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DONALD DAY, LO SBARCO IN NORMANDIA

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Lo sbarco era stato annunciato da J.D.Vance e il 2aprile del 2025 ed è avvenuto, camuffato da dazi, per confondere il nemico, mentre il vero obbiettivo è l’asse franco tedesco, ossia il IV Reich travestito da Unione Europea che, di questi tempi, getta la maschera e si mostra in tutta la sua determinazione dittatoriale e nella sua possibile proiezione del V Reich.

Nel frattempo, mentre i dazi sbarcavano sulle coste della Normandia, il segretario di Stato USA, Marco Rubio, faceva sapere agli inglesi, ai tedeschi e ai francesi, che gli USA non solo non abbandonano la NATO, ma sono e saranno presentissimi.

Leggi: comandiamo noi.

Politica di potenza? A quanto pare sì. Gli impotenti si adeguino.

Macron la smetta di pensarsi Napoleone, avendo superato il ridicolo e i francesi, scacciati in malo modo dall’Africa, la smettano di fare i nazisti, distruggendo, per via giudiziaria, la storica immagine della Francia culla della democrazia. Dopo aver trasformato Parigi nella capitale mondiale woke e lgbt, con la sentenza che esclude Marine Le Pen dalla corsa all’Eliseo il regime macronista ha gettato nel fango della Senna l’illuminismo, Voltaire, Montesquieu e via elencando, per imitare la Repubblica di Wichy, in sottomissione al dominus tedesco.

La Germania, che si riarma e vuole mandare, rompendo un tabù di decenni, il suo esercito a difendere i confini della NATO, sappia che non sarà lei a comandare, così come non sarà Macron, perché c’è già The Donald a occupare la posizione di comandante in capo della Nato.

Gli inglesi, che hanno pensato di essere i nuovi decisori della NATO sappiano che non è così e che, come per lo sbarco in Normandia, non sono loro a comandare.

Questo è lo stato dell’arte europeo, mentre Mosca e Washington stanno dicendo che proseguono le trattative tra le due grandi potenze per decidere i nuovi assetti del mondo e, soprattutto, che tra di loro non c’è conflitto, ma collaborazione.

Come riferisce La Presse, l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev ha avuto ieri un incontro a Washington con i membri dell’amministrazione Trump.

“Ciò che rende diverso questo governo – ha detto Kirill Dmitriev – è che ascolta la posizione e le preoccupazioni della Russia, a differenza di Biden. Naturalmente ci sono disaccordi ma c’è un processo e un dialogo che aiuteranno a superarli. Vediamo che le aziende americane vogliono tornare in Russia e occupare le nicchie lasciate dalle aziende europee. E vediamo che le restrizioni ideologiche dell’Ue possono consentire alle imprese statunitensi di prendere spazi utili per Mosca”.

Cambio di paradigma, dunque, che non richiede l’assenso dell’Unione Europea e tanto meno della Francia, dell’Inghilterra e della Germania.

Solo dei propagandisti prezzolati possono continuare a raccontare idiozie, mentre sanno benissimo che lo sbarco in Normandia di Donald Trump è la fine del Quarto Reich economico e l’uccisione sul nascere del tentativo di costituire il Quinto Reich armato.

L’obiettivo di Trump è di fare della Germania quello che doveva essere: un Paese innocuo, non un campo di patate, ma nemmeno il fulcro del potere europeo.

Basta asse franco tedesco come dominus europeo che schiaccia le altre nazioni. Basta Germania che delocalizza le produzioni in Cina, che ha un surplus commerciale, che schiaccia gli altri Stati, come è accaduto alla Grecia, che vuole fare il general contractor e che vuole imporre le sue regole a tutti.

L’operazione del nuovo sbarco in Normandia potremmo chiamarla “Delenda Berlino”, la qual cosa significa la fine delle idiozie politiche del burosauro di Bruxelles, a partire dal green, dal no al nucleare, alla fuffa sul clima.

Giovedi il presidente del Council of Economic Advisers, Stephen Miran, dopo aver invitato i leader europei alla negoziazione, in quanto “il presidente è famoso per la sua capacità di creare accordi dove non solo nessun altro avrebbe potuto, ma nessuno pensava che fosse possibile”, ha affermato che uno degli elementi che incidono sulla bilancia commerciale è costituito dalle barriere non tariffarie, nonché “la politica valutaria e altre chiusure di mercato e politiche che rendono i mercati inaccessibili alle esportazioni americane”. “Possono essere – ha aggiunto – cose come le normative, come il fatto di dover soddisfare normative molto particolari adattate al mercato locale o la revisione ambientale che, in fin dei conti, rendono impossibile per le aziende americane entrare in un mercato e vendere in un mercato”.

Cosa ci sta dicendo Stephen Miran? Ci parla, ad esempio, di barriere tecnologiche.

