Home Politica estera REGNO UNITO CAMBIA ROTTA. E L’EUROPA?

REGNO UNITO CAMBIA ROTTA. E L’EUROPA?

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di Paolo Raffone

Il caso di British Steel si è finalmente concluso oggi con una “decisione d’emergenza” del governo Starmer avallata dal parlamento richiamato d’urgenza e dal consenso reale per l’immediata nazionalizzazione degli impianti di produzione e della forza lavoro. Si tratta di una decisione politica importantissima che rompe l’impostazione neoliberista britannica che durava da quattro decenni, dai tempi della Thatcher, per cui l’intervento pubblico nell’economia era tabù. Per motivi di “sicurezza nazionale” e di “interesse strategico” il governo Starmer ha preso la decisione di nazionalizzare questa produzione che nei decenni era passata di mano in mano, a gruppi indiani e da ultimo, dal 2020, a un conglomerato cinese. La nazionalizzazione di British Steel si è compiuta con l’intervento della polizia che ha fatto uscire dagli uffici i dirigenti cinesi sostituendoli con personale nominato dal tesoro britannico e dai sindacati. Il ragionamento del governo Starmer è stato che con l’incertezza che con l’amministrazione Trump si è installata nel commercio internazionale la dipendenza britannica da importazioni nordamericane, cinesi, indiane o turche di acciaio pesante sarebbe stata un rischio che il paese, e la sua industria della difesa, non poteva correre. Perché la decisione del governo britannico abbia un senso industriale si misurerà con altre imprescindibili decisioni di rovesciamento delle politiche neoliberiste per cui oggi il costo dell’energia elettrica necessaria alla produzione è del 50% più caro di quanto sia in Germania o Francia. Sarà un test per Starmer e il suo governo, perché i contribuenti britannici non tollereranno che l’impresa nazionalizzata diventi solo un costo a detrimento di altre spese sociali, prime tra tutte la salute, l’educazione e i trasporti.

Il caso di British Steel ci permette di affrontare il più ampio problema europeo, geopolitico, di sicurezza, economico e sociale. Il ritorno dello Stato è una buona notizia in Europa. Non può esserci una seria politica economica, industriale e ambientale se lo Stato abdica alle “forze del mercato” e agli “interessi finanziari” la definizione delle politiche per le quali lo Stato, appunto, ha ragione d’esistere. Il ritorno dello Stato, nella più neoliberista terra d’Europa, è un importantissimo segnale d’inversione di rotta anche per l’Unione europea. Che un governo laburista abbia preso questa decisione di invertire la rotta non dovrebbe sorprendere nonostante l’indigeribile eredità blairista e degli epigoni della Terza Via. Il ritorno dello Stato dovrebbe vieppiù essere perseguito anche dai governi di destra e centro-destra in Europa. Solo con un deciso ritorno dello Stato a svolgere le funzioni essenziali per cui esiste sarà possibile avere una speranza anche per l’Europa e l’Unione europea. Ci auguriamo che il caso British Steel segni la fine dell’irresponsabilità della politica e della preferenza per la deresponsabilizzante guida dei tecnocrati nazionali o europei.

Che il mondo del 1945 non sia quello del 2025 è evidenza lapalissiana. Che il mondo del 1945 avesse trovato la sua tomba già negli anni Settanta è cosa storicamente accertata. Che le soluzioni successivamente adottate, tutte improntate al mercato e alla finanza, siano state disastrose è sotto gli occhi di tutti. In questo contesto, l’Europa, se non vuole definitivamente soccombere nelle guerre commerciali e militari degli altri, non può che ripartire dalle proprie radici storiche, politiche, industriali, manifatturiere, culturali, e sociali. La caratteristica fondante, pregnante e distintiva dell’Europa era l’economia sociale di mercato. Da quando sono stati adottati i Trattati europei di Maastricht e di Lisbona, sebbene si richiamino nel preambolo a questo obiettivo, le politiche decise a Bruxelles con la complicità degli Stati nazionali sono andate in direzione opposta. Il caso British Steel è forse il fatto politico più importante degli ultimi Quarant’anni!

Nel contesto del 2025, e ancor di più proiettandosi al 2045, le grandi potenze seguiranno traiettorie di potenza che l’Europa non può e non sarà in grado di contrastare né di seguire. Oggi c’è un’occasione per gli europei di riconsiderare l’alleanza che per molti versi è stata una sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. La condizione di pre-potenza del 1945 già non esiste più nel 2025 e non sarà che un ricordo nel 2045. Per l’Europa non è necessario prendere una posizione netta tra la Cina, la Russia e gli Stati Uniti, ma è possibile giocare di sponda con queste grandi potenze. Ovviamente c’è bisogno, per farlo, di una classe dirigente europea accorta e sensata. La consolidata sfera d’influenza statunitense si sta modificando (ritraendo) e questo è un vantaggio per gli europei. La Cina non ha ancora una effettiva sfera d’influenza. La Russia non può permettersela. Per questa ragione, l’Europa non può che trovare accordi con paesi e potenze che non hanno ancora, o non possono avere, una sfera di influenza che inglobi l’Europa. Solo un’accorta rete di legami politici, economici e culturali, un multipolarismo all’europea, darà agli europei lo spazio vitale e di sicurezza necessario. Il mondo del 2045, se resterà sufficientemente pacifico, sarà composto da “grandi spazi” che dovranno trovare forme di collaborazione competitiva. Gli USA, la Russia e la Cina sono già dei “grandi spazi”. L’Europa dovrebbe costituire il quarto grande spazio “autonomo”.

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