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GAZA, CON IL POPOLO PALESTINESE O CON HAMAS. L’EUROPA SCELGA

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Non war

Per Gaza si apre una prospettiva che gli europei, anziché favorire le proteste pro-pal delle sinistre favorevoli ai terroristi di Hamas, dovrebbero sostenere, scendendo in piazza in favore del grido di liberazione da Hamas che giunge dal popolo palestinese in questi giorni.

Anche ieri, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, centinaia di palestinesi hanno manifestato nel campo di Jabalia, nel nord di Gaza, chiedendo la fine della guerra e che Hamas lasci il potere.

I video delle proteste vengono postati da numerosi account della Striscia.

Proteste a Gaza

Le persone sfilano urlando slogan come: “Fine della guerra”, “Sì, sì, Hamas è un’organizzazione terroristica”, “Terroristi” e “Spazzatura”.

Le manifestazioni di circa due settimane fa si erano fermate da alcuni giorni e hanno ripreso ieri.

Sui social, i manifestanti dell’enclave avevano postato filmati in cui si vedevano manifestanti inseguiti e dispersi dagli agenti della sicurezza di Hamas.

Mercoledì scorso, hanno riferito testimoni oculari all’agenzia Dpa, centinaia di persone erano scese in piazza a Beit Lahia, sempre nel nord della Striscia, contro il gruppo e contro la guerra.

Gli abitanti erano infuriati per i nuovi ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, che secondo l’esercito facevano seguito al lancio di salve di razzi da parte di gruppi terroristici della zona.

“Le manifestazioni nella Striscia di Gaza sono un grido dei residenti contro le politiche di Hamas”, ha affermato il consigliere del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Al-Habash, secondo il quale la soluzione sarebbe il ripristino del controllo dell’Anp sulla Striscia: “Dobbiamo concentrarci sulla rimozione di Hamas dal potere – ha detto – suggerisco all’organizzazione di ascoltare il popolo palestinese a Gaza”.

Suggerimento che vale per chi davvero vuole stare dalla parte del popolo palestinese e non usare il popolo palestinese per fare propaganda contro Israele o per fini politici interni ai propri Paesi.

Ormai la protesta a Gaza va prendendo forma e consistenza.

L’ammissione aperta di una famiglia di Gaza di aver ucciso un agente di polizia gestito da Hamas, dopo aver dichiarato che un suo parente era stato ucciso a colpi di arma da fuoco, si è aggiunta ai segnali di dissenso popolare contro il gruppo terroristico palestinese dopo 18 mesi di guerra con Israele.

Ciò ha suscitato l’attenzione del Ministero degli Interni guidato da Hamas, il quale ha affermato che non saranno tollerate azioni che possano compromettere l’ordine pubblico.

L’incidente ha evidenziato la crescente disponibilità di alcuni civili di Gaza a esprimere critiche o ad agire contro Hamas, che governa l’enclave palestinese da quando ha rovesciato la fazione rivale di Fatah nel 2007.

Le sacche di sentimento anti-Hamas sono state evidenziate dal video dell’omicidio in strada dell’agente di polizia diventato virale sui social media. Lo mostrava mentre veniva colpito alla testa e poi colpito con proiettili da un fucile d’assalto, mentre altri uomini incitavano i familiari.

La famiglia, molto nota a Deir Al-Balah, nella zona centrale di Gaza, ha rilasciato una dichiarazione sui social media, condivisa da diversi parenti, affermando di aver ucciso l’agente, senza identificare chi avesse premuto il grilletto, ma aggiungendo anche che non si era trattato di un’azione pianificata.

Hanno affermato che uno dei membri della famiglia era stato ucciso da un agente di polizia mentre la polizia cercava di risolvere una faida fuori da un deposito di farina, negando che fosse stato colpito da schegge.

In un altro incidente, nella città di Gaza, un’altra famiglia ha accusato la polizia di Hamas di aver ucciso un parente e ha giurato vendetta. “Il sangue di nostro figlio non sarà vano”, ha affermato la famiglia in una nota.

E’ evidente che Hamas non intende smettere di attaccare Israele e continua a lanciare razzi, provocanbdo la reazione dell’esercito israeliano, il quale ha annunciato il dispiegamento di truppe nel corridoio Morag, la cui creazione è stata annunciata nei giorni scorsi. Il corridoio isolerà la città meridionale di Rafah dal resto di Gaza.

Coridoio Gaza

“Stiamo tagliando la Striscia e stiamo aumentando la pressione passo dopo passo, in modo che ci consegnino i nostri ostaggi”, ha detto Netanyahu, che ieri ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca.

Il ministro della Difesa Isarel Katz ha detto che le forze israeliane avrebbe sequestrato vaste aree di Gaza e le avrebbe aggiunte alle sue cosiddette zone di sicurezza.

Un comunicato militare ha dichiarato che sono state dispiegate truppe della 36esima divisione. Non è stato immediatamente chiarito il numero e la posizione esatta del nuovo corridoio. Morag è il nome di un insediamento ebraico che un tempo si trovava tra Rafah e Khan Younis, e Netanyahu aveva suggerito che si sarebbe snodato tra le città. Israele ha anche ripreso il controllo del corridoio di Netzarim.

Le proteste contro Hamas che si levano dal popolo palestinese a Gaza implicano scelte anche per le cancellerie europee. Scelte che riguardano chi ha finanziato e chi ha protetto Hamas.

Il Qatar, che l’Unione Europea ha continuamente privilegiato nei rapporti, nonostante gli scandali, è considerato uno dei principali sostenitori finanziari di Hamas.

Il Qatar ha fornito ingenti somme di denaro a Gaza negli ultimi anni, ufficialmente per scopi umanitari come la ricostruzione delle infrastrutture, il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e il supporto alla popolazione locale, colpita da anni di conflitti e blocchi.

Si stima che dal 2012 il Qatar abbia versato centinaia di milioni di dollari, con cifre che variano a seconda delle fonti. Ad esempio, nel 2012 l’emiro del Qatar si impegnò a donare 400 milioni di dollari per progetti di ricostruzione nella Striscia, somma che negli anni successivi sarebbe cresciuta, raggiungendo quasi 1 miliardo di dollari secondo alcune stime. Inoltre, dal 2018, il Qatar ha trasferito regolarmente circa 30 milioni di dollari al mese a Gaza, con l’approvazione di Israele, per coprire spese come stipendi e carburante per le centrali elettriche.

I fondi del Qatar sono finiti nelle mani di Hamas, così come quelli delle varie organizzazioni cosiddette umanitarie europee, consentendo ai terroristi di governare Gaza e di finanziare attività militari, inclusa la costruzione di tunnel e l’acquisto di armi.

Il sostegno del Qatar a Hamas si inserisce in una strategia geopolitica più ampia di contrapposizione all’Arabia Saudita. Il Qatar, in competizione con Riad per l’influenza nel mondo arabo, ha storicamente appoggiato movimenti legati ai Fratelli Musulmani, di cui Hamas è un’emanazione. Questo lo pone in contrasto con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che considerano i Fratelli Musulmani una minaccia.

E qui si inseriscono due elementi che devono essere al centro della possibile soluzione del problema di Gaza. Il primo riguarda non solo l’eliminazione dal territorio di Gaza di Hamas, ma anche dell’influenza qatarina, con l’affidamento della Striscia ad un governo che sia sotto la protezione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con la collaborazione di Giordania e Egitto.

Il secondo riguarda l’insieme degli Stati occidentali, a cominciare da quelli europei, che devono fare chiarezza dei loro rapporti con i Fratelli Musulmani.

I Fratelli Musulmani, fondati nel 1928 in Egitto da Hassan al-Banna, rappresentano una delle organizzazioni islamiste più influenti e longeve del Medio Oriente.

I Fratelli Musulmani hanno influenzato la nascita di Hamas, fondata nel 1987 durante la Prima Intifada e  Hamas, che si definisce un’ala palestinese della Fratellanza, è diventata dominante a Gaza dopo la vittoria elettorale del 2006. La sua evoluzione riflette un adattamento del modello dei Fratelli Musulmani al contesto del conflitto israelo-palestinese.

