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IL VIANDANTE E LA MONTAGNA DI CRISTALLO

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di Saul Tonazot

Nel cuore remoto di un mondo non segnato da mappe, dove le ore si dissetano al fiume dell’eternità e i venti sussurrano i canti degli avi dimenticati, si ergeva una Montagna di Cristallo, talmente pura da riflettere il cielo stesso. Nessun uomo ne aveva mai toccato la vetta. Taluni sostenevano che non fosse fatta di materia, ma di ricordo. Altri, che chi vi saliva non tornava più indietro perché diveniva ciò che era sempre stato.

Un giorno, un Viandante senza nome, avvolto in un mantello intessuto di polvere e stelle, giunse alle pendici di quella Montagna. I suoi occhi ardevano d’un fuoco antico, eppure portavano con sé la dolcezza dell’ignoto. Non cercava gloria, né bramava ricchezze. Desiderava soltanto raggiungere il silenzio che dimora al centro di tutte le cose.

«Perché vuoi salire?» domandò il Custode della Soglia, un vecchio dai capelli come neve di luna, che pareva scolpito nel tempo.

«Perché non posso più restare nel piano degli echi», replicò il Viandante. «Voglio ascoltare la Voce.»

Il Custode allora sorrise, come fa il maestro che vede l’allievo risvegliarsi nel cuore dell’enigma. «Allora procedi.»

Così il Viandante iniziò l’ascesa. Ad ogni passo, il mondo attorno a lui mutava. I sentieri si piegavano come pensieri. I massi si facevano trasparenti. E, su ogni parete riflessa, egli vedeva i volti che aveva indossato nelle ere: il guerriero, il re, il mendicante, l’amante, il traditore ed il santo. Ogni immagine lo chiamava, tentando di farlo volgere indietro. Ma il Viandante proseguiva, lasciando dietro di sé le maschere come pelli consumate.

Alla prima soglia, una voce gli offrì potere: «Domina il mondo, e il mondo ti servirà.»

Egli passò oltre.

Alla seconda soglia, un’altra voce gli sussurrò amore: «Resta, e sarai amato per sempre.»

Egli sorrise e salì ancora.

Alla terza, il vuoto gli parlò: «Nulla ti attende. Solo la fine.»

Il Viandante s’inginocchiò. Non per paura, ma per gratitudine.

«Allora sia la fine ciò che sono.»

E in quell’istante, la vetta gli si rivelò.

Ma non v’era cima. Non v’era nebbia, né cielo, né terra. Soltanto Luce. Una Luce che non si vedeva con gli occhi, ma con l’essere. Una Luce che non abbagliava, ma ricordava. E, nella Luce, il Viandante comprese.

Non era mai salito. Non era mai partito. Egli era la Montagna stessa. Era il Custode. Era l’Eco e la Voce. Era ciò che cerca, e ciò che attende.

Allora sorrise, e divenne Silenzio.

E si narra ancora, nei villaggi dove le stelle sussurrano all’orecchio degli uomini, che ogni volta in cui un’anima intraprende il cammino, la Montagna sussurra il suo nome. Non per attrarla, ma per rammentarle ciò che non ha mai cessato d’essere.

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  • Redazione

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