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LE VERE EMERGENZE DEL CONCLAVE

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di Vito Sibilio

Il funerale di Papa Francesco è stato il momento culminante del suo pontificato. Ha visto per la prima volta unite tutte le anime della Chiesa attorno ad un Papa molto divisivo, in quanto è stato possibile ricordare solo ciò che di lui piacque a tutti, ossia la vicinanza agli ultimi, senza entrare in troppi dettagli sul modo in cui cercò di realizzarlo. Il lungo corteo funebre in una città non più sottoposta al dominio pontificio ha restaurato il potere simbolico del Papato su di essa e sul mondo. Ma la Sede Vacante ha posto tutta una serie di problemi, che però si riconducono ad una smilza sequela di cause di fondo, che il nuovo Papa dovrebbe avere ben presenti e soprattutto dovrebbe affrontare.

La prima causa è il soggettivismo etico. Bergoglio ha fatto ricorso a questo approccio per aggirare i severi divieti della Chiesa di accedere ai Sacramenti per i divorziati risposati e la Pontificia Accademia per la Vita l’ha usato per trattare il tema del contraccettivo meccanico e quello della fecondazione in vitro, anche se il Papa non ha dato seguito a questi spunti, forse per l’uragano di contestazioni che per poco non l’ha travolto dopo l’Amoris Laetitia. Ma sbaglia chi pensa che il problema siano le norme morali della Chiesa. Il problema è l’ingenua convinzione che il foro della coscienza possa decidere di volta in volta a cosa obbedire e come. Il soggettivismo etico implica una incomunicabilità tra il Legislatore etico – in questo caso Dio – e il suddito – ossia l’uomo – perché il secondo non sa mai quando può obbedire al primo e il primo, paradossalmente, non dovrebbe più considerare imputabile il secondo, anche quando gli disobbedisce, perché egli non ha coscienza della sua certa colpevolezza. Se infatti la situazione, esteriore o interiore, attutisce o cancella la colpa, è altrettanto vero che il soggetto difficilmente può determinare tutti i fattori che concorrono a ciò, per cui ognuno può solo agire e valutare per probabilità. Questo, filosoficamente, implica la morte della norma, ossia il trionfo dell’eccezione sulla regola, ma anche la fine della colpa e del merito. Teologicamente annulla la dottrina cattolica della salvezza, perché l’uomo, anche se ha la grazia, non sa né quando la può usare né quando l’ha realmente usata. Quanto basta per chiudere la baracca della Chiesa con tutto il suo corredo di opere buone prescrittive. Ribadita la condanna del soggettivismo, cesserebbe l’anarchia etica in cui versa il mondo cattolico, fatto salvo il principio della valutazione dei casi delicati per l’imputabilità delle azioni.

La seconda delle cause è la questione antropologica. L’uomo biblico è maschio e femmina, due generi determinati da fattori biopsichici e indipendenti dalla propria inclinazione sessuale. Oggi invece i generi sono scissi dal sesso biologico e, come è perfettamente ovvio, si è diffusa sempre di più l’idea dell’inesistenza ontologica del genere stesso, in una sorta di nominalismo antropologico. La dissoluzione dei sessi è solo il preludio della dissoluzione dell’uomo, rispetto agli altri esseri senzienti, tra i quali presto potremmo avere anche quelli artificiali. Bergoglio ha trattato questo problema dapprima come un fatto politico e solo dopo come una mitologia manichea. Il risultato è la sua cavalcata trionfale fino a piazza San Pietro. La crisi antropologica, che già ha causato danni sociali, produrrà una alterazione del dogma cristologico, perché il Cristo, che è Uomo e Dio, non sarà più intellegibile nella sua natura umana. Anche questo è bastevole a rottamare il Cristianesimo tutto intero, riducendo l’Incarnazione ad una sorta di docetismo.

La terza causa dei problemi è l’uso massiccio dei paradigmi neomarxisti sessantottini nella lettura dei problemi sociali. Uomo contro donna, etero contro omo, nativo contro straniero, uomo contro natura sono altrettante applicazioni della dialettica che in Marx era solo di classe. Essa segna il passaggio da una cultura liberale dei diritti, che li attribuisce alle persone in quanto tali, a una socialista, che li concepisce come espropriazione delle prerogative della categoria considerata dominante. Questa concezione, del tutto contraria ai principi cristiani – perché presuppone che Dio non abbia creato la concordia tra ordini diversi di creature – è entrata anch’essa a gamba tesa nella Chiesa da decenni. Il Papa defunto non ha saputo arginarla, anzi l’ha blandita, cercando di ammansirla, ma la sua mano è stata molte volte morsa dalla bestia entrata in casa. Il caso più eclatante è la conversione del Papato all’ecologismo radicale del green deal, mentre quello più discusso è il suo abbraccio col migrazionismo anarchico. Il ritorno al personalismo neotomista è l’unico modo che la Chiesa ha di recepire e fondare le istanze giuste dei movimenti neomarxisti, eliminando alla radice il contagio dei loro metodi.

La quarta causa dei problemi è la posizione della Chiesa nei confronti del mondialismo, oramai in declino con Trump alla Casa Bianca e la crisi della globalizzazione. Francesco si insediò quando esso era trionfante e aveva fatto di tutto per far precipitare nel caos il papato del predecessore. Ma la situazione è cambiata e il suo ultimo atto è stato ricevere privatamente il vice presidente Vance. Ora nel conclave serpeggiano manovre delle potenze in lotta tra loro. Il solito dossieraggio farlocco sull’onnipresente caso Orlandi si contrappone a quello, molto più drammaticamente solido, su quello McHarrick. Inglesi e francesi sono ancora globalisti, gli americani no. A farne le spese potrebbe essere il Segretario di Stato Parolin, che Parigi e Londra – e Davos alle loro spalle – potrebbero considerare troppo disponibile a flirtare con la nuova Amministrazione USA, ma anche con Pechino e Mosca. Il che significa che la libertas della Chiesa, la ragione per cui essa fa politica da quando è nata, è in pericolo se il nuovo Papa non prenderà posizione per il multipolarismo, come aveva già fatto Bergoglio. Il Papa futuro potrà anche disinteressarsi di ogni questione politica, ma su questo dovrà essere fermo e chiaro e buttare fuori dal Vaticano gli emissari della finanza mondialista del Bilderberg, della Trilateral, del CFR, del RIIA che in questi anni lo hanno semicolonizzato.

L’ultima causa è la crisi del trascendente nella Chiesa, il corrispettivo ecclesiastico della secolarizzazione del mondo occidentale. L’oblio di Cristo e della vocazione ultraterrena dell’uomo ne è il segno più palese nelle opere e nei giorni del clero, spesso affaccendato nella gestione di problemi umanitari. Se la fiaccola della speranza ultraterrena, kairologicamente presente già da ora nella vita del singolo, si estinguesse, la ragione stessa di esistenza della Chiesa scomparirebbe con lei e la motivazione di tanto attivismo filantropico morirebbe con lei. La funzione della Chiesa è custodire il sacro, cosa ancora più cogente in un mondo desacralizzato. Ma se il sale perde il suo sapore, con cosa lo si può rendere salato?

L’auspicio è che il Sacro Collegio sappia mettere bene il focus sui problemi, per evitare il rischio che, nel suo declino concomitante col tramonto dell’Occidente, la Chiesa contribuisca a un più rapido sopraggiungere delle tenebre.

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  • Redazione

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