
Vogliamo essere davvero sinistra? Ed allora mettiamo a parte i referendum farlocchi e partiamo davvero dal mondo del lavoro. E parliamone senza però stereotipi.
CGIL e PD, ma anzitutto i socialisti, dovrebbero ricordare che la grande stagione delle alleanze con il ceto medio –medicina democratica, informazione democratica, magistratura democratica- furono la conseguenza, e non il sostitutivo, di una visione contrattuale e politica che ridiscuteva gerarchie e strategie nelle fabbriche, nelle città e nel Paese.
Oggi le condizioni per riproporre una iniziativa di questo genere vi sono tutte.
In termini strettamente di ambiente di lavoro e di rappresentanze dei lavoratori, l’avvento dell’automazione guidata dalla intelligenza artificiale prevede fabbriche nella quale la forza lavoro sarà molto ridotta, il livello di conoscenze sicuramente più alto, la consapevolezza delle competenze molto più spinta, la forza operaia tradizionale quasi assente. Paradossalmente sarà l’artigiano, il piccolissimo imprenditore, il professionista ed il suo studio, a costituire la fascia di società che vedrà ancora lavoro non sostituibile del tutto con l’AI. Ma anch’esso ad un livello diverso dalla figura del Cipputi, qualsiasi possa essere il suo “aggiornamento”. Un ambiente quasi sconosciuto all’attuale elaborazione dei sindacati. Anzi, nei fatti, negato.
In termini di politica generale, oggi al centro dello scontro c’è una immensa contraddizione: lo sviluppo e la distribuzione del sapere. Facciamoci una riflessione: il legame con il mondo del lavoro è strettissimo, con la rappresentanza politica altrettanto. Il potere economico è sempre più combinato con il potere dei “calcolanti”, cioè dei grandi centri che determinano linguaggi e “senso comune” di interi Paesi mediante le nuove intelligenze semantiche. “Pensare di aggredire gli equilibri sociali e istituzionali appellandosi alle vecchie rappresentanze del lavoro ignorando il popolo digitale, il popolo dei “calcolati”, significa non intaccare nessuno dei fattori di governo ideologico e politico del sistema.” (HuffPost Italy). E questo ha un riflesso immediato, inevitabile, concreto con la rappresentanza politica di questi interessi, del loro svolgersi nel Paese, del loro evolversi che non può essere “contro” ma neanche essere subito passivamente .
Ed ha riflesso anche sulle premesse: parlare di sinistra senza affrontare, con il bisturi e senza infingimenti, un sistema scolastico che è inadatto a formare conoscenze, capacità empatiche e anche coscienze, significa non voler andare oltre vuote parole. Riassumere e sintetizzare non è più sufficiente. Ragionare in modo sistemico appartiene alle conoscenze del ‘900. La frontiera oggi è il ragionamento euristico, il contrario della conoscenze a blocchi, per materie.
Oggi è l’AI ad insegnare come affrontare problemi complessi e di problem solving; lo ripeto: anche la stessa semantica. Dunque forma coscienze. Con una efficacia incredibilmente più alta di qualsiasi scuola: conosce i tuoi gusti, le tue tendenze, le tue propensioni. Dunque può “personalizzare” le sue risposte rendendole accattivanti e in definitiva il suo “insegnamento” blandendoti. E’ il terreno sul quale scorrazzano solo le conoscenze del mondo con il quale vogliamo confrontarci ed anche scontrarci. Noi ne siamo fuori: ne restiamo schiavi?
Nuovi “studenti” e nuovi “operai” che si uniscono, che formano coacervi strettissimi con lavoratori con professionalità avanzatissime, guardando al lavoro dipendente o indipendente che sia, ricreando le condizioni di un ascensore sociale ormai fermo: queste le alleanze da nuovo Terzo Stato – o forse Quarto – che io vedo necessarie.
E anche possibili, solo che si abbandoni il settarismo che ormai è sempre più chiaramente il comodo rifugio di chi non ha capacità e volontà di innovare. Ed il moralismo estremizzato ed ostentato che taglia ogni possibilità di proporsi a lavorare in politica.





