
di Francesco Pontelli
Ogni delocalizzazione produttiva ha ottenuto la propria motivazione e giustificazione dal confronto tra i vari costi di produzione e quindi del lavoro nel suo complesso.
I Paesi fortemente attrattivi traggono la propria forza semplicemente dal minore costo della manodopera (CLUP), alla