
di Angelo Giubileo
Il re è di nuovo nudo. E gli hippi non c’entrano affatto.
“Nel corso del man-tenimento dell’essere”, come direbbe ancora Martin Heidegger, l’umanità ha riscoperto, attualmente, “la verità dell’inizio”. Dopo avere, con arti e con scienze, sempre nuove, ingannato ripetutamente se stesso.
Di fronte al potere incommensurabile del cosmo che lo circonda, l’uomo riscopre la sua “essenzialita’”. E così di nuovo precipita, cade giù dal trono, che egli stesso si è costruito, in un mondo che non può che continuare a sfuggire al suo preteso e arbitrario controllo.
Altro che Sapiens! Dato che l’unica cosa che rende l’uomo piuttosto consapevole è, fin dall’inizio, sapere di essere nient’altro che “polvere, fango”.
E quindi: all’uomo cosa converrebbe – è questo infatti ciò che si dice la Virtù, ma si tratta invece della con-venienza – fare e pensare?
La Bibbia cristiana suggerisce di “non mangiare dell’albero della conoscenza”, ma dell'”albero della vita” e così vivere per sempre. Ma, in passato, o forse proprio perché in passato, “i più antichi nostri progenitor”, come li chiama Aristotele, avevano già sperimentato, in qualche modo e quale che fosse, l’essenza della vita “immortale”.
E dunque: di quale albero converrebbe – perché, lo ripetiamo, è esattamente di questo che per l’uomo semplicemente si tratta – mangiare il frutto? E di alberi, ce ne sono due o piuttosto uno soltanto?
L’albero è un archetipo, “l’inizio” – direbbe ancora Heidegger – “di ogni inizio che è”. Ieri, oggi e domani. Ovvero: la condizione originaria di colui che, dall’albero cade, o mette i piedi giù a terra, e tende a risalire di nuovo verso l’alto. Quest’uomo, come dice il Poeta, avrebbe potuto vivere “sanza canoscenza”? Evidentemente no, perché pare che, semplicemente, così viva, da sempre e per sempre. Riscoprendosi continuamente “nudo” per se stesso, e non per volere o a causa dell'”altro”, sia quest’ultimo, indifferentemente, “il bianco o il nero”.
E pertanto diremmo che l’albero è uno, uno soltanto, che rappresenta la nostra unica “condizione dell’inizio e di ogni inizio che è”, legata in vincoli indissolubili di necessità, che tendiamo a o vorremmo piuttosto infrangere, praticando quell'”arte della fuga” che è e rappresenta il frutto della conoscenza: “Se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo”.
Conoscere significa sperimentare la vita, quella vera, e riscoprirsi continuamente nudi all’interno dello smisurato cosmo.
E allora, dovremmo chiederci: perché inseguire una nuova meta? Perché non invece arrendersi all’evidenza e accettare compiutamente “il destino della necessità” che, in qualche modo e quale che sia, “ci” è dato in sorte?
Risposta: perché, oltre ogni forma di convenienza, non esiste un perché, e cioè una causa o un fine, per il quale convenga fare e pensare, mangiare o non mangiare il frutto della vita e della conoscenza.
Se “fatti non (fossimo) a viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza”, “essenziale” o altresì “immortale”, sarebbe, ed è, vivere secondo “conoscenza e il pensiero della realtà”. “Non c’è nulla che vada oltre”, e cioè nell’esatto senso o significato disvelato da Roberto Calasso nel suo ultimo saggio, postumo, dal titolo “Sotto gli occhi dell’Agnello”.
In principio, fu il “Verbo”, e prima ancora di lui, ovunque sulla terra, “Agni”: “L’Agnello conosce ciò che il Veggente conosce. Ma nessun altro lo può. È l’ordine del mondo e al tempo stesso il suo destino. Non c’è nulla che vada oltre”.
Il Veggente è stato tante volte creduto essere il Giovanni Evangelista, e invece, dice ancora Calasso, in quanto Archetipo di tutti gli archetipi: “Il Veggente era un uomo astioso, che voleva saggiare la potenza della sua voce. La terra era già molto, per provare. Ma non c’era nulla di meglio del cosmo. Spaccare la volta celeste. Si fermò lì”. E si scoprì nudo.
L’albero è uno, uno soltanto, dal quale scendiamo e risaliamo, come l’originario Yggdrasil della più antica tradizione norrena.
Gli autori di” Il mulino di Amleto”, Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, dicono in proposito che: “Uno dei più grandi motivi del mito è quello dell’albero meraviglioso, così spesso descritto come alto fino al cielo. Di alberi simili ce ne sono molti: il frassino Yggdrasil nell’Edda, la quercia che oscura il mondo nel Kalevala, la quercia-mondo ammantata di stelle di Ferecide, l’Albero della Vita nell’Eden. Inoltre, questo albero viene sovente abbattuto”.
E pertanto è sempre lo stesso Albero, l'”axis mundi” per mezzo del quale l’Agnello – sottolineano ancora gli Autori medesimi – “salva e ristabilisce le proporzioni cosmiche insistendo sul fatto che solo Dio (e cioè, esattamente: l’uomo) poteva offrire se stesso in espiazione”.
“Gilgamesh dove corri? La vita che tu cerchi non la troverai”. Così che, conclude Giovanni Semerano: “Gilgamesh non ha fatto nulla per sé, ma per nutrire l’avidità del rettile che mutando spoglia muta se stesso, rinnovandosi ad ogni stagione (…) per un breve sogno di immortalità”.
Invece: la verità è che non esiste né una causa né un fine, diversi da “ciò che è”, e per quanto “ci” riguarda, “ciò che siamo”.
Lungo il corso del man-tenimento dell’essere, le parole hanno tradito il loro significato o senso nascosto. Un esempio: “L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito”, così è stato generalmente tradotto il termine ἀπείρων usato da Anassimandro. Termine che, invece, il nostro Semerano traduce con il semitico “apar” e con l’accadico “eperu” e, più tardi, con l’ebraico “aphar”. Tutte parole aventi l’unico e quindi il medesimo significato di “polvere, fango”.
Ovvero: “l’uomo è polvere e polvere tornerà”…





