Home Opinioni MAURIZIO LANDINI, IL MARCHESE DEL GRILLO DELLA CGIL

MAURIZIO LANDINI, IL MARCHESE DEL GRILLO DELLA CGIL

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E’ costato alle casse dello Stato italiano oltre 88 milioni di euro l’organizzazione e lo svolgimento del referendum dell’ 8 e 9 giugno scorso. Il 70% degli italiani non è andato a votare, ma per il capataz della Cgil è come se non fosse successo nulla.
Alla domanda se, dopo la disfatta, si sarebbe dimesso, ha risposto con un laconico: “Non ci penso proprio!”. E tutto è finito li. Insomma chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato ha dato.
Gli spot televisivi, attori e comparse “de sinistra”, arruolati per la campagna elettorale, paginate sui giornali, interviste al leader maximo, tutto a maggior gloria di uno che ai tempi di Luciano Lama o di Bruno Trentin alla Cgil, al massimo avrebbe fatto il delegato di fabbrica. Ma tant’è.
Oggi la Cgil è una specie di Soviet di cui si conosce solo il capo. Sfido chiunque a citarmi almeno uno dei componenti della segreteria nazionale. Del dibattito interno, se c’è, non si sa nulla. I congressi, le assemblee, i comitati direttivi, finiscono tutti allo stesso modo: Landini ha detto, Landini ha fatto. La democrazia interna, le componenti che garantivano il dibattito democratico sono scomparse.
 
Ricordo il referendum sulla scala mobile con comunisti e socialisti divisi sul voto, ma nessuno ( e tantomeno Lama), ha mai avuto l’ardire di mettere in discussione la libertà per i socialisti, che pure erano in minoranza, di esercitare il diritto al dissenso e di organizzare assemblee e comizi, utilizzando i fondi e le risorse organizzative del sindacato.
C’è chi dice, ed io sono d’accordo tutto sommato, che il referendum per Landini è stato il tentativo di lanciare una “opa” su quello che resta della sinistra italiana. Ha coinvolto la Schlein, il duo Fratoianni-Bonelli e, addirittura, Conte e i pentastellati, in una battaglia che in caso di vittoria sarebbe stata solo sua.
La sconfitta, come sempre, sarebbe stata scaricata su tutti gli altri per lo scarso impegno. E così è stato. Lui si è ritirato nel fortino di Corso d’Italia e chi si è visto si è visto. La Schlein è rimasta col cerino in mano e la “spallata” che sperava di dare alla Meloni le ha procurato solo una tremenda slogatura, così come a Conte e agli altri post sovietici.
Ma la cosa più incredibile e che da il senso della pochezza politica della Schlein è stata la giustificazione che ha tentato di dare alla debacle referendaria. Secondo la Schlein, infatti, ai referendum ha votato più gente di quella che lo fece per mandare Meloni al governo. Una cosa ridicola, come paragonare la stoppa con la seta.
La Meloni alle politiche prese il 30% del 60% degli italiani che andarono a votare, ai referendum non sono andati a votare i due terzi degli italiani. E quelli che hanno votato al referendum sono da ascrivere d’ufficio, secondo la Schlein, al Pd? E’ questa la logica? Capite perchè la Meloni ha commentato perfida: “Vogliono inchiodarmi a Palazzo Chigi per altri dieci anni!”.

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  • Redazione

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