
Ancora una volta il gioco si ripete. Da una parte chi vorrebbe eliminare Putin per trattare con un establishment russo allo sbando e dall’altro una reazione furiosa della Russia.
In forme diverse, ma con un copione sempre uguale, l’idea di qualche pazzo è quella di eliminare il presidente russo, di mettere la Russia in una situazione di sbandamento, con lotte intestine di potere tra varie linee, con la conseguenza di far emergere una leadership accondiscendente con l’idea che Mosca si deve ritirare, deve dichiarare la fine della guerra e, in pratica, dare ragione a chi, sin dal 2014, ha avviato un processo che sta producendo disastri enormi.
Un tentativo di destabilizzazione è stato compiuto il 23 giugno del 2023 dal leader del gruppo paramilitare Wagner Yevgeny Prigozhin, che ha marciato su Mosca con i suoi mercenari, accettando in seguito di interrompere la marcia, dopo un colloquio telefonico con il leader bielorusso Aleksandr Lukashenko.
L’agenzia “Tass” affermò che Prigozhin si sarebbe fermato in quanto era stata individuata una “soluzione accettabile” per risolvere la situazione, con annesse anche delle garanzie di sicurezza per i combattenti del gruppo Wagner.
La realtà è che Prigozhin è morto, che la Wagner è stata sciolta e che i mercenari sono stati messi sotto il controllo dell’esercito russo.
Vladimir Putin aveva accusato il capo della Wagner, un tempo un suo fedelissimo, di “un alto tradimento” e aveva detto: “sarà punito”. Detto, fatto.
Con toni che confermano la gravità della minaccia, il leader del Cremlino aveva definito la rivolta armata una “pugnalata alla schiena” e ammesso che la Russia stava combattendo “la battaglia più dura per il suo futuro”.
Come riferiva al tempo l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) “secondo fonti di intelligence britannica, i reparti della Wagner, rientrati in territorio russo attraversando il confine ucraino in più punti, sarebbero arrivati quasi alle porte di Mosca in poche ore. La rivolta di Prigozhin, la sfida più diretta al sistema di potere russo dall’inizio delle guerra, ha mostrato che Putin non ha più alcun controllo delle forze armate che non hanno opposto praticamente alcuna resistenza alla rapidissima avanzata dei suoi mercenari”.
“È significativo – aggiungeva Ispi – che nelle ore concitate seguite all’annuncio di Prigozhin, alcuni alleati chiave del capo della Wagner si siano allontanati o abbiano condannato la sua insurrezione. Tra questi il generale Sergei Surovikin, noto in Occidente come ‘generale Armageddon’ per la sua distruzione della città siriana di Aleppo. Surovikin, ex comandante delle forze di terra russe in Ucraina, molto popolare tra gli ultranazionalisti del paese la cui retrocessione lo scorso anno aveva provocato vibranti proteste on line” aveva esortato i miliziani a tornare in caserma e a ubbidire al presidente.
Allo stesso modo, il leader ceceno Ramzan Kadyrov, complice di Prigozhin lo scorso anno nel puntare il dito contro i vertici militari russi definendoli con disprezzo “generali in tempo di pace”, aveva preso le distanze da Prigozhin, dicendosi pronto ad aiutare il Cremlino “a mettere fine alla ribellione”. Anche gli influenti blogger militari russi favorevoli alla guerra e alcune agenzie di sicurezza, come il servizio di intelligence dell’FSB, hanno denunciato il capo della Wagner, schierandosi con il Cremlino.
Vero o non vero, il fatto certo è che il Cremlino ha attribuito la rivolta di Yevgeny Prigozhin ai servizi occidentali.
L’ipotesi di un ruolo dei servizi occidentali è emersa, ovviamente, principalmente da fonti russe, ma anche da alcuni commentatori, come l’ex agente CIA Scott Ritter, che ha suggerito che Prigozhin potesse agire “al servizio di Kiev e dei servizi occidentali” per creare instabilità in Russia, paragonando la rivolta a un “momento Maidan”.
Ritter ha ipotizzato che il tempismo della ribellione, coincidente con difficoltà nella controffensiva ucraina, potesse indicare un coordinamento con l’Occidente per destabilizzare il governo russo.
Secondo alcune fonti occidentali, i servizi di intelligence di Stati Uniti e altri Paesi alleati erano a conoscenza dei piani di Prigozhin in anticipo, grazie a intercettazioni di comunicazioni elettroniche e immagini satellitari. Questo suggerisce che l’Occidente monitorasse da vicino le tensioni interne alla Russia, ma non implica necessariamente un coinvolgimento attivo nell’organizzazione della rivolta.
I funzionari occidentali citati hanno indicato che il piano di Prigozhin aveva inizialmente buone probabilità di successo, ma è fallito a causa di una fuga di notizie che ha costretto il leader Wagner a improvvisare, riducendo l’efficacia della sua azione.
Comunque sia, Putin dopo due anni è saldamente al potere e Prigozhin è morto.
Veniamo al 20 maggio 2025. Durante la sua visita nella regione di Kursk, lo scorso 20 maggio, l’elicottero del presidente russo Vladimir Putin si sarebbe ritrovato al centro di un massiccio attacco di droni ucraini.
A rivelarlo è il comandante della divisione di difesa aerea russa Yuri Dashkin nel programma Vesti Nedeli sul canale televisivo Rossiya 1. Secondo Dashkin, il massiccio attacco dei droni è stato respinto con successo e l’esercito russo ha garantito pienamente la sicurezza del presidente.
