
di Marco Sarli
L’esercizio del golden power nei confronti dell’offerta pubblica di scambio, avanzata da UniCredit nei confronti della BPM, ha lasciato di stucco la Banca Centrale Europea e quanti credono nel principio che le operazioni di consolidamento nel settore bancario abbiano esclusivamente un parametro di riferimento, e cioè il giudizio degli azionisti degli istituti coinvolti.
In buona sostanza, il DPCM del Governo Meloni considera UniCredit alla stregua di una banca straniera, dimenticando che è in BPM che una banca francese è di poco arrivata a controllare il 20 per cento del capitale, mentre UniCredit ha sì un azionariato diffuso ed è in buona sostanza gestita da un accordo tra Fondazioni bancarie che più italiane non si può.
Alla luce del fatto innegabile che le previsioni del Governo intervengono pesantemente nelle condizioni previste dall’offerta l’istituto di credito guidato da Andrea Orcel, quest’ultimo ha chiesto all’ente regolatore, la Consob, un mese di tempo per trattare da un lato con l’esecutivo e dall’altro per esercitare, in sede giudiziaria, le azioni che ritiene più opportune per tutelare i propri interessi. Una richiesta che trae fondamento nella stessa abnormità del decreto articolato in ben dodici pagine.
Si tratta, quindi, di poco più di un atto dovuto per la Commissione presieduta da Paolo Savona. In quanto, al di là delle posizioni, è evidente che l’intervento governativo ha natura e portata tale da modificare i presupposti stessi dell’operazione proposta dall’istituto di via Gae Aulenti e, infatti, esperiti i passaggi collegiali interni alla Consob, il consiglio ha deliberato con una maggioranza di tre contro due di concedere a Unicredit il mese in più richiesto per valutare se procedere o meno all’operazione, anche alla luce del fatto che nell’integrazione di Anima in BPM non era stato concesso dalle autorità competenti il cosiddetto Danish Compromise, un elemento che a sua volta aveva effetti significativi sull’operazione complessiva.
La decisione della Consob, ma ancor più il voto determinante del Professor Paolo Savona ha suscitato l’ira di ambienti qualificati della maggioranza di centro destra, che hanno visto nella decisione una sorta di facilitazione per Andrea Orcel ed una contrapposizione riguardante le decisioni dell’esecutivo.
Sorprende che il Governo non accetti una deliberazione del soggetto preposto a regolare tali attività, ovvero la Consob, quasi pretendendo che una personalità di indiscussa probità e terzietà come il professor Savona prenda posizioni politiche, cosa che, peraltro a ben vedere la sua storia, non gli è mai appartenuta.
Basti ricordare quando, in occasione dell formazione del governo Conte, fu cancellato in extremis dalla lista dei ministri in qualità di ministro del Tesoro, una cancellazione voluta dal presidente della Repubblica, per poi essere nominato ministro per i rapporti con l’Unione Europea. Accadimento derivato con tutta probabilità dal suo essere stato troppo scettico nei confronti dell’euro, posizione peraltro che lo stesso condivideva con Guido Carli e l’allora giovane Mario Draghi, in quanto riteneva che, in estrema sintesi, una moneta doveva avere come presupposto, al di là degli aspetti federali, almeno politiche economiche e fiscali convergenti, compreso il debito comune.
Da gran signore, qual’è, il Professor Savona ha dichiarato che se qualcuno lo vuole, ai massimi livelli dell’Esecutivo, lui è prontissimo a farsi da parte. Nobile dichiarazione, che testimonia la sua logica di uomo al servizio delle istituzioni, che ci auguriamo non abbia nessun seguito, in quanto il presupposto delle Authority è l’assoluta indipendenza delle stesse. Il che sta a significare che il Governo deve svolgere il suo ruolo senza pretendere sostegni impropri, soprattutto ricordandosi che lo stesso dovrebbe essere super partes e non pars.





