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IL FUTURO DI PRIGOZHIN NELLE PAROLE DI LUKASHENKO

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Evgeny, dopo aver fatto le bizze con papà Vladimir, è stato affidato allo zio Alexandr.

Che la comparsata del leader della Wagner, in gita sindacale verso Mosca, non fosse un colpo di Stato, lo ha dichiarato lo stesso grande capo della compagnia di ventura, il quale, dopo essere stato definito traditore è stato perdonato ed è tornato ad essere un eroe.

Ieri il jet privato di Evgeny Prigozhin, partito dalla città russa di Rostov-sul-Don, è atterrato nella base aerea di Machulishchy vicino a Minsk alle 07:40 ora locale. A riportarlo è il giornale on line Ukrainska Pravda citando Belaruski Hajun, un media indipendente di monitoraggio militare bielorusso, che a sua volta cita i dati di Flight Radar.

Per capire cosa sarà il futuro del dispettoso Evgeny è necessario fare attenzione alle parole dello zio, dal quale lo ha spedito Putin.

“Non lo nascondo. E’ stato doloroso assistere agli eventi che sono successi nel sud della Russia. Non solo per me, molti dei nostri cittadini li hanno presi a cuore perché la Patria è una”, ha dichiarato il presidente della Bielorussia, Alexandr Lukashenko.

E, riguardo alla marcia verso Mosca organizzata dal gruppo Wagner, ha aggiunto: ”l’opposizione bielorussa era già pronta ad attuare lo scenario di una ribellione armata”, ma “c’è stata una falsa partenza”.

Lukashenko ha dato al suo esercito ”l’ordine di essere pronto a combattere” dopo la rivolta armata guidata da Wagner verso Mosca: “Ho dato tutti gli ordini necessari per portare l’esercito alla piena prontezza al combattimento. Dobbiamo essere più forti delle minacce che incombono sulla nostra terra. E le minacce arrivano di nuovo dall’Occidente”, ha aggiunto. ”La minaccia dell’Occidente incombe sulla Bielorussia”, ma Minsk ”ha le capacità tecniche per affrontarla”.

Prima affermazione importante: “La Patria è una”, ossia, che Prigozhin stia in Russia o in Bielorussia fa poca differenza .

Seconda affermazione, da leggere in controluce: “C’è stata una falsa partenza”, ossia c’è stata una partenza falsa, che non era una vera partenza, ma una comparsata.

Terza affermazione: “L’esercito bielorusso è pronto a combattere le minacce che arrivano dall’Occidente”. Le minacce non arrivano dalla presenza della Wagner in Bielorussia, ma dall’Occidente.

Quarta affermazione: Minsk “ha le capacità tecniche per affrontarla”.

In buona sostanza Lukashenko ci sta dicendo che è pronto a difendersi da una minaccia, giocando d’anticipo, visto che per ora nei suoi confronti non si agitano venti di guerra e che ha le capacità tecniche per ogni evenienza, lasciando intendere che, tutto sommato, la presenza della Wagner gli è utile, soprattutto se schierata nei pressi di Kiev come deterrente.

Intanto Vladimir Putin ha parlato alla nazione, dicendo che “fin dall’inizio degli eventi”, su sue dirette istruzioni, “sono state prese misure per evitare molto spargimento di sangue. Ci è voluto del tempo, anche per dare a coloro che hanno commesso un errore la possibilità di cambiare idea, per chiarire che le loro azioni sono state fortemente respinte dalla società e per chiarire a quali conseguenze tragiche e devastanti per la Russia, per il nostro Stato, porta l’avventura in cui sono stati trascinati”.

Quelli della Wagner, insomma, hanno commesso un “errore” e hanno avuto la possibilità di cambiare idea (il tutto in 12 ore) e visto che hanno cambiato idea Putin offre loro di arruolarsi nell’esercito, di andare in Bielorussia o di tornare a casa.

