Home Cultura IN MORTE DI PAPA BERGOGLIO

IN MORTE DI PAPA BERGOGLIO

0

EDIZIONE SPECIALE

Vito Sibilio

Il pontificato di Papa Francesco si è chiuso, improvvisamente, questa mattina alle 7.30. Nonostante le sue cattive condizioni di salute, tutti ci aspettavamo e molti ci auguravamo che sopravvivesse ancora, non fosse altro per le condizioni caotiche in cui si svolgerà il prossimo Conclave. La prima cosa che viene in mente è, che a fronte della sua volontà di stare in mezzo ai fedeli fino all’ultimo, c’è stata senz’altro una trasandatezza del suo entourage nel consigliarlo su come comportarsi nella difficile convivenza. Ma adesso vorrei in un certo modo fare un bilancio, per quanto possibile, di un pontificato importante, anche se discusso e per certi versi discutibile, sul quale ovviamente si parlerà e si studierà ancora a lungo.

Bergoglio si capisce in quattro coordinate: la teologia del popolo- ossia la frangia ortodossa della teologia della liberazione – la Compagnia di Gesù di Padre Arrupe – nella quale egli si è formato e da cui ha recepito le tante contraddizioni e i molti fermenti che la turbavano negli anni sessanta, spesso fomentate dalle infiltrazioni comuniste – la teoria dell’opposizione polare di Romano Guardini – da lui interpretata letteralmente come metodo di governo – e il neomodernismo – la teologia dei suoi elettori, alla quale, si badi, egli ha aderito solo parzialmente e da un punto di vista disciplinare, non dogmatico. E’ inoltre importante per decifrare i comportamenti spesso ambigui del Papa la sua componente peronista, perché tutti gli argentini hanno nel DNA la politica del pendolo del presidente Peron. Infine, bisogna rammentare le condizioni in cui egli è stato eletto: la Chiesa era sottoposta a una pressione incredibile da parte dei poteri globalisti, Benedetto XVI – dopo una lotta senza quartiere contro la corruzione interna alla Chiesa e per la riproposizione della dottrina della Chiesa – aveva abdicato, le lotte intestine tra progressisti e conservatori giunte ad un punto senza precedenti che non aveva nemmeno rispettato nemmeno la sacra figura del Pontefice. Questi sei elementi hanno determinato culturalmente, condizionato psicologicamente e politicamente un Papa che, nato come progressista moderato, si è dovuto barcamenare tra i progressisti radicali e i conservatori che lo hanno visto sempre con il fumo negli occhi per aver interrotto la serie dei pontificati di lotta di Wojtyla e Ratzinger. A questo va aggiunto il caso del tutto inedito della convivenza con un Papa abdicatario dalla personalità e dal programma del tutto opposto ai suoi, punto di riferimento di tutti quelli che non lo amavano, e da cui ha ricevuto, in modo indiretto, un freno nella sua azione.

Bergoglio lascia una Chiesa in cui, a fronte di importanti aperture su problematiche pastorali, vi è una grande confusione dottrinale e canonica, nonostante l’apparente egemonia del fronte progressista. Questa confusione, lasciata svilupparsi nella speranza che facesse germogliare un nuovo ordine, dovrà per forza trovare un punto di equilibrio. Le aperture dovranno essere fondate in modo chiaro, o altrimenti lasciate cadere. Diversamente, corriamo il rischio di una completa dissoluzione della compagine dottrinale della Chiesa.

L’azione missionaria del Papa è stata senz’altro ampia e incisiva, in quanto ha usato tutti i mezzi della modernità, compresa la pastorale itinerante. Ma la necessità della nuova evangelizzazione nel Vecchio Mondo e quella di una scelta chiara tra la missione ad gentes e il dialogo interreligioso ed ecumenico si imporranno nell’agenda del nuovo Papa, perché le tre cose non sono tali da poter coesistere alla pari.

Il Papa ha plasmato un Collegio Cardinalizio e un Episcopato a sua immagine, ha teso l’arco per scoccare la freccia della collegialità, il che implica da un lato la necessità di concretizzare definitivamente le forme di questa partecipazione diffusa – auspicate sin dai tempi del Vaticano II  ma ancora in fieri – e dall’altra quella di dare voce a chi è stato messo da parte ma rappresenta ancora una grande, se non maggioritaria, parte della Chiesa.

