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IO NON ANDRO’ A VOTARE

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di Vito Schepisi

L’istituto del referendum abrogativo non mi ha mai convinto del tutto.
Se usato per il normale confronto sulle scelte – su cui già la politica, attraverso il Parlamento, in cui i rappresentanti del popolo concorrono alla formazione delle leggi, ha trovato i suoi equilibri – si risolvono in una sorta di rivalsa di chi non ha i numeri per varare una legge di riforma.
Diverso sarebbe stato il referendum propositivo, per dar modo alla popolazione d’introdurre leggi che il Parlamento tardasse a trattare, ovvero ne negasse il consenso.
Chi dovesse negare che il referendum dell’8 e 9 giugno abbia una funzione ben più politica, e d’assoluta valenza ideologica, rispetto ai quesiti posti, o non ha capito niente, o mente.
Anche il consenso sui quesiti posti sono così tanto minoritari nel sentimento vero del Paese, da non poterci esimere dall’approfondire le ragioni vere della celebrazione dei quesiti referendari.
Certamente, per completezza, è d’obbligo informare che alle tasche dei contribuenti costeranno 150 milioni di Euro.
I referendum, se non ci fosse la facoltà prevista dalla Costituzione, del “quorum”, li vincerebbero i proponenti cioè Landini e compagni.
Gli italiani, in maggioranza, infatti, non sembrano interessati ai quesiti proposti.
Sanno che sono un inganno, perché proposti più per rivalsa e con lo spirito d’apparire buoni e bravi, che non per fare l’interesse degli italiani e del Paese.
Quelli sul lavoro, infatti, fanno parte del pacchetto del “Jobs act”, portato in Parlamento nel 2014 dal PD (si lo stesso partito che oggi li vorrebbe abrogare! E basterebbe questo per capire che in quel partito degli eredi del PCI e della DC ci sono personaggi … mitologici!) per favorire, attraverso la “flessibilità”, la creazione di decine di migliaia di piccole aziende.
La verità è che la sinistra rosica ogni volta che si crea un posto di lavoro in più.
La sinistra più massimalista è contro il benessere del popolo. E la ragione è nel fatto che senza l’esasperazione ideologica non camperebbe.
La creazione di nuove imprese (è bene precisarlo!) non solo ha creato nuova occupazione, ma ha anche favorito la crescita del PIL, e non è poca cosa se serve per poter rendere più sostenibile lo spaventoso debito pubblico italiano!
L’altro quesito riguarda la riduzione da 10 a 5 anni degli anni di presenza in Italia degli immigrati, per poter ottenere la cittadinanza italiana.
Un grande e delicato problema che sta coinvolgendo tutta l’Europa con paesi che, nel merito, stanno provando a fare qualche passo indietro.
Una facoltà, pertanto, che striderebbe fortemente con ciò che sta accadendo in Italia ed in Europa, come conseguenza delle politiche migratorie senza controllo.
Le grandi città italiane, infatti, sono state trasformate in campi di battaglia.
Oltre ai costi, aumentano le già tante difficoltà per la sicurezza.
Tornando ai referendum saranno tanti i cittadini italiani che, disinteressati a questa ulteriore prova di follia, non andranno a votare.
Andare dunque a votare, e votare “NO”, non sarebbe pienamente utile: farebbe, infatti, il gioco dei proponenti che contano solo sul quorum per uscirne vittoriosi.
Landini, Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli coi loro seguaci andranno, invece, in massa a votare, contando di trascinarne quanti più possibile, pur se contrari.
E’ per questo che attaccano, facendo leva sull’etica, il “NON VOTO”!
Non andando a votare, invece, s’avrebbe modo anche di poterli contare e d’accorgersi che sono minoranza … assoluta!
Contarli e capire se sia un bel gioco quello di spendere 150 milioni di Euro dei contribuenti per soddisfare i capricci dei perdenti.
Le leggi si fanno e si riformano in Parlamento: si discutono, si analizzano, si affrontano le questioni più delicate, si crea la possibilità del confronto, si verificano le incidenze dei costi, le ricadute finanziarie e le compatibilità.
Si è sempre detto che la democrazia è confronto e consenso, non sfascismo e dissenso pregiudiziale.
L’istituto del “referendum abrogativo” andrebbe usato tuttalpiù per questioni dirimenti che coinvolgano, su questioni di grande valenza etico-sociale e politica, la coscienza dei cittadini.
Gli Italiani non sono tutti “Landini” che fanno gli arruffapopolo pagati dai lavoratori.
IO NON ANDRO’ A VOTARE, anche perché il “FLOP” di personaggi come Landini e compagni potrà essere come nel 1980, dinanzi ai cancelli della Fiat a Torino, con la marcia dei quarantamila.
Sarà la vittoria degli italiani che vogliono scegliere di crescere e contare, non pedine da usare nelle piazze per soffiare sul fuoco del tanto peggio, tanto meglio.

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