“Ringrazio quei soldati e comandanti del Gruppo Wagner – ha detto Putin nel messaggio alla nazione – che hanno preso l’unica decisione giusta: non hanno commesso spargimento di sangue fratricida, si sono fermati all’ultimo momento. Oggi hanno l’opportunità di continuare a servire la Russia firmando un contratto con il Ministero della Difesa o altre forze dell’ordine, o tornare da parenti e amici. Chi vuole può andare in Bielorussia. La promessa che ho fatto si manterrà”.

Putin ha osservato che la stragrande maggioranza dei combattenti e dei comandanti del Gruppo Wagner sono “patrioti russi, devoti al loro popolo e al loro Stato, che lo hanno dimostrato con il loro coraggio sul campo di battaglia”.

Traduzione: quelli della Wagner hanno commesso un errore, si sono pentiti, sono patrioti coraggiosi.

Putin ha detto che una ribellione armata sarebbe stata comunque soppressa”, ma, come ha spiegato più volte Prigozhin, la “Marcia su Mosca” non era una rivolta armata e nemmeno un colpo di Stato (forse così venduta alle intelligence occidentali?), ma una manifestazione di protesta, una sorta di manifestazione sindacale che un effetto lo ha ottenuto, con un artificio degno della commedia dell’arte: lo spostamento della Wagner in Bielorussia, che come dice Lukashenko, è pur sempre la “Patria” nel senso di Patria unica. Spostamento che sottrae Prigozhin e chi lo vuol seguire dall’inserimento nell’esercito di Mosca.

Il gruppo di mercenari Wagner consegnerà alle autorità russe le ”attrezzature militari pesanti”, ha reso noto il ministero della Difesa russo in una nota.

La Wagner, spostata in Bielorussia, potrà continuare a operare in Africa, traendo fra l’altro dai Paesi africani risorse per il suo mantenimento e garantendo la continuità della presenza russa nel quadrante africano senza che a Mosca possa più essere addebitato alcunché.

Non mancano narrazioni tra le più diverse su quale ruolo possano avere avuto i servizi segreti russi, ucraini e occidentali nel golpe fallito messo in atto dal capo di Wagner.

Qui siamo nel pieno dominio della propaganda.

Il Cremlino parla di un’ingerenza straniera nel tentato colpo di mano. L’insurrezione è stata “ispirata dai servizi di intelligence occidentali”, ha dichiarato ai giornalisti il capo della Guardia nazionale russa (Rosgvardia), Viktor Zolotov, citato dall’agenzia di stampa Interfax. “Naturalmente la ribellione è stata preparata e ispirata dalle agenzie di intelligence occidentali perché ne erano a conoscenza, come hanno riferito loro stesse, già settimane prima che iniziasse”, ha affermato Zolotov, non escludendo che fossero coinvolti “ufficiali delle intelligence occidentali”.

L’intelligence statunitense ha raccolto “informazioni dettagliate” sui piani di Evgenij Prigozhin. Fonti anonime hanno riferito all’emittente “Cnn” che le agenzie di intelligence statunitense erano anche al corrente di “come e dove” i mercenari di Prigozhin avevano intenzione di avanzare verso Mosca, ma che tali informazioni sarebbero state condivise solo con un numero ristretto di alleati, tra cui il Regno Unito, ma non con tutti i Paesi della Nato.

Fatto grave, che fa capire che gli Usa non si fidano di tutti i Paesi Nato. Pessima mossa.

Le informazioni sarebbero state altamente classificate e anche all’interno degli Stati Uniti sarebbero state condivise solo con i vertici dell’amministrazione Biden e con membri del Congresso selezionati, i quali vengono aggiornati dall’esecutivo di dati e notizie di intelligence (la cosiddetta “Gang of Eight”).

Le fonti hanno aggiunto che alcuni alleati della Nato avrebbero reagito “con disappunto” alla mancata condivisione di informazioni da parte di Washington. I dettagli non sarebbero stati inviati nemmeno alle autorità ucraine, per evitare eventuali intercettazioni da parte di Mosca.

La conduzione della partita informativa mette in evidenza le crepe esistenti all’interno della stessa Nato, cosa che fa capire come la realtà sia ben lontana dalla propaganda altisonante dell’unità dell’Alleanza e dell’Unione Europea.

