
di Giorgio Cattaneo
“Re Carlo tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d’allor. Al sol della calda primavera lampeggia l’armatura del sire vincitor”. Sì, Fabrizio De André è proprio un passepartout: anche a distanza di anni, volendo, non c’è situazione a cui non siano giocosamente sovrapponibili i suoi versi (in questo caso scritti in tandem con l’amico Paolo Villaggio, per spernacchiare l’inglorioso Carlo Martello). Anche l’altro Carlo – il tedesco che regna sugli inglesi, nei giorni scorsi di passaggio a Roma – in fondo tornava da una guerra: i bene informati attribuiscono all’intelligence di Sua Maestà l’infinita sequela di provocazioni, anche sanguinose, inferte all’Orso Russo allo scopo di stanarlo e infine spingerlo a reagire brutalmente, invadendo il Donbass.
La dolorosa perdita di De André (e dell’iperbolico Villaggio) si fa ancora più acuta nel momento in cui sempre lui, il sovrano Hannover-Sassonia-Coburgo-Gotha, ora Windsor, si premura di ricordare graziosamente l’eroismo dei partigiani italiani di fronte all’attonito presidente della Camera e soprattutto al suo collega Ignazio Larussa, scuro in volto. Da Carlo III, anche un gentile omaggio all’intrepida Paola Del Din, prima paracadutista donna nella storia d’Italia. Una combattente fuori dal comune, arruolatasi nella friulana Brigata Osoppo dopo l’uccisione del fratello partigiano da parte dei nazisti. Paola Del Din è ancora viva, ha compiuto 101 anni. E ha ricevuto gli auguri da Carlo d’Inghilterra, formulati solennemente nel Parlamento italiano di fronte alle facce verdognole dei presidenti di Camera e Senato.
Tutta la manfrina anglo-capitolina sembra tratta dal manualetto “Mille modi per infastidire il governo italiano”, proprio adesso che il Matto della Casa Bianca s’è messo davvero a dare i numeri. Nel mirino del Picconatore, a ben vedere, ci sono soprattutto certi poteri: come la City di Londra, tanto per dire, e i suoi terminali di Wall Street, senza trascurare la romanità più antica e le grandi dinastie che tengono imprigionata l’Europa nella camicia di forza dell’eurocrazia oligarchica. Quanto al Belpaese, tornano in mente libri come “Colonia Italia” e “Il golpe inglese”: plastiche radiografie di una nazione quasi del tutto priva di sovranità, fin dalla sua nascita. Niente di strano, quindi, se il monarca londinese (nei panni di eterno tutore) si scomoda per impartirci paternalistiche lezioncine di storia. Beninteso: sono destinate a intralciare la Giorgia nazionale, palesemente a disagio tra i cannibali europei assetati di guerra.