Bergoglio ha dovuto in parte mettere in standby la riforma del clero intrapresa da Ratzinger, non perché non avesse la sensibilità sul tema, ma perché sapeva che la pulizia interna esigeva discrezione per non essere strumentalizzata dal mainstream anticattolico. L’azione è senz’altro proseguita, ma il focus del papato è stato al di fuori della Chiesa. Ora bisognerà guardare dentro, per dare un codice condiviso di comportamento ad un clero spesso incerto nella sua identità. Bisognerà anche chiedersi se c’è spazio per il clero uxorato, a cui lui ha chiuso la porta, di sua sponte, nonostante il (de) merito attribuito a Ratzinger.

Un discorso analogo può valere per la vita consacrata. Primo chierico regolare dopo secoli sul Soglio, primo gesuita, Bergoglio non ha apprezzato quelle forme più tradizionali di vita religiosa che pure sono tra le più fiorenti e non ha dato risposta alla crisi identitaria dei consacrati che travaglia Europa e Americhe, coprendola con un rinnovato attivismo dei membri delle famiglie religiose. Ma gli istituti di vita consacrata sono la spina dorsale della Chiesa e bisognerà rilanciare con forza le ragioni dell’adesione a questa forma di esistenza.

Ai laici, il Papa ha riservato il grosso delle sue energie. Proveniente da una regione cronicamente scarsa di clero, Francesco ha promosso in ogni modo la partecipazione del popolo fedele alla vita della Chiesa, lo ha ascoltato e lo ha sempre accarezzato. Ad esso ha proposto il modello latinoamericano classico, della sua giovinezza, in cui partecipazione, responsabilità e pietà religiosa sono tutt’uno. Purtroppo però il mondo di oggi è molto diverso e non si inserisce pienamente in questo schema interpretativo, per non parlare delle differenze radicali tra i laici del nord e del sud del mondo. Inoltre alcuni movimenti ecclesiali di grande influenza sono stati emarginati dal Papa, mentre altri sono stati esaltati, con ciò che ne deriva di rivalità e divergenze. La Sinodalità, lanciata da Bergoglio sulla scia delle comunità di base dei Gesuiti di Arrupe, è il lascito maggiore dell’Augusto Defunto, ma è anche il punto programmatico che dovrà essere gestito con più cura dal successore, per renderlo compatibile con la struttura tradizionale della Chiesa, una struttura che, a dispetto delle apparenze, Francesco non ha affatto depotenziato, servendosi della sua autorità per una modernizzazione dall’alto.

Poco attento alle questioni liturgiche, Bergoglio lascia una Chiesa in cui il culto non è abbastanza sacralizzato. Si tratta, sia chiaro, di retaggi decennnali, ma alla fine il Papa, accodandosi senza troppi patemi d’animo alle forme più estreme della rivoluzione del movimento liturgico, non ha avvertito l’urgenza di un intervento strutturato contro gli abusi. Tuttavia ha saputo assecondare l’inculturazione liturgica, mentre non ha capito le istanze, pure di nicchia, dei nostalgici del Vecchio Rito, forse perché troppo condizionato dalla lotta ecclesiastica parapolitica che si è sviluppata attorno ad essa, fino ad arrivare all’annullamento delle norme di Ratzinger con questi ancora in vita.

Le canonizzazioni di Francesco sono state tante e spesso molto indovinate. In queste scelte il Papa ha saputo valorizzare tutte le forme della vita spirituale della Chiesa. Da Giovanni Paolo II a Paolo VI, da Wyszynsky ai Pastorelli di Fatima, il pantheon bergogliano è affollato e variopinto, ma coerente nella sua molteplicità di modelli di vita.

Francesco non era un canonista, ma ha legiferato moltissimo, nello sforzo costante di un governo attento ed efficiente. La semplificazione delle procedure di nullità matrimoniale, la riforma della Curia, quella del Vicariato, quella del Conclave e moltissime altre cose fanno di lui un castigliano hombre de cabinet, che forse avrà bisogno di un nuovo Codice di Diritto Canonico per recepire le norme erratiche da lui promulgate.

Il Papa defunto ha fatto, nella formazione del clero nei seminari e nelle università, delle scelte oggetto di varie valutazioni. Alcune, come l’apertura agli omosessuali con inclinazione moderata all’ordinazione, gli sono state estorte con l’inganno. Altre invece sono il frutto della sua inclinazione. Ma un certo pressapochismo intellettuale che dilaga nella società e quindi nel clero ha lasciato il segno anche qui e la formazione scolastica appare bisognosa di correzioni per le insufficienze che, però, risalivano a molto prima. Molto discutibile la sua ripresa dell’antropocentrismo teologico di Rahner: la teologia è discorso su Dio e non sull’uomo e in questo modo la Chiesa finirà per perdere lo specimen della sua riflessione.

