
di Giuseppe Augieri
Oramai la politica è uno scambio di comunicati, dichiarazioni, condanne, indignazioni e controindignazioni, attacchi e difese. Tutto fatto di parole ed ancora parole, in un ambiente colmo di odio e rancori avvolto in una coperta fatta di disprezzi, presunzioni e supponenze. Fatti concreti: non pervenuti.
Il “noi vogliamo” è legato ai bisogni veri ma fuori del mondo concreto dell’economia e dalla complessità dei rapporti internazionali; la risposta “abbiamo già fatto” legato a risanamenti difficili e tare storiche ma altrettanto fuori dalla realtà da sanare. In politica estera una confusa e grigia “prudenza” che viene contestata con prese di posizione molto donchisciottesche che ne fanno perdere credibilità. In economia una scuola di pensiero liberal-conservatore che ottiene qualche successo non riconosciuto dall’opposizione; non perché figlio di una elaborazione politica e strategica diversa e contraria alla propria ma perché, comunque, qualcosa di cui la maggioranza può vantarsi: e difatti si vanta facendo strage di fegati.
Due vuoti che si incontrano. Alla ricerca di variazioni di “gradimento” in quantità omeopatiche, ma trascurando il torrente impetuoso che scorre sotterraneo e che prima o poi uscirà fuori. Lo sarà in Spagna tra poco. Sobbolle in tutta Europa.
L’essere lontano da un piano alternativo all’attuale maggioranza non sembra preoccupare nessuno dalle nostre parti. L’affrontare il tema di un chiarimento all’interno dell’opposizione perché si definisca un credibile progetto per riprendere la guida del Paese non mi sembra presente. Le “rivendicazioni” dell’opposizione si riducono esattamente a questo: rivendicazioni. Come se il confronto politico potesse assimilarsi ad una trattativa sindacale. La differenza di fondo, che sembra non cogliersi, è che quando si rivendica sindacalmente qualcosa non si mette in discussione che la controparte resti “padrona” della società, o dell’impresa, o dell’azienda. Con una sola eccezione, che ha fatto scuola non per il suo valore ma per aver perso una occasione storica che ancora paghiamo. Nel confronto politico invece il cambiare “padrone” dovrebbe essere l’elemento di base. O mi sbaglio? Oppure si vuole che il Governo resti quello che è e, solo, conceda qualcosa?
Dunque non si può presentare una “piattaforma rivendicativa” ma va apprestato qualcosa un po’ più complesso e completo. Non vedo nulla di questo.
Vedo invece discussioni infinite sull’astensionismo al voto politico, (e litigi futili su quello per il referendum) come se esso cadesse dal cielo e non da questa politica in definitiva solo parolaia.
Che in realtà fa emergere il dato che giudico il più preoccupante: un atteggiamento, un po’ comune a tutti, di dispregio per il corpo elettorale. Che se vota come a te non piace è “incapace di capire e sbaglia” (per usare il termine più dolce fin qui letto, ma c’è di molto molto peggio) ed è “il nemico”; e se non va a votare è perché siamo di fronte ad un nuovo capitolo di edonismo, perché c’è immoralità nella politica, perché quello è antipatico o tanto altro di simile.
Mai domandarsi se la gente capisce di più di quello che si pensa e che dunque forse si sta facendo qualche errore. Questo mai. Vorrebbe dire anzitutto cambio di dirigenze. Ma scherziamo?





