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IL SINDACATO, IL MONDO CHE CAMBIA E LA POLITICA DEI REDDITI

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di Antonio Foccillo

Nel momento in cui il Presidente Trump sta annullando i processi in corso della globalizzazione e della finanziarizzazione e sta riportando in auge la sovranità degli Stati e il rilancio del sistema produttivo è necessario ripensare anche alla strategia sindacale che deve riprendere il ruolo di interlocutore e propositore sulle politiche economiche.

In tal senso, anche per recuperare potere di acquisto dei lavoratori e pensionati, un modello, che può essere rilanciato è quello di riproporre la politica dei redditi. 

La politica dei redditi, infatti, ogni volta che è stata praticata in passato ha visto il nostro Paese fare passi in avanti, non solo sul piano sociale, ma anche economico.

Ma che cosa è la politica dei redditi?

Vediamo come è denominata nell’Enciclopedia Garzanti: “La politica dei redditi: espressione che indica l’insieme di decisioni e di orientamenti di politica economica volti a modificare preventivamente la distribuzione dei redditi che si determinerebbero sul mercato per l’azione di libere forze o di cartelli, unioni e posizioni monopolistiche di operatori economici. […].La politica dei redditi è la disciplina sociale di remunerazione di tutti fattori produttivi(rendita, interesse, salario e profitto) e di qualsiasi reddito percepito in un paese (pensione, sussidio, prestazione professionale, etc)”.

Ovviamente si possono trovare molte altre definizioni della stessa, soprattutto se si interrogano varie fonti.

Benvenuto, già segretario della Uil, né diede una descrizione propria, nel libro “Il ritorno del Gigante”[1]: “Noi abbiamo avuto varie fasi: quella della politica dell’Eur o della programmazione, poi la politica del patto sociale all’inizio degli anni 80.  La politica dei redditi per il sindacato è stata una scoperta recente, con l’obiettivo di allargarla al controllo di tutti i redditi, e questo è accaduto, quando è maturata nel sindacato la consapevolezza dell’importanza del fisco”.

La vera esemplificazione concreta la possiamo trovare nel protocollo del 23 luglio del 1993, dove fu definita così: “La politica dei redditi è uno strumento indispensabile della politica economica, finalizzato a conseguire una crescente equità nella distribuzione del reddito attraverso il contenimento dell’inflazione e dei redditi nominali, per favorire lo sviluppo economico e la crescita occupazionale mediante l’allargamento della base produttiva e una maggiore competitività del sistema delle imprese”.

Questa politica però, per essere attuata, ha bisogno di parti che si riconoscano come interlocutori; di regole certe sul ruolo di ogni parte, soprattutto, di volontà di dialogo e di confronto nel rispetto delle posizioni di ognuno. Cose che, purtroppo, negli ultimi tempi, sono sempre più beni preziosi e che nel nostro paese non riescono a riemergere. 

Si possono identificare due dimensioni caratteristiche, nettamente distinte, della politica dei redditi. La prima, a livello macroeconomico, è quella della distribuzione tra i diversi settori che costituiscono l’economia: i settori a produttività veloce distribuiscono necessariamente una quota di guadagni di produttività, ai settori a produttività lenta. Questa dimensione dovrebbe essere oggetto delle procedure di concertazione triangolare.

La seconda, a livello microeconomico, è quella che individua i modelli distributivi all’interno dei diversi settori e, a livello della singola impresa, tra i diversi fattori produttivi e tra i diversi possibili impieghi alternativi.

Non sempre il mercato, infatti, in presenza di vincoli istituzionali e di scarsa trasparenza, è in grado di allocare equamente ed efficientemente i guadagni di produttività realizzati dal sistema. Questa seconda dimensione appare più consona alla contrattazione bilaterale.

A livello centrale, cioè macro, tutto è legato al tipo di manovra fiscale e monetaria che sarà adottata.

A livello micro-economico, una corretta politica dei redditi diffusa deve valorizzare la sperimentazione contrattuale volta ad assicurare l’applicazione di modelli distributivi capaci di rappresentare la varietà dei settori e delle realtà produttive, evitando sovrapposizioni e rincorse imitative.

La si può far nascere, se si vuol fare un minimo di storia delle relazioni industriali nel nostro Paese, a partire dalla prima elaborazione sulla politica dei redditi del 1962 – primo governo di centrosinistra e del Ministro La Malfa – ed è continuata con la fase di grande civiltà giuridica, vissuta durante il periodo del primo governo di centro sinistra.

