
1982: “Il merito ed il bisogno”. Con due parole estranee al linguaggio marxista, al lessico della sinistra dell’epoca, Martelli riuscì a dare voce a due mondi apparentemente opposti ma profondamente intrecciati: quello del riscatto sociale per chi vive nella povertà e quello della valorizzazione delle capacità individuali. E indicava una strada per costruire una società più equa e prospera, dove il talento potesse emergere indipendentemente dalla “lotteria della nascita” e dove chi si trovava ai margini potesse trovare una via d’uscita.
E’ impressionante vedere quanta attualità c’è ancora oggi in quella geniale dicotomia.
Le principali questioni di 40 anni fa restano ancora irrisolte: la questione giovanile che ci vede con sempre meno giovani – emigrati per cercar non solo fortuna, ma anche, forse soprattutto, dignità negata dal disconoscimento del merito – e fa fare sempre meno figli. O la povertà assoluta, in aumento tra le famiglie italiane, persino in quelle in cui esiste un’entrata da lavoro dipendente. Una situazione che dimostra la perdita di valore del lavoro, ma che è giusto osservare assieme alla crisi di quell’ “ascensore sociale” che tutti conoscono, “ma di cui nessuno parla esplicitamente, come fosse polvere da nascondere sotto il tappeto”. L’ascensore si è bloccato tra i piani di due qualsiasi successive tornate elettorali nelle quali abbia prevalso non solo, come è giusto, la discontinuità ma fino alla negazione dell’intero lavoro dell’altro. Perché quel lavoro è stato progettato e realizzato contro e non per, con scontri e non con confronti.
Il merito e il bisogno sono paradigmi. Ancora oggi chiavi di lettura con le quali declinare queste dinamiche, all’insegna del riformismo derivante dal socialismo liberale: dichiarare estinta la “sociologia delle classi privilegiate” del marxismo – leninismo, ideologia fallita nelle sue pretese di scientificità e disonorata dai regimi dispotici; riproporre il valore della politica, inventata lungo i secoli per rendere, prima di ogni altro valore, possibile la solidarietà tra i cittadini, la sicurezza e il rispetto della dignità umana in un ordine internazionale di mutuo rispetto tra le nazioni e di garanzie collettive a difesa della pace. L’antitesi dell’odio e dello scontro solo ideologico. La cultura dell’inclusione. Il rifiuto delle negazioni.
Una riflessione storica. All’inizio degli anni Ottanta si concludeva il trentennio socialdemocratico, (espressione coniata da Dahrendorf) ed ebbe inizio la rivoluzione neoliberista, ispirata sia dalla scuola di Chicago e sia da Milton Friedman. Il mantra era: il progresso dipende dal libero mercato e dalla impresa privata, il cui unico interesse deve essere quello degli azionisti. Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati uniti ne furono gli alfieri. La giustizia sociale, fattore decisivo che favorisce lo sviluppo e consolida i legami tra le persone, fu un tema assente da quel dibattito.
La reazione della “sinistra” si imperniò su uno scontro ideologico: ancora nostalgie di statalismo, di cui è inutile negare limiti e fallimenti, che si accompagnò alla negazione assoluta del liberismo, anche quello democratico e non solo quello nella visione manichea di neoliberismo (lo Stato e la comunità sono il male assoluto; l’individuo e il mercato i simboli di un bene indiscutibile). Ebbene, in quegli anni la socialdemocrazia europea perse il consenso delle masse, entrò in crisi lo Stato sociale e si impose in campo internazionale la supremazia americana. Il merito apparteneva solo agli yuppi della finanza e agli uomini d’affari, mentre il bisogno diveniva un marchio negativo che suscitava solo sentimenti di compassione e pena. O poco di più.
Quel “trentennio”, poi sconfitto, era, e bisogna riconoscerlo, il risultato di un terzo stato – artigiani, commercianti, professionisti e non solo il lavoro manuale – che riuscì a suscitare riflessioni favorevoli al progresso sociale. La borghesia e le sue rivoluzioni indussero i germi del socialismo utopico, quello di Fourier e Proudhon. Gli effetti furono incredibilmente positivi.
Forse non è giusto vedere una relazione causa-effetto tra crollo del riformismo socialista (e cioè l’abbandono di un rapporto vero tra socialismo e liberismo democratico e sociale; il blocco dell’ osmosi tra le “classi” in ciascuno dei due gruppi rappresentate) e ingovernabilità della attuale situazione. Ma a me sembra di si.
Se non ci si allea contro il capitale di rapina, contro la finanziarizzazione della libertà, contro il rifiuto di un welfare dignitoso non se ne esce: e l’alleanza deve essere larga esattamente al contrario di come oggi si propone, riguardare ogni soggetto che produce con il suo lavoro ed ogni “struttura” che ne favorisca lo sviluppo.
Il progetto di programma di governo deve essere coerente con questa impostazione. Inclusivo, con alla base, il riconoscimento del drammatico errore che si fa – ogni giorno – nel dimostrare che “lui è peggio di me” anziché dimostrare “io sono meglio di lui”. Ed anche questo con competizione scevra da odio.
Il mio richiamo alla formazione di un terzo polo è quello di abbandonare, culturalmente ma anche plasticamente, il mondo del bianco e nero, del “con me o contro di me”, del bipolarismo esasperato. E nasce da qui: la filosofia retrostante al merito e bisogno è ancora un riferimento.