Le barriere tecnologiche all’importazione si riferiscono a ostacoli che limitano o impediscono l’ingresso di beni o servizi stranieri in un mercato a causa di requisiti o standard tecnologici specifici. Queste barriere possono derivare da diversi fattori, spesso legati alla protezione dell’industria locale, alla sicurezza dei consumatori o a normative tecniche.

Le barriere tecnologiche sono misure che richiedono alle imprese straniere di adeguarsi a standard tecnologici, certificazioni o specifiche tecniche imposte dal paese importatore. Tali requisiti possono includere:

  • Brevetti e proprietà intellettuale: tecnologie protette da brevetti locali che impediscono l’uso o la replica da parte di produttori esteri senza autorizzazioni o licenze costose.
  • Standard tecnici: norme su sicurezza, qualità o compatibilità (es. voltaggio per apparecchi elettrici, protocolli di comunicazione) che differiscono da quelli internazionali o del paese esportatore.
  • Certificazioni obbligatorie: obbligo di ottenere approvazioni da enti locali per dimostrare che i prodotti soddisfano standard tecnologici specifici, un processo che può essere lungo e oneroso.
  • Know-how esclusivo: difficoltà di accesso a conoscenze tecniche o processi produttivi detenuti dalle imprese locali, rendendo complesso competere senza investimenti significativi.

Gli impatti sulle importazioni sono notevoli, maggiori dei dazi:

  • Costi elevati: gli adeguamenti tecnologici e le certificazioni aumentano i costi per gli esportatori, riducendo la competitività rispetto ai produttori locali.
  • Ritardi: i processi di conformità possono rallentare l’ingresso dei prodotti nel mercato.
  • Esclusione di fatto: se gli standard sono troppo rigidi o intenzionalmente progettati per favorire le imprese locali, possono agire come barriere protezionistiche mascherate.

La questione delle barriere tecnologiche è eclatante e pesante nei rapporti con gli Stati Uniti, ad esempio, nel settore dell’automotive.

L’Unione Europea (UE) ha adottato negli ultimi anni regolamenti stringenti in materia di emissioni e sostenibilità, come il pacchetto “Fit for 55” e il divieto di vendita di veicoli a combustione interna (benzina e diesel) a partire dal 2035. Queste normative impongono standard tecnologici elevati, spingendo i produttori automobilistici a investire massicciamente in veicoli elettrici (EV) e tecnologie a basse emissioni. Per le case automobilistiche statunitensi, come Ford, General Motors o Chrysler (parte di Stellantis), questo rappresenta una barriera significativa: i loro modelli tradizionali, spesso basati su motori a combustione interna e SUV di grandi dimensioni, devono essere riprogettati o adattati per rispettare i limiti europei, come il tetto medio di 95 g/km di CO2 per le flotte di nuove auto immatricolate.

Un altro aspetto è la differenza negli standard tecnici e di omologazione. L’UE richiede certificazioni specifiche (ad esempio, il Regolamento UNECE) che possono differire da quelli statunitensi (FMVSS – Federal Motor Vehicle Safety Standards). Questo comporta costi aggiuntivi per le aziende USA che vogliono esportare in Europa, poiché devono modificare i veicoli o sottoporsi a processi di validazione separati. Ad esempio, sistemi di sicurezza attiva o passiva, come i freni automatici d’emergenza o i requisiti per i pedoni, possono variare, creando ostacoli tecnici.

Dal punto di vista commerciale, l’UE applica una tariffa del 10% sui veicoli importati dagli Stati Uniti, rispetto al 2,5% imposto dagli USA sui veicoli europei. Inoltre, i paesi europei aggiungono l’IVA (ad esempio, il 22% in Italia), aumentando il costo finale per i consumatori e rendendo i veicoli americani meno competitivi rispetto a quelli prodotti localmente o importati da paesi con accordi commerciali più favorevoli (come il Giappone o la Corea del Sud). Questo non è una barriera tecnologica in senso stretto, ma si combina con le difficoltà tecniche per limitare la penetrazione del mercato.

In sintesi, le barriere tecnologiche europee per l’automotive statunitense derivano da normative ambientali rigide, standard tecnici divergenti, costi di adeguamento e una competizione crescente con produttori locali e asiatici. Questi fattori, combinati con ostacoli commerciali, limitano la capacità delle aziende americane di penetrare il mercato europeo senza investimenti significativi in innovazione e localizzazione.

La domanda è: gli americani sono scemi? Risposta. No. Domanda: gli americani non sanno fare i conti? Risposta: no, li sanno fare.

Conclusione. Gli europei, leggi i tedeschi, hanno fatto i furbi.

Perché gli americani dovrebbero aiutare i furbi a fare i furbi?

Andiamo oltre.

A settembre del 2022 il governo polacco chiese alla Germania 1300 miliardi di euro come risarcimento dei danni causati dalla seconda guerra mondiale.

Jaroslaw Kaczynski ha annunciato a quel tempo di voler chiedere alla Repubblica federale tedesca questa somma a titolo di riparazioni di guerra. È la cifra contenuta nel rapporto sui danni subiti dal Paese fra il 1939 e il 1945, presentato dal leader del PIS al Castello reale, in occasione dell’83esimo anniversario dell’esplosione della Seconda guerra mondiale. Secondo il leader populista polacco, Berlino non avrebbe “fatto ancora i conti” con i crimini dei nazisti in Polonia. Una notizia che non cambia la posizione di Berlino: per il Governo tedesco, la questione delle riparazioni di guerra “è chiusa”.  “La Germania riconosce però la propria responsabilità politica e morale per la Seconda guerra mondiale”, ha aggiunto il ministero degli Esteri tedesco.

Secondo le stime elaborate da una trentina di storici, economisti ed esperti polacchi e presentate dal deputato del Pis Arkadiusz Mularczyk (che dal 2017 ha coordinato la ricerca) in Polonia nel corso della guerra, a causa dell’attività dei tedeschi, 5 milioni e 219 mila cittadini persero la vita, il 21% dei quali erano bambini sotto i 10 anni. Il numero dei polacchi rimasti invalidi in questo stesso periodo è stimato in quasi 600 mila persone. Due milioni e 100 mila polacchi furono deportati in Germania per i lavori forzati, il 15% di loro morì. Durante i sei anni di guerra, 196 mila bambini furono portati nel Terzo Reich, solo 30 mila di loro tornarono in patria dopo il 1945. Per non parlare dei danni materiali, che complessivamente sono stati stimati in 6200 miliardi di zloty, pari appunto a 1300 miliardi di euro.

Ora siamo in presenza del riarmo tedesco che ci fa sentire già l’odore del V Reich, non più solo economico, ma anche armato.

Che ne diranno di polacchi? Altro che pericolo russo. La memoria storica indica un altro pericolo che ha sede a Berlino.

La Germania, sembra aver intrapreso una svolta significativa, spinta da eventi come l’aggressione russa all’Ucraina e le pressioni per un ruolo più attivo nella sicurezza continentale.

A partire dal 2022, con il famoso discorso del cancelliere socialista Olaf Scholz che annunciava la “Zeitenwende” (svolta epocale), la Germania ha iniziato a rivedere la propria politica di difesa. Nel 2025, questo processo sembra essersi consolidato. La decisione di aumentare drasticamente la spesa militare, superando il 2% del PIL come richiesto dalla NATO, è accompagnata da investimenti massicci nell’industria bellica. Rheinmetall, uno dei principali colossi tedeschi del settore degli armamenti, ha registrato una crescita record, con ricavi in aumento del 36% nel 2024 e previsioni di ulteriore espansione nel 2025, grazie a ordini senza precedenti. L’azienda sta riconvertendo e ampliando le sue capacità produttive, anche per rispondere alla domanda europea e sostenere Paesi come l’Ucraina.

Il governo tedesco, sotto la guida del cancelliere in carica (che nel 2025 potrebbe essere Friedrich Merz, secondo alcune proiezioni), ha anche modificato la Costituzione per consentire nuovo debito destinato alla difesa, un passo impensabile fino a pochi anni fa per un Paese legato alla dottrina dell’austerità.

Questo “riarmo” non è solo militare, ma anche tecnologico, con progetti di digitalizzazione della Bundeswehr e il ritorno di discussioni sulla leva obbligatoria.

Se Mario Draghi lo vede, bontà sua (eufemismo), come un “punto di svolta”, come non essere d’accordo con Massimo Cacciari, il quale teme che il rafforzamento militare tedesco possa portare a una dinamica di predominio economico e strategico, con risorse europee che finiscono per confluire verso l’industria tedesca.

Il riarmo tedesco solleva interrogativi sul futuro dell’Europa. La storia non offre precedenti rassicuranti. Ecco perché lo sbarco in Normandia di Donald Trump è un indice di chiusura di una fase che vede di nuovo la Germania tentare di proporsi come dominus europeo.

Inoltre, la contraddizione tedesca è del tutto evidente: finanziamento all’armiero e contemporaneamente al green. Il messaggio è: mi riarmo e mantengo alte le barriere tecnologiche e normative.

Che dire? Se Trump alzasse i dazi sulle auto tedesche del 500 per cento, darebbe finalmente un segnale simile al bombardamento della seconda guerra mondiale. Senza risparmiare la cattedrale di Colonia.

Considerazione finale.

Ci sono i soliti amanti italiani dell’asse franco tedesco e non del Bel Paese che ci ricordano che dobbiamo essere solidali con la Germania e con l’Europa (che è la Germani travestita).

L’ultima volta che siamo stati molto solidali abbiamo prodotto il nazifascismo? Che facciamo? Ci riproviamo?

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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