Una cura particolare il Papa ha riservato al suo piccolo Stato, le cui strutture ha potenziato per quanto possibile. In politica ha avuto un ampio respiro. Se nei suoi primi anni è stato appiattito sulle politiche del globalismo americano di sinistra trionfante, non appena si sono aperti spiragli, egli li ha colti. La critica alla NATO la cui espansione ha causato la guerra d’Ucraina, gli accordi con la Cina, l’equidistanza tra Palestina e Israele, la difesa dei cristiani perseguitati, il terzomondismo, l’impegno per la Patria Grande in America Latina, i buoni rapporti con la Ue e l’ultima, inaspettata apertura all’Amministrazione Trump rappresentata da Vance, sono alcuni aspetti della strategia globale di un Papa che, se ha avuto la vocazione ad essere leader della sinistra globale, non ha dimenticato che il suo trono è più in alto di tutti gli altri. A tale scopo ha potenziato la struttura diplomatica della Santa Sede e ha stretto un patto di ferro col partito dei diplomatici nella Chiesa.

Francesco è stato un convinto assertore dell’ecumenismo, ma di fatto è stato più vicino alle Chiese protestanti che alle Ortodosse, perché condizionato nelle aperture etiche dal background dei suoi più intimi consiglieri, provenienti da zone di cultura mista e profondamente secolarizzate. Pieno di sensibilità nel dialogo con Ebrei e Musulmani, il Papa ha tenuto alta la bandiera del dialogo interreligioso, cercando di utilizzarlo come fondamento di un nuovo umanesimo, sulla scia di Giovanni Paolo II. La sua sensibilità verso i non credenti a volte ha lasciato sconcertati, per una eccessiva comprensione delle ragioni di chi non crede senza una sufficiente motivazione di quelle di chi crede. Se Ratzinger fu il Papa degli atei devoti, Bergoglio lo è stato dei progressisti religiosi.

L’impegno per i poveri è stato senz’altro il distintivo di questo papato, che ha promosso molte iniziative benefiche. Se il suo migrazionismo è stato spesso demagogico o strumentalizzato, l’attenzione alle periferie sociali e morali è stata autentica. Se si è appiattito sul mainstream ecologista per quanto possibile alla Chiesa e se ha fatto suo un certo femminismo ed omosessualismo di maniera, Bergoglio ha sentito autenticamente i problemi degli emarginati e dei bisognosi, attingendo alla linfa più antica dell’umanitarismo cattolico. La famiglia naturale, nonostante tutto, quale sacrario della vita, è stata difesa dal Papa con fermezza.

Bergoglio è stato un uomo delle comunicazioni sociali, è stato protagonista del mainstream. Se i grandi media vaticani sono stati in parte da lui mortificati, come la Radio, il Papa ha continuato a pensare che il messaggio evangelico e sociale dovesse passare per i mezzi di comunicazione sociale, anche se spesso sotto di lui sono state privilegiate forme culturali non pienamente consonanti con l’insegnamento della Chiesa e col suo stesso magistero.

Uomo non propriamente colto – in senso accademico – Bergoglio ha avuto cura del patrimonio culturale del Vaticano e ha preso importanti iniziative di riqualificazione.

Non si può passare sotto silenzio l’attenzione alle finanze vaticane e ai loro problemi. Assertore della trasparenza e dell’efficienza, è stato accorto come spesso solo i regolari sanno essere. Risparmiatore, Bergoglio ha saputo preservare la sovranità finanziaria del Vaticano, in grave pericolo negli ultimi anni di Benedetto XVI.

Del tutto insensibile al fascino della Corte pontificia, di fatto da lui quasi smantellata, Bergoglio ha innestato il suo minimalismo sulla prosaicità borghese dell’Occidente, che ha creduto di trovare in lui un suo simile, mentre alle spalle di Francesco vi è un pauperismo autentico anche se spesso troppo iconico.

Il Pontefice, defunto in un momento di grande partecipazione emotiva alle sue vicende personali, lascia la scena del mondo in un momento difficile, suscitando una più forte simpatia per il modello di Chiesa che egli incarnava. La speranza è che il prossimo Papa sia un uomo con le idee chiare, la formazione salda, la fede sincera, per trasformare le utopie del defunto in un programma concreto. Un uomo che o conosca la sofferenza per la fede o abbia l’equilibrio secolare del governo centrale della Chiesa. Anche se tra i tanti Cardinali nominati dal Papa il numero spesso è andato a scapito della qualità.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui