Home Opinioni EBRU TIMTIK, UNA MEMORIA DA NON DIMENTICARE

EBRU TIMTIK, UNA MEMORIA DA NON DIMENTICARE

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di Sergio Restelli

Questa storia è vera ed educativa. Ed è una storia che merita di essere raccontata. Merita spazio, voce. Merita rispetto.

Perché ci sono persone che, in silenzio, riescono a gridare più forte di chiunque altro, ed una di queste era Ebru Timtik.

Ebru se n’è andata nel silenzio gelido di una stanza d’ospedale,

in un corpo troppo stanco per continuare a vivere, fu trasferita lì dal carcere solo quando la morte era ormai prossima, inevitabile, lucida.

Era il 238º giorno di uno sciopero della fame. Non per sé, non per  ottenere un privilegio, ma per chiedere una cosa semplice, basilare, che dovrebbe essere garantita in qualsiasi Stato di diritto: un processo equo.

E invece no.

In Turchia, un Paese in cui la giustizia ha smesso di avere significato, dove l’equità è un lusso e non un diritto, Ebru non ha trovato né giustizia né umanità. Li’, specie se sei donna. Specie se sei un avvocato che difende i diritti umani. Specie se non pieghi la testa, se rifiuti di voltarti dall’altra parte, se scegli di restare scomoda.

Allora e’ morta così, Ebru Timtik. Di fame. Di ingiustizia. Di resistenza.

Il suo cuore ha smesso di battere perché non c’era più nulla da pompare in quel corpo martoriato, ridotto all’essenziale, trasformato in uno strumento di lotta.

Non per apparire, ma per cambiare. Non per attirare attenzione, ma per costringere il mondo a guardare.

Era stata condannata a 13 anni e mezzo di carcere, insieme ad altri 18 colleghi avvocati, tutti membri dell’Associazione degli Avvocati Contemporanei (ÇHD), colpevoli unicamente di aver difeso, a loro volta, persone accusate di terrorismo.

Ma per lo Stato turco, difendere un presunto colpevole equivale ad abbracciare la sua colpa. E così la giustizia si capovolge, si deforma, diventa strumento di oppressione. Lo sciopero della fame, iniziato insieme ad un altro avvocato, Aytaç Ünsal, fu un gesto estremo, radicale, una forma di protesta diventata “ölüm orucu”, sciopero della fame fino alla morte.

Non perché Ebru amasse morire, ma perché non le era stato lasciato altro modo per vivere con dignità. Non è stata la sola. Prima di lei, anche Helin Bölek, Ibrahim Gökçek e Mustafa Koçak, membri del gruppo musicale dissidente Grup Yorum, sono morti dopo oltre 300 giorni di sciopero della fame.

Anche loro accusati di terrorismo, anche loro vittime della macchina repressiva che colpisce chi canta, chi scrive, chi difende, chi pensa.

In un Paese dove il dissenso non trova più spazio nei tribunali, nelle piazze, nelle urne, l’unico luogo in cui si può combattere è il proprio corpo. Ebru ha fatto proprio questo. Ha preso la sua stessa vita e l’ha offerta in sacrificio per qualcosa di più grande.

È morta da eroina. Non per sé, ma per tutti. Per noi.  Per chiunque creda ancora che la giustizia non sia un’utopia,ma un diritto. Per chi sa che la democrazia, senza chi la difende, muore in silenzio.

Il suo nome è diventato un simbolo, la sua immagine una bandiera. La sua morte ha scosso il mondo, ha fatto indignare avvocati, attivisti, istituzioni: Amnesty International, Human Rights Watch, il Parlamento Europeo, le Nazioni Unite, gli ordini forensi di mezza Europa hanno denunciato la brutalità del processo, l’infamia di una condanna fondata su testimonianze anonime e prove inconsistenti. Ma Ebru non è più qui. Non può più parlare, non può più difendersi.

Per questo dobbiamo farlo noi. C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa donna immensa: non tacere.

Far risuonare la sua voce dove lei non può più arrivare. Raccontarla, ricordarla, gridarla. Perché ci sono idee così forti, così limpide, così giuste, che non muoiono nemmeno quando muore chi le incarna.

Addio Ebru.

Il tuo silenzio ci parla ancora. E non smetterà mai.

Autore

  • Redazione

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