristianità, e questa a sua volta è nella Chiesa, da cui trae origine, fa sì che la gerarchia ecclesiastica possa essa stessa promuovere azioni difensive nell’interesse di tutti i fedeli, soppiantando progressivamente l’Imperatore. Per esempio papa san Leone IX (1049-1054) insegnò che la lotta contro i barbari che devastano le terre cristiane è una difesa doverosa e meritoria, che apre il cielo a chi cade in essa, mentre Alessandro II (1061-1074) concesse l’indulgenza a coloro che andavano in Spagna a combattere per liberarla dal giogo dei Mori, dando al concetto di difesa un interpretazione estensiva, atta alla liberazione dei luoghi che da secoli erano sottomessi all’islamocrazia. Papa san Gregorio VII (1074-1085) offrì alla coscienza cristiana molti validi motivi per combattere in difesa dei fedeli minacciati dai barbari, dei deboli, dei cristiani d’Oriente e d’Africa, di Gerusalemme, della Chiesa Romana anche e soprattutto nella guerra che l’oppose, suo malgrado, all’Impero per la Lotta delle Investiture, volta a restaurare l’indipendenza della Chiesa e liberarla dal suo più forte fomite di corruzione.

La svolta più importante la fece il beato Urbano II (1088-1099). Non solo considerò meritoria la lotta anche armata contro l’Impero, non solo esortò ad aiutare i cristiani oppressi, anche da secoli, dai musulmani in Spagna e Sicilia, ma soprattutto progettò un grande soccorso armato per i Cristiani d’Oriente, minacciati dai Turchi, sino alla liberazione del Santo Sepolcro. Fu la Prima Crociata, bandita in Concilio a Piacenza e Clermont (1095). La teologia crociata, destinata a durare per secoli, si reggeva su alcuni presupposti: che il viaggio in Oriente fosse un pellegrinaggio armato, esattamente come l’Esodo biblico verso la Palestina; che i Cristiani, Nuovo Israele, tornassero così nella Terra di loro spettanza, da cui erano stati espulsi dai musulmani, con un nuovo Esodo; che la Chiesa gerarchica potesse chiamare tutta la Cristianità a combattere per i suoi legittimi interessi difensivi. Ai combattenti, che usavano le armi come mezzo di carità fraterna, era concessa l’Indulgenza plenaria, per il semplice fatto di partecipare all’impresa. Essa liberava (o manteneva liberi) i Luoghi Santi e per secoli vide impegnati i cavalieri cristiani per mantenere la sovranità cristiana nei posti in cui si è compiuta la storia sacra. Tale atteggiamento, di reazione alla Jihad islamica, era perfettamente congruente alla situazione culturale, politica e religiosa dell’epoca, per cui la Crociata è la manifestazione più tipica della spiritualità di una società guerriera. Peraltro, nonostante la Crociata fosse un istituto polimorfo che legava il merito alla violenza difensiva, concepita in varie maniere attraverso il legame con il pellegrinaggio, essa non fu mai considerata un precetto della Fede, come la Jihad dell’Islam, né un mito fondativo come l’Esodo nell’Ebraismo, per cui potè scomparire gradatamente senza attentare al nucleo delle verità rivelate. Ma non merita di essere considerata un errore o tantomeno un crimine. Esprime solo una teologia ortodossa ma sorpassata. Essa, autorevolmente confermata dal I Concilio Lateranense (1123) potè essere legittimamente combattuta in Spagna (terra santificata dalla presenza dell’Apostolo Giacomo e in cui i cristiani avevano il pieno diritto di tornare liberi) e in Palestina. A coloro che si dedicarono alla difesa armata dei loro correligionari a tempo pieno si additò come modello la perfezione monastica, facendo poi nascere la milizia monastica, le cui forme sono impropriamente conosciute come Ordini monastico-cavallereschi; tra essi i Templari ebbero l’onore di un trattato tutto per sé di San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), il De Laude Novae Militiae. Sviluppando un concetto di Urbano II, Bernardo insegnò che l’omicidio in guerra, essendo un gesto di difesa dal male, andasse inteso come malicidium, perché più soppressione del male in azione che volontà di nuocere a chi, contro la volontà del cavaliere cristiano, lo attaccava o attaccava i suoi correligionari. Il Beato Eugenio III (1145-1153) estese il pellegrinaggio armato indulgenziato anche ai Paesi Baltici, dove i pagani dovevano essere sgominati per permettere la libera evangelizzazione della zona: i guerrieri facevano devoto viaggio verso le Chiese inermi e onoravano in esse le membra mistiche del Cristo, duramente perseguitate.

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