Crepe che escono anche dalle parole di Viktor Orban, il quale, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano “Bild”, ha detto che una vittoria sul campo da parte dell’Ucraina nella guerra che le è stata mossa dalla Russia è “impossibile”. L’ex repubblica sovietica “finirà i militari prima dei russi” e, “alla fine, sarà questo il fattore decisivo” per l’esito del conflitto.

Il capo del governo di Budapest ha specificato di “non argomentare contro gli ucraini” e di “non voler passare per qualcuno che non spera” in una loro “possibilità di sopravvivere” all’invasione russa. Allo stesso tempo, Orban ha evidenziato: “Tuttavia, sto con i piedi per terra. La realtà è che il tipo di cooperazione tra Ucraina e Occidente è un fallimento”.

Il primo ministro dell’Ungheria ha continuato: “Non intendo influenzare gli ucraini, ma chiedo sempre pace, pace, pace”. In caso contrario, la popolazione del Paese aggredito dalla Russia perderà “un’enorme quantità di ricchezza, molte vite” e sarà teatro di “distruzioni inimmaginabili”. Pertanto, secondo Orban, “la pace è l’unica soluzione in questo momento”. Ora, ciò significa “un armistizio” tra Ucraina e Russia. In merito alla conclusione della guerra in Ucraina, il primo ministro dell’Ungheria ha affermato: “Ciò che conta davvero è quanto vogliono fare gli americani”. Per il capo del governo di Budapest, infatti, l’Ucraina “non è più uno Stato sovrano, non hai soldi, non ha armi” e può combattere “soltanto perché sostenuta dall’Occidente. Per tali motivi, ha dichiarato Orban, “se gli americani decidono di volere la pace, la pace ci sarà”.

“Fin dall’inizio, la mia posizione è stata che non avremmo dovuto trasformare la guerra in una guerra globale o qualcosa del genere, ma isolarla e spostare la responsabilità dai militari ai politici e ai diplomatici, perché questo conflitto non doveva accadere”.

Secondo Orban, l’unico modo per “salvare l’Ucraina” è che gli Usa avviino negoziati con la Russia, raggiungendo “un accordo su un’architettura di sicurezza” in cui l’ex repubblica sovietica trovi “un posto”. Allo stesso tempo, come osservato da Orban, “gli ucraini hanno diritto di decidere del proprio futuro, se andare in guerra o meno”. Al riguardo, il capo del governo di Budapest ha aggiunto: “È anche nostro diritto fornire o meno armi e denaro se gli americani lo vogliono. Vogliamo essere in pace. Ecco perché non diamo soldi e armamenti a nessuno, neanche agli ucraini, vogliamo soltanto negoziare e raggiungere una pace e un armistizio. Dipende dagli americani”.

Orban ha infine respinto l’ipotesi che, dopo una vittoria in Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin possa attaccare la Polonia e gli Stati baltici. Secondo il primo ministro ungherese, tale scenario non si verificherà perché la Russia “non è abbastanza forte”. Inoltre, la guerra in Ucraina ha dimostrato “con chiarezza” che la Nato è “molto più forte della Russia”.

E che di pace si debba finalmente parlare lo dimostra la presenza, oggi e domani, del cardinale Zuppi a Mosca tre settimane dalla missione del 5 e 6 giugno a Kiev.

Mercoledì scorso, commentando le prime reazioni di Mosca alla prossima visita del cardinale Zuppi il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha detto: “Mi pare siano positive, fin dall’inizio hanno manifestato la loro disponibilità a riceverlo, adesso si tratterà di vedere a che livello sarà ricevuto e non posso prevedere i risultati di questa visita”. “A Mosca c’è dunque la disponibilità a riceverlo – ha aggiunto -, non so però se da parte di Putin: su questo non saprei proprio rispondere”.

   “Per la pace in Ucraina – ha sottolineato Parolin – bisogna cominciare a parlare un po’ più di pace, non si deve rimanere prigionieri di una logica di schieramenti e di guerra e poi si deve offrire spazi di mediazione”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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