In Egitto, nonostante l’appoggio di Obama e di Hillary Clinton alle Primavere Arabe, la loro presenza è stata eliminata da Abdel Fattah al-Sisi, che ha riportato l’organizzazione alla clandestinità, dichiarandola terroristica. Oggi, i Fratelli Musulmani egiziani affrontano una crisi profonda, con una leadership frammentata e una base indebolita. E’ del tutto chiaro e comprensibile che Abdel Fattah al-Sisi si opponga a qualsiasi presenza di elementi provenienti dalla Striscia sul suo territorio. Una presenza di Hamas in Egitto sarebbe estremamente destabilizzante.

In Siria, i Fratelli Musulmani hanno avuto un ruolo significativo a partire dagli anni ’40, opponendosi al regime baathista. La loro attività è culminata in una rivolta armata contro Hafez al-Assad negli anni ’70 e ’80, repressa brutalmente con il massacro di Hama nel 1982, che ha decimato il movimento. Da allora, sono rimasti attivi principalmente nell’esilio, tornando a emergere durante la guerra civile siriana (2011-in poi) attraverso fazioni affiliate, come la Brigata Al-Tawhid, anche se il loro peso è stato limitato rispetto ad altri gruppi jihadisti. Ora, dopo la deposizione di Assad, potrebbero avere di nuovo un ruolo.

In Giordania, i Fratelli Musulmani hanno mantenuto una presenza unica, operando legalmente come forza politica moderata e spesso alleata della monarchia hashemita, pur con tensioni intermittenti. Attraverso il Fronte di Azione Islamica, hanno partecipato al Parlamento, adottando una strategia non violenta, anche durante le proteste della Primavera Araba. Tuttavia, negli ultimi anni, il regime ha ristretto le loro attività, sciogliendo ufficialmente il movimento nel 2020.

Nel Golfo la presenza dei Fratelli Musulmani varia.

In Qatar hanno trovato un sostenitore chiave. Doha ha finanziato il movimento e i suoi affiliati, ospitando figure come Yusuf al-Qaradawi e sostenendo il governo di Morsi in Egitto con miliardi di dollari. Al contrario, in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i Fratelli sono visti come una minaccia all’ordine monarchico e sono stati banditi come organizzazione terroristica, soprattutto dopo la Primavera Araba, quando il loro successo elettorale ha allarmato le élite al potere.

In Libia, i Fratelli Musulmani hanno guadagnato influenza dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, regalo destabilizzante delle cancellerie inglesi e francesi, con l’avallo di Obama e della Clinton, partecipando alla transizione politica attraverso il Partito della Giustizia e della Costruzione. Tuttavia, il loro ruolo è stato ridimensionato dalla guerra civile e dall’ascesa di fazioni rivali, come quelle sostenute dal generale Haftar (vicino all’Egitto).

Le Primavere Arabe del 2011 hanno rappresentato un momento cruciale: i Fratelli Musulmani sono emersi come forza politica in Egitto, Tunisia (con Ennahda) e altrove, ma i successivi contraccolpi (colpi di stato, repressione) ne hanno limitato l’espansione.

La presenza dei Fratelli Musulmani in Medio Oriente è, pertanto, caratterizzata da una rete transnazionale che si adatta ai contesti locali, oscillando tra azione politica, sociale e, talvolta, violenta. Sebbene abbiano subito battute d’arresto significative, la loro influenza ideologica e organizzativa rimane un fattore rilevante nella regione, spesso sostenuta da alleati come Qatar e Turchia, ma ostacolata da potenze rivali come Arabia Saudita ed Emirati.

La questione dei Fratelli Musulmani riguarda da vicino l’Europa e pretende, pertanto, delle scelte.

La presenza dei Fratelli Musulmani Europa è sfaccettata, spesso non legata a un’organizzazione centralizzata, ma a una rete di associazioni, moschee e individui che condividono la loro ideologia. Non si tratta di un movimento monolitico: le attività variano da paese a paese, spaziando da iniziative sociali e culturali a un’influenza politica più o meno esplicita.

La loro espansione in Europa è iniziata a partire dagli anni ’50 e ’60, quando molti membri, in fuga dalle repressioni nei paesi d’origine (soprattutto Egitto e Siria), si stabilirono in nazioni come Germania, Francia, Regno Unito e Italia. Qui hanno creato organizzazioni che si occupano di educazione, assistenza sociale e dialogo interreligioso, spesso presentandosi come rappresentanti delle comunità musulmane. Esempi includono l’Unione delle Organizzazioni Islamiche in Francia (ora Musulmans de France), l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) e la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE), che alcuni analisti collegano ideologicamente ai Fratelli Musulmani, anche se non sempre in modo diretto.

Le attività dei Fratelli Musulmani in Europa si concentrano su tre obiettivi principali: promuovere la loro visione dell’Islam tra i musulmani locali, ottenere un ruolo di interlocutori privilegiati con le istituzioni e influenzare le politiche relative all’Islam. Lo fanno attraverso la gestione di moschee, scuole islamiche, centri culturali e progetti contro l’islamofobia, spesso finanziati da donazioni private, attività imprenditoriali o, in alcuni casi, da paesi come Qatar e Turchia.

Ed eccoci di nuovo al punto che riguarda il Qatar.

L’Unione Europea e gli Stati europei devono chiarire la questione qatarina.

Chiarezza è necessaria anche da parte degli Usa, dal momento che il ospita una grande base militare USA che presidia il Golfo (Al Udeid).

.Base Usa in qatar

Le proteste che si stanno sviluppando a Gaza offrono un’occasione importante per stabilizzare l’area, espellendo i membri di Hamas, ma anche invertendo la posizione dell’Unione Europea nei confronti di Israele.

Ieri Benyamin Netanyahu per andare negli Usa dall’Ungheria ha dovuto allungare di 400 chilometri il percorso del suo aereo per evitare di sorvolare Paesi che applicherebbero i mandati di cattura della Corte penale internazionale.

Anche questa, se si vuole favorire la stabilizzazione del Medio Oriente (idem dicasi per l’Ucraina) va abbandonata e resa inutile.

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha elogiato domenica l’Ungheria per il suo sostegno a Israele negli organismi internazionali. “Ci difende nell’Unione Europea,” ha affermato prima di imbarcarsi sull’aereo Wing of Zion diretto a Washington. “Ci difende all’Onu, e non meno importante, presso il corrotto Tribunale penale internazionale dell’Aia, che è diretto contro tutti noi – contro i soldati dell’Idf, i comandanti dell’Idf e lo Stato di Israele.”   Il premier ha aggiunto che il ritiro dell’Ungheria dalla Corte penale internazionale la scorsa settimana è “un segno di ciò che verrà.”. 

Il Belgio non applicherà il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu, se dovesse visitare Bruxelles. Lo ha affermato il primo ministro Bart De Wever. “Esiste il diritto internazionale ma anche la realpolitik” Il Belgio diventa così il secondo paese dell’UE, dopo l’Ungheria, ad assumere tale posizione.

Ora si tratta di passare dalle posizioni ideologiche alla realpolitik da parte degli altri Paesi europei, Italia in primis.

Ovviamente vanno eliminate le posizioni ideologiche che hanno visto protagonisti come al solito gli inglesi e i francesi e non a caso ieri due membri del Parlamento britannico si sono visti negare l’ingresso in Israele con l’accusa di sostenere le politiche contro lo Stato ebraico.

Le autorità hanno negato l’autorizzazione ai parlamentari del partito laburista Abtisam Mohamed e Yuan Yang dopo che l’intervista per l’ingresso avrebbe rivelato che lo scopo della loro visita era “documentare le forze di sicurezza israeliane e diffondere una retorica d’odio contro Israele”, come afferma l’agenzia israeliana per l’immigrazione in una dichiarazione riportata dal Times of Israel.

Mohamed e Yang sono atterrati in Israele alle 14:30 locali su un volo da Luton, Inghilterra, insieme a due dei loro assistenti. Durante l’intervista, i due parlamentari hanno affermato di essere arrivati come parte di una delegazione ufficiale per conto del parlamento del Regno Unito, ma l’affermazione è stata valutata come falsa poiché nessuna entità israeliana ha verificato l’arrivo di tale delegazione. Il ministro degli Interni Moshe Arbel ha quindi deciso di negare l’ingresso a tutti e quattro gli individui “in conformità con la legge, e ha ordinato la loro espulsione da Israele”.

E’ giunta l’ora della chiarezza. O si sta con il popolo palestinese o si sta con Hamas.

Le proteste di Gaza sono un’indicazione importante per chiunque abbia testa politica e non fumo ideologico nel cervello.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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