
di Sergio Restelli
La situazione nella Striscia di Gaza sta entrando in una fase di trasformazione profonda e caotica, in cui le dinamiche tradizionali del potere, prima fortemente centralizzate nelle mani di Hamas, cedono il passo a un mosaico frammentato di clan armati, milizie tribali e interessi criminali. Questo scenario, oltre a essere drammaticamente instabile, apre a prospettive complesse e pericolose, tanto a livello locale quanto regionale.
Declino del controllo di Hamas: fine di un’egemonia?
Hamas, da sempre forza dominante a Gaza, con una doppia natura politico-religiosa e militare, appare oggi gravemente indebolito, secondo fonti locali e analisti regionali.
Le guerre, i bombardamenti, la pressione israeliana e l’isolamento crescente hanno eroso la sua capacità di esercitare il controllo territoriale e soprattutto il monopolio della forza.
Il vuoto lasciato da Hamas non è stato riempito da un’alternativa istituzionale, ma da una galassia di clan familiari armati, molti dei quali già attivi sottotraccia negli anni passati, che ora stanno emergendo con forza.
Chi sono i nuovi padroni del caos?
Questi clan, ben radicati nel tessuto socio-economico di Gaza, non sono nuovi, ma stanno vivendo una nuova primavera. Alcuni sono storicamente coinvolti in traffici illeciti (armi, droga, sigarette, elettronica), altri si sono ibridati con elementi jihadisti o salafiti. La loro struttura è spesso tribale, con una leadership fortemente centralizzata a livello familiare.
Ecco una panoramica
Clan Abu Shabab (Tarabin): il più potente, ambivalente nei rapporti con Hamas e con presunti legami con Israele. Si dice che protegga e allo stesso tempo saccheggigli aiuti umanitari. Una milizia più mercenaria che ideologica.
Clan Dughmush (o Dajmash): già noto per il rapimento di Gilad Shalit, ha un passato di confronto diretto e violento con Hamas. Leader carismatici, ma instabili.
Clan Abu Tir: connesso ai traffici attraverso il Sinai, radicato nel sud di Gaza.
Clan Al Kashk: legato a strutture di potere locale, quindi potenzialmente in grado di assumere un ruolo amministrativo futuro.
Clan Abu Risha: influenzato dall’ideologia salafita, può rappresentare una futura minaccia in chiave jihadista.
Clan Baraka: affiliato ad al-Fatah, l’unico con una connotazione politica relativamente tradizionale.
Cosa significa tutto questo?
Le nuove dinamiche del potere a Gaza
Quella che si sta profilando non è una semplice crisi di leadership, è una trasformazione strutturale. Gaza sta passando da un’autorità centralizzata (Hamas)a un modello feudale e anarchico, in cui il potere è frammentato e localizzato, basato su logiche clientelari, militari e tribali.
È il passaggio da uno “Stato-movimento” (come Hamas) a un sistema warlordistico, dominato da signori della guerra locali.
La logica del potere senza ideologia
Molti di questi gruppi non sono motivati da una visione ideologica o da un progetto nazionale, ma, agiscono per interessi economici, territoriali, di prestigio e potere.
Questo li rende imprevedibili e potenzialmente molto più pericolosi di Hamas, perché:
non hanno una leadership unificata;
non sono rappresentabili né trattabili diplomaticamente;
possono cambiare alleanze con rapidità;
sono disposti a violenze indiscriminate per affermarsi.
Prospettive e scenari futuri
Una “somalizzazione” di Gaza
L’analogia più evocata è quella con la Somalia post-crollo del governo centrale: milizie armate in lotta per risorse e territorio, bande locali che diventano autorità di fatto, nessun controllo statale. In uno scenario del genere:
gli aiuti umanitari vengono sistematicamente sequestrati;
i civili sono stretti tra la fame e il terrore;
le milizie estendono il controllo in cambio di “protezione”, in stile mafioso.
Una guerra civile “a bassa intensità”
Hamas potrebbe tentare una riconquista della sua autorità perduta, innescando scontri interni sempre più violenti. Tuttavia, se non supportato dall’Iran o da altri attori regionali, è possibile che venga ulteriormente marginalizzato.
Israele e il “divide et impera”
Israele potrebbe sfruttare il caos per indebolire definitivamente Hamas e impedire l’emergere di un’alternativa politica unitaria. Alcune accuse recenti (come il presunto armamento del clan Abu Shabab da parte di Israele) suggeriscono una strategia cinica ma coerente: favorire la frammentazione del nemico per evitare che un’autorità unitaria possa risorgere.
Intervento esterno o missione internazionale?
Una possibilità teorica, ma attualmente remota, è quella di un intervento internazionale per stabilizzare Gaza, magari sotto l’egida delle Nazioni Unite o di una coalizione araba. Ma senza un cessate il fuoco duraturo e una volontà politica forte, questa opzione rimane improbabile.
Gaza senza guida, senza pace
La Striscia di Gaza si sta avvitando in un conflitto post-statale, dove il collasso dell’ordine preesistente non lascia spazio a nuove istituzioni, ma solo a nuove forme di caos.
I clan armati non sono la soluzione, ma il sintomo di un male profondo: l’assenza di speranza, di rappresentanza, di ordine e soprattutto di futuro.
Le prospettive, a meno di un’azione radicale da parte della comunità internazionale o di una svolta politica interna palestinese, puntano verso una lunga stagione di instabilità armata, che renderà impossibile qualunque progetto di pace e qualunque tentativo di ricostruzione.





