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MEDIOBANCA-GENERALI, PONTI D’ORO AI VINTI

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di Marco Sarli

Abbassatosi il polverone suscitato dalla dichiarazione domenicale e a sorpresa di Alberto Nagel sul lancio dell’Offerta pubblica di scambio Mediobanca-Banca Generali è stato subito chiaro ai più chi aveva vinto e chi, pur forse salvando il posto di Chief Executive Officere di Piazzetta Cuccia, aveva e forse irrimediabilmente perso e cioè lo stesso uomo che aveva nel passato recente trofei quali la testa di Maranghi, erede designato di Enrico Cuccia e di quel Cesare Geronzi che da Capitalia era passato alla guida del Leone di Trieste, quelle Assicurazioni Generali da tempo guidate da un manager francese e che aveva appena proposto un patto alquanto discutibile sul risparmio gestito tra Le generali e un colosso francese specializzato in quel particolare ramo di attività.

Certo, il pronunciamento alquanto ostile del Governo sull’operazione proposta da UniCredit sul ricchissimo e ancor più potentissimo Banco BPM avevano più che chiaramente lasciato intendere che né Palazzo Chigi né Via XX Settembre avrebbero lasciato mano libera a Bernheim e ai suoi sodali francesi su quella che, dopo il turismo, è la vera specialità italiane e cioè quella ricchezza finanziaria, a volte dalle oscure origini, che caratterizza, con un peso sproporzionato sul Prodotto Interno Lordo, l’Italia, ricchezza che né Gorgia meloni, né Giancarlo Giorgetti, né tantomeno Mantovano volevano prendesse il volo dai patri lidi.

Se qualcuno avesse qualche dubbio sull’esito della partita, basterebbero le dichiarazioni concilianti sull’intera questione da parte della ”strana coppia” di pretendenti, con il produttore di lenti ed occhiali veneto che si accorge solo oggi delle qualità manageriali del banchiere e il palazzinaro, cementiere ed editore romano che, pur non esprimendosi in prima persona, lascia parlare voci del suo entourage.

Per quanto riguarda il Governo, la soddisfazione è tale che non vi è nemmeno bisogno di fare qualsivoglia dichiarazione per un esito che non era, alla vigilia, nemmeno immaginabile e che trasforma il colosso assicurativo sempre più in una public company, ma con due chiari soci di riferimento e molto graditi all’esecutivo.

L’unico dubbio potrebbe al più riguardare quel di Siena, ma anche su questo versante le dichiarazioni dell’amministratore delegato sono del tenore del “piatto ricco mi ci ficco” e, d’altra parte, come dargli torto visto che, anche se per interposta persona, si troverebbe ad affiancare l’arte creditizia più o meno tradizionale, ad un’attività molto sofisticata nel Corporate&Investment Banking, nella consulenza per le imprese italiane ed internazionali, una forza radicata nel credito al consumo e un vero e proprio colosso nel risparmio gestito, secondo quest’ultimo solo ad Intesa-San Paolo, ma chissà per quanto.

Ma, al di là della questione riguardante la sorte personale del numero uno, quello su cui è opportuno interrogarsi riguarda quello che sarà la Mediobanca al termine dell’operazione proposta dall’attuale management e che credo non troverà significativi ostacoli nei consigli di amministrazione delle società direttamente e indirettamente coinvolte.

Per comodità di discorso, supponiamo che né i soci forti, né gli investitori istituzionali abbiano ad eccepire a quell’eliminazione dagli asset di Piazzetta Cuccia dello strategico pacchetto del 13 per cento delle Assicurazioni Generali, la banca si troverà ad avere tre assi portanti di attività: il lucrosissimo segmento del credito al consumo rappresentato da “Compass”; l’altrettanto interessante e lucrosa attività di gestione del risparmio rappresentata da Mediobanca Premiere e Banca Generali e ultimo ma non da ultimo l’attività di banca d’affari specializzata nella consulenza ai collocamento e/o allo studio di operazioni in favore della clientela primaria.

Nagel sostiene di fronte alla comunità finanziaria che il 50 per cento e più deriverà dai primi due rami di attività e su questo versante c’è da credergli, mentre molto meno pacifica è la questione riguardante l’attività di banca d’affari anche alla luce del fatto che, in caso di successo dell’operazione proposta al mercato, l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, Lovaglio, vorrà certamente avere voce in capitolo almeno nelle operazioni di maggiore rilevanza e a maggior possibilità di impatto con le attività della banca commerciale da lui ottimamente gestita.

Il mondo della altissima finanza è, di fatto, un mondo molto strano e nel quale giocano colossi come UBS, BBVA, BNP Paribas, Credite Agricole, Barclays, HSBC, per non parlare delle Investment Banks e della maggiori banche di Oltre Oceano, tutte entità che non hanno al di sopra una banca commerciale, anche se a volte esse stesse lo sono. Si pone, o si potrebbe porre, un problema di riconoscimento e di appartenenza dell’istituto di Piazzetta Cuccia al club alquanto esclusivo delle banche di affari e questo fatto complicherebbe e di molto la possibilità della banca milanese di partecipare ai deal più importanti e che prevedono le commissioni più lucrose.

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  • Redazione

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