In tale periodo, fu riconosciuto un ruolo fondamentale al sindacato e gli furono garantite prerogative e diritti.

Il momento più significativo fu, quando fu approvato lo Statuto dei lavoratori, legge 300/1970[2]

Continuando, si possono ricordare i travagli del movimento sindacale che sono stati sempre frutto delle contrapposizioni fra le anime massimalista e riformista e che hanno prodotto tanti distinguo sul ruolo partecipativo, mai accettato dalla parte più estremista del movimento.

Il cambiamento nella strategia sindacale fu l’elaborazione della piattaforma dell’Eur, dove per la prima volta l’intero sindacato scelse la linea del riformismo. Una vera svolta nella strategia sindacale delle confederazioni che abbandonarono il conflitto esasperato, per acquisire il diritto alla partecipazione e alla gestione dell’economia, sia macro che micro. Il salario, da variabile indipendente dall’economia, divenne dipendente.

Subito dopo, il sindacato continuò su quell’impostazione con la piattaforma dei dieci punti, lo scontro di San Valentino e il protocollo dell’IRI, che è stato una pietra miliare nel raggiungimento di relazioni concertate.

All’inizio degli anni ‘90, la necessità di contrastare la crisi economica e occupazionale indusse in Italia, a orientare gli attori sociali e politici verso un confronto triangolare e concertativo per raggiungere sia la riforma del meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni che la riforma della struttura contrattuale.

Si arrivò alla più grande manovra di politica economica e all’accordo di luglio del 1993 con un’attenzione molto ampia sui contenuti, sui riflessi economici e sul ruolo delle parti sociali, che per la prima volta, diventarono protagoniste delle scelte di politica economica.  

In seguito si passò al riconoscimento formale della concertazione, con l’istituzionalizzazione delle sessioni della politica dei redditi, al nuovo accordo del 23 luglio del 2007.

Per tornare a oggi, la politica dei redditi deve essere realizzata da Sindacati confederali che avvertono e vivono anch’essi il peso e le contraddizioni della crisi e che non sempre riescono a dare risposte alle domande che emergono da un tessuto sociale complesso e frastagliato.

Le stesse argomentate e legittime rivendicazioni, che puntano a una redistribuzione economicamente più efficace della ricchezza, cozzano con situazioni ancora così “calcificate” da apparire inattaccabili e immodificabili. 

In questa fase il sindacato ha il dovere di riflettere su tutto ciò e di costruire strategie di politica economica capaci di “imporsi” sulla base di un consenso maggioritario da conquistare con un’impostazione che coinvolga e convinca, non solo il lavoratori ma la gran parte dei cittadini.

Questa è l’unica strada da percorrere per un Sindacato che non appartiene all’establishment, che non fa ricorso alla forza e che, perciò, oggi si deve interrogare sulle modalità più efficaci per l’esercizio delle proprie funzioni e del proprio ruolo.

In un periodo così complesso e difficile che rende più ardua la costruzione di un progetto efficace di azione sindacale, ci si deve, invece, impegnare a delineare una propria politica e a convincere gli iscritti, i lavoratori e i pensionati che nelle sue proposte risiede una parte consistente delle soluzioni ai loro problemi e, conseguentemente, a quelli del Paese.

Se fosse possibile coniare una formula, si potrebbe dire che, in una società frammentata come quella in cui viviamo, serve un Sindacato che sia capace di essere, al tempo stesso, confederale, associazione che partecipa alle scelte economiche e istituzione nel mercato del lavoro: in una sola parola, un Sindacato che ripropone la politica dei redditi, l‘unica politica che possa garantire di nuovo pari opportunità e soprattutto coesione e solidarietà, oltre che investimenti, sino ad arrivare all’impegno per il valore del lavoro che va declinato ricompensando adeguatamente chi produce la ricchezza del Paese.

Questa proposta non può essere considerata ormai fuori dal tempo, ma è un modo per uscire dall’attuale situazione con la concertazione, che è lo strumento della politica dei redditi, che può essere rilanciata, solo se vi fosse la consapevolezza e l’intendimento delle forze politiche, governi e parti sociali.  

[1] Lorenzo Scheggi Merlini,  Il ritorno del gigante,– pag. 92,  Franco Angeli, 1985

[2] Legge 20 maggio 1970, n. 300. “Norme sulla tutela della libertà sindacale, della dignità dei lavoratori e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Meglio conosciuto come lo Statuto dei lavoratori che rappresenta il momento più importante della storia delle relazioni industriali del nostro paese.

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  • Redazione

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