Il 20 maggio Putin si era recato nel Kursk, la regione al confine con l’Ucraina che la Russia aveva annunciato di aver liberato dalle forze di Kiev alla fine di aprile dopo l’incursione dello scorso agosto. In quella occasione, definita dal Cremlino “un viaggio di lavoro”, Putin aveva incontrato il governatore ad interim, Alexander Khinstein, e i rappresentanti delle organizzazioni di volontariato.
Putin aveva anticipato, nel suo incontro con il governatore Khinshtein, l’estensione della zona a economia speciale per l’intero territorio con misure discusse con il ministero dello Sviluppo economico per evitare che imprese di altre zone del Paese si trasferiscano nel Kursk solo per beneficiare dei sussidi. Putin aveva anche visitato il sito dove è in fase di costruzione la nuova centrale nucleare Kursk-2 nella città di Kurchatov.
Se la notizia corrisponde al vero, è del tutto chiaro che l’attacco all’elicottero è del tutto una follia tesa, ancora una volta, a decapitare il vertice russo. Gli ucraini e le intelligence occidentali che li supportano non potevano non sapere che nell’elicottero in oggetto c’era Putin e attentare direttamente alla vita di Putin mentre si vogliono intavolare trattative significa, chiaramente, farle fallire sul nascere.
Ancora una volta Putin è rimasto illeso e rimane l’interlocutore, piaccia o non piaccia.
La risposta russa è stata violentissima, con una quantità di bombe, missili e droni in grande quantità, anche su Kiev.
Una risposta durissima che ha fato dire a Donald Trump: “Non sono contento” di Vladimir Putin: “non mi piace quello che sta facendo, non mi piace per niente. Non so cosa gli sia successo”.
Putin “è impazzito. Sta uccidendo molte persone. Missili e droni contro le città in Ucraina per nessuna ragione. Ho sempre avuto un buon rapporto con Putin, ma gli è successo qualcosa”, ha scritto Trump, sottolineando che tentare di conquistare tutta l’Ucraina porterà alla “caduta” della Russia. “Ho sempre detto che voleva tutta l’Ucraina, non solo una parte, e forse sta iniziando a rivelarsi giusto, ma se lo fa porterà alla caduta” del suo Paese, ha aggiunto il presidente Usa.
Tuttavia Trump non risparmia critiche nemmeno per Volodymyr Zelensky: “Non fa un favore” all’Ucraina “parlando come fa: tutto quello che esce dalla sua bocca crea problemi. Non mi piace, è meglio che smetta”.
La guerra “non sarebbe mai iniziata se fossi stato presidente. Questa è la guerra di Zelensky, Putin e Biden, non di Trump. Io sto solo aiutando” a mettere fine a un conflitto “iniziato da una grossa incompetenza e odio”.
Nel frattempo le forze russe continuano a premere, soprattutto nel Donbass, per tentare di completare la conquista dalla ricca regione mineraria. Ieri è stata rivendicata la conquista del villaggio di Romanivka nel Donetsk.

Il think tank britannico Royal United Services Institute, che si occupa di difesa, rileva che il reclutamento dei militari è andato secondo le aspettative ed ora l’Armata di Putin, dopo aver fatto una serie di avvicendamenti nei comandi e accumulato scorte, è pronta ad aumentare il ritmo dell’azione. La stima è che l’offensiva estiva avrà un avvio graduale con un costante aumento del numero e della portata degli assalti su un’area sempre più ampia.
Quanto a Kiev, oltre a insistere con la richiesta di armi agli alleati della Nato, tenta di rinforzare il proprio esercito. Secondo il Wall Street Journal il governo sta offrendo soldi e benefit ai giovani della generazione Z per arruolarsi.
Per ora il programma, conosciuto come Contract 18-24, non ha avuto un grande successo con solo 500 arruolamenti da quando è stato lanciato in febbraio.
Per il resto, l’unico segnale di speranza, al termine di questa ennesima giornata campale, è la liberazione dell’ultimo gruppo di prigionieri di guerra, come da accordi di Istanbul, che ha aggiornato il bilancio a 1.000 per parte. Dall’inizio dell’invasione sono già tornati a casa 5.757 cittadini ucraini e stranieri. Kiev ha fatto sapere che si lavora per finalizzare un nuovo scambio con Mosca.
Escono, frattanto, indiscrezioni sulle possibili richieste poste da Mosca sul tavolo di Istambul.
Una prima richiesta per far cessare le ostilità punterebbe al ritiro delle truppe ucraine dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, territori orientali controllati in buona parte dalle forze russe ma dove proseguono i combattimenti
In secondo luogo, al ritiro seguirebbe il riconoscimento internazionale delle quattro regioni occupate insieme alla penisola della Crimea, annessa nel 2014. Anche in questo caso la Russia avrebbe avanzato una richiesta superiore alla bozza americana che prevedeva un riconoscimento de jure della Crimea e de facto degli altri territori controllati
Un altro punto non presente nella proposta Usa riguarderebbe lo status militare dell’Ucraina che la Russia vorrebbe “neutrale”, priva di armi di distruzione di massa e di truppe alleate sul suo territorio
Tra i punti esposti dalla delegazione russa in Turchia ci sarebbe poi la mutua rinuncia a richieste di risarcimento per i danni causati da oltre tre anni di conflitto. Nella bozza stilata da Washington era invece previsto un fondo per Kiev da destinare alla ricostruzione.
All’indomani del primo round di colloqui a Istanbul, Mosca aveva fatto sapere di voler riprendere le trattative una volta che sarà completato lo scambio di prigionieri così come siglato durante il vertice.





