
di Paolo Boccuccia
Nessuno me ne voglia, ma ritengo giusto come incipit, “c’era una volta…”, visto come questa istituzione sia stata completamente stravolta al punto da tradire il suo millenario mandato nella società. Infatti, se c’è una istituzione che ha attraversato i millenni indenne, concettualmente simile nei più disparati contesti culturali e religiosi, quella è la “scuola”: una curiosa accezione che apparentemente contraddice il suo significato – infatti, schola, in latino significa “tempo libero”-.
Ma ben presto, ha assunto un significato più pregnante come “luogo dove maggiormente spendere il tempo libero”, cioè il luogo dove si tenevano discussioni filosofiche, scientifiche, aritmetiche etc. durante il tempo libero, fino a divenire “il luogo di istruzione per eccellenza”.
La troviamo tra i Sumeri sin dal IV millennio avanti l’era nostra, dove i reperti ci testimoniano che i percorsi formativi si articolavano in religione, grammatica, geometria, storia, geografia, ossia i dettami del buon cittadino, forte nelle sue radici, colto e intraprendente.
La troviamo in Egitto da oltre 2500 anni a.e.n., addirittura con corsi di lingua e letteratura straniera, con lo scopo di formare giovani da destinare alle funzioni amministrative dello Stato. Per non parlare della Persia, dove si accoglieva il ragazzo a sette anni, affidato dallo Stato a “uomini gravi e irreprensibili” che fino a 15 anni lo formavano sul piano sia fisico che culturale per passarlo, poi, a illustri insegnanti chiamati il “saggio”, “più giusto” “più temperato” e “coraggioso”.
La scopriamo nell’antica Grecia e poi nell’antica Roma, a detta di Plutarco, aperta nel III° sec. avanti la nostra era, con corsi di lingua e letteratura greca, latina, storia, geografia, geometria, fisica e astronomia.
Durante il Medio Evo, alla sua tenuta pubblica, provvedevano soprattutto le strutture religiose dove si imparava a leggere, a scrivere e a far di conto; successivamente fu strutturata in trivium e quadrivium, con approfondimenti in grammatica, retorica e logica, in piena analogia col mondo islamico.
In quel momento, la scuola pubblica, sia in mani laiche che religiose, aveva attraversato cinque millenni con l’unico obiettivo, in ogni parte del mondo: quello di formare il cittadino del domani, acculturato a sufficienza per mantenere rapporti civili con i suoi simili e svolgere dignitosamente una attività.
Eppure, nel Rinascimento quel magico filo arrivò a spezzarsi, perché l’insegnamento parve impregnarsi di quei riflessi religiosi che avevano diviso uomini e coscienze; ma ci pensò la riforma protestante ad incentivare l’insegnamento pubblico con ampie campagne di sensibilizzazione: furono, infatti, i paesi Luterani ad introdurre l’obbligo scolastico.
La risposta dei Paesi cattolici alla pubblicizzazione scolastica, arrivò dall’ordine dei Gesuiti che arrivarono a strutturare la Ratio studiorum in classi, orari e programmi, il cui risultato fu l’intensificazione dell’insegnamento pubblico, tanto da ridurre fortemente analfabetismo da una parte e dall’altra, a produrre una messe di uomini di cultura.
In seguito, arriva il cosiddetto “secolo stupido”, nel senso di disattento se non incosciente. Il romanticismo, il liberalismo, lo scientismo, il materialismo e tutti i miti nati in quel secolo hanno “creato” i presupposti di orride devastazioni di Paesi e di coscienze. Quel secolo non si è accorto dei risvolti bellici e del nichilismo e in nome dell’egualitarismo ha combattuto le monarchie per far posto alle dittature, minando le religioni in favore delle ideologie, compromettendo la proprietà e arrivando a definirla un furto, ed asseverato che la verità è una opinione.
Dopo il secolo stupido è arrivato il secolo breve, con gli ultimi riflessi del ’68 che è stato in fondo, l’ultima epoca dove la scuola ha avuto una centralità nella società. Per cui, la defiance culturale e civile della scuola odierna, è figlia dell’abbuffata ideologica e politica di quegli anni.
Oggi la scuola è più che mai un nozionificio teso alla massima specializzazione, reso male in quella pubblica che ha preso a scimmiottare l’insegnamento privatistico americano senza averne né la cultura né il contesto, e un po’ meglio in quella privata, in virtù di rette sostenute e di agganci significativi col mondo del lavoro. Dal che, lo snaturamento del principio costituzionale del diritto allo studio sancito da vari articoli della Costituzione.
Ma nessuno ha sollevato obiezioni. Quindi, quale effetto si spera possa produrre la raffazzonata riforma di turno se non ulteriormente incasinare una situazione già di per sé caotica? Ci si è messo anche il covid e la didattica a distanza. Va be’, alla fantasia non si può chiedere più di tanto.
In conclusione, tra la scuola accalorata e concitata di allora e la scuola assonnata e afflitta di oggi c’è più di un anello di continuità: la crisi del sapere umanistico è figlia della dichiarazione di morte del pensare e del ricordare, avviata proprio in quegli anni e oggi chiaramente manifesta: analogamente, la fine della scuola come luogo di integrazione nella vita civile, fu decretata in quei tempi, nel nome di una internazionalizzazione liberata da referenti nazionali, oggi palesemente manifesta. E’ stato il modo migliore per cantarle il de profundis.





