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ISTANBUL, LA MOSSA DELLO SCIACALLO: RUSSIA GUADAGNA TEMPO, L’OCCIDENTE SI GUARDA I PIEDI

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di Fvumentavius

Il tempo è maturo per fare un commento su Istanbul e il cosiddetto “reinizio” delle trattative tra Ucraina e Russia.
Negli ultimi giorni ci siamo sorbiti una sfilza di titoloni, breaking news farlocche e deliri giornalistici su un ipotetico faccia a faccia tra Zelensky e Putin. La solita messinscena mediatica senza fondamenta. Chiunque abbia due neuroni funzionanti e una vaga idea di come funziona la diplomazia internazionale sapeva benissimo che un incontro del genere non si sarebbe mai tenuto. Mosca non si fa convocare da Kiev, e tantomeno manda lo zar a sedersi con quello che considera un fantoccio.
E no, non è solo questione di ego. È questione di gerarchia, di strategia, e soprattutto di narrativa: da mesi la macchina propagandistica russa lavora per dipingere Zelensky come un presidente illegittimo, sospeso nel vuoto giuridico della legge marziale, mentre Putin – con l’87% da manuale bielorusso – si pavoneggia come l’unico leader “legittimo”. Ergo, secondo Mosca, non si può negoziare nulla con lui.
Poi, come da copione, arriva Trump a scombinare le carte. Quando l’Europa (per una volta) sembrava aver tirato fuori la spina dorsale con un ultimatum chiaro: “o tregua vera o si passa alle sanzioni toste”, ecco che il Cremlino sfodera il suo trucco preferito: il teatro negoziale infinito. Una specialità sovietica, affinata nei decenni da mummie come Gromiko, maestro di balle sonore e discussioni-palude dovfantocciutto si incarta, si confonde, si sospende. Putin e Lavrov, due vecchie puttane del sistema, in questo pantano ci nuotano come pesci nell’acqua. È il loro habitat naturale. La tattica è semplice: fingere apertura, innescare una finta trattativa, e prendere tempo mentre gli altri si logorano. E puntualmente, il “novizio” Trump ci casca a piedi uniti, vedendo nella pantomima di Istanbul un’opportunità da grande statista per “risolvere tutto con due chiacchiere tra uomini”. Patetico.
Nel frattempo l’Europa, come al solito, è rimasta lì a guardare, paralizzata. Aveva fatto la voce grossa con l’ultimatum, ma ora è chiamata alla prova dei fatti. Perché se le minacce si rivelano vuote, Mosca – che già considera i leader europei dei fantocci – perderà anche quel briciolo di rispetto strategico che ancora finge di avere.
E poi c’è l’altro dato di fatto: Trump non vuole fare nulla che possa davvero nuocere a Putin. La sua affinità ideologica con il modello autoritario russo è palese. Se mai dovesse continuare ad aiutare l’Ucraina, sarà solo per calcolo politico, non per convinzione.
Gli aiuti americani, intanto, scorrono ancora. Ma non illudiamoci: basta poco perché tutto cambi, soprattutto se si continua a perdere tempo dietro ai teatrini come quello di Istanbul. Il “circo” messo in scena non ha prodotto nulla, se non la solita farsa diplomatica, dove i professionisti della dissimulazione – Mosca – fanno il bello e il cattivo tempo mentre gli altri, in preda alla buona fede, si lasciano infinocchiare.
Una cosa, però, è chiara: se l’Europa non comincia a camminare con le proprie gambe, a smettere di chiedere il permesso e a far valere il proprio peso, resterà irrilevante. E continuerà a essere trattata come un figurante da chi il palcoscenico lo controlla da decenni, con l’arte consumata della presa in giro travestita da diplomazia.
P.S. Due parole su quello che leggo sui social a commento della stampa e degli youtubers.
Continua la sagra del tifo da stadio, con i soliti che si scannano a colpi di slogan da quattro soldi: “Putin ha perso!”, “Putin ha stravinto!”… ridicolo. La realtà, come sempre, è più complessa e molto meno eroica. Putin non ha vinto, ma nemmeno ha perso. Ha perso qualcosa, questo sì: uomini, risorse, reputazione e tempo. Ma non è interessato a evitare ulteriori perdite in termini umani. Vuole semplicemente perdere meno. Il che, in linguaggio russo, significa spremere l’estate al massimo, buttare dentro spallate frontali finché la Rasputiza non trasforma di nuovo tutto in fango. L’obiettivo? Consolidare ogni metro possibile, amplificare i guadagni territoriali da esibire, magari millimetrici ma gonfiabili in propaganda. E in pieno volano di economia di guerra, senza una transizione reale e garantita verso la pace, fermare la macchina significherebbe gestire il contraccolpo interno più che il nemico esterno. Non ha alcun interesse a fermarsi adesso. E finché dall’altra parte si balbetta, si improvvisa, si litiga su chi debba “osare di più”, lui continuerà a scegliere quando e come rallentare, ma sempre e solo ai suoi comodi.

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  • Redazione

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