
di Marco Sarli
Il nuovo risiko bancario non è comprensibile se non si fa un passo indietro di trentacinque anni.
Fu infatti nell’anno di grazia 1990, un anno dopo la caduta del muro di Berlino e tre anni prima di Mani Pulite che l’accoppiata di Giuliano Amato e Guido Carli mise la firma sotto un disegno di legge destinato a mettere a soqquadro quella foresta pietrificata che era il sistema bancario italiano, un sistema che lasciava letteralmente esterrefatti i banchieri degli altri Paesi, statunitensi e britannici in primis.
La nuova legge stabiliva in buona sostanza la trasformazione in società per azioni degli istituti di credito di diritto pubblico e la separazione tra la proprietà delle innumerevoli casse di risparmio e i detentori delle stesse destinati a divenire Fondazioni che avrebbero dovuto occuparsi di cinque aree di intervento benefico ben individuate nella legge stessa e rimanere con quote residuali della banca da esse partorite.
Fatta la legge trovato l’inganno e ancora oggi le Fondazioni hanno molta influenza nella determinazione della governance delle banche da esse scaturite.
Come questo sia stato possibile e’ presto detto, in quanto la banca pivot dello schieramento laico, l’allora Credito Italiano, sotto la guida dell’enfant prodige, Alessandro Profumo, spiegò agli alquanto tremebondi vertici delle neonate “istituzioni benefiche” che per poter continuare a contare dovevano raggrupparsi attorno alla sua banca e che la stessa avrebbe tenuto nel debito conto i desiderata loro e dei territori di loro pertinenza.
Al cantiere laico non poteva non corrispondere una aggregazione cattolica che nacque, infatti, attorno alla Ca de Sass, ossia la Cariplo che nel frattempo si era mangiato il Banco Ambrosiano un tempo guidato da Roberto Calvi e al Banco di Brescia presieduto da quel Giovanni Bazoli, l’uomo dall’eterno mal di testa.
L’uno e l’altro gruppo contavano numerose casse di risparmio i cui vertici venivano rassicurati circa il fatto che ne’ le strutture ne’ i clienti principali avrebbero avuto troppo a soffrire dai processi lunghissimi di razionalizzazione nell’ambito dei gruppi nascenti.
In un articolo per il settimanale Capitale Sud del Gruppo Milano Finanza ebbi a sostenere che le “sofferenze” molto spesso nascevano tali e che la tanto declamata vicinanza con il territorio mandava spesso in secondo piano la corretta e imparziale valutazione del merito creditizio.
Fu anche l’epoca delle vendette, quali l’acquisizione della storica Banca Commerciale Italiana da parte di Intesa che non mantenne neppure la denominazione di quella che era stata a lungo la prima (soprattutto migliore ndr) banca italiana e che, sotto la guida di Raffaele Mattioli aveva visto tanti intellettuali antifascisti ospitati nel suo prestigioso ufficio studi.
D’altro canto, dopo il doppio shock della svalutazione del 1992 e il terremoto politico del 1993, fu necessario affidarsi alla guida del Governatore Carlo Azeglio Ciampi e al suo governo tecnico che fu formato in fretta e furia con un personale tecnico di altissimo livello, un’emergenza che, dopo una notte dei lunghi coltelli, vide Antonio Fazio scavalcare il Direttore Generale Lamberto Dini (compreso il primo vice direttore generale Tommaso Padoa Schoppa ndr), con la conseguenza, tre l’altro, di una minore attività di contrasto sugli eccessi nella vera e propria guerra in corso tra i due schieramenti.
L’unico aspetto positivo di questa lunga fase di razionalizzazione dei due principali gruppi bancari italiani fu lo scarso sviluppo delle attività della finanza strutturata dovuta alla quasi totale assenza di vere e proprie Divisioni di Corporate&Investment Banking e le loro spesso micidiali fabbriche prodotto.
Negli anni della concentrazione e molto lenta razionalizzazione ed efficentamento dei maggiori gruppi creditizi io ero impegnato come economista della sala cambi e della Direzione Finanza della Banca Nazionale del Lavoro ma avevo molto tempo libero in quanto entravo all’alba per seguire i mercati asiatici e uscivo dopo le notizie negli Stati Uniti.
Potevo quindi assistere il Segretario Generale del mio sindacato sia per i discorsi che per le relazioni congressuali e quant’altro e avevo alle spalle anche l’attività giornalistica e lo studio già citato sul settore del credito non solo all’estero ma anche e principalmente in Italia.
La guerra tra finanza laica e finanza cattolica sembrava conclusa con l’umiliazione subita dalla COMIT e dalla sostanziale tregua tra Intesa (che nel frattempo si era mangiata il gruppo San Paolo di Torino) e UniCredit, ma era a tutti evidente che restava ancora una partita da giocare ed era rappresentata dalla possibilità di “agguantare” in un colpo solo la doppia cassaforte rappresentata da Mediobanca e, a cascata, dalle Generali.
Ho usato il termine cassaforte non a caso perché sia Mediobanca che ancor di più le Generali hanno in pancia un’enorme liquidità che solo in parte si riflette nelle loro rispettive quotazioni di borsa.
Il primo ad accorgersi di questo fu nell’immediato secondo dopoguerra l’Ingegner Carlo De Benedetti che però si limitava ad acquistarne a pacchetti per sé e per le famiglie rifugiate in Svizzera, Paese del quale molto opportunamente ha preso qualche anno fa la residenza, ma l’Ingegnere si muoveva di concerto con il Patron di Mediobanca, Enrico Cuccia, e sapeva bene quando doveva fermarsi.
Invece, l’ex martinitt, Leonardo del Vecchio non si poneva questi limiti come non se li poneva la persona di sua totale fiducia che continua a gestire il grande gruppo industriale e punta a far valere le importanti quote azionarie che la società possiede sia in Mediobanca che nelle Generali.
L’altro outsider della partita è Gaetano Caltagirone un uomo che ha fatto fortuna nell’edilizia e nel cemento e che ha messo su un gruppo editoriale imperniato su il Messaggero e su discrete testate locali.
Il problema dei due pretendenti era rappresentato dal fatto che, con un’efficace moral suasion sia la BCE che Bankitalia hanno chiarito che ai due soci industriali si deve affiancare un socio bancario e ad essersi fatto avanti e’ quel Monte dei Paschi di Siena, banca da poco risanata a spese dei contribuenti e molto gradita al governo Meloni, Governo che apprezza molto anche i due soci industriali e che, a differenza di quanto si vede nell’offerta di UniCredit su Banco BPM, pare deciso a muoversi attivamente per il successo dell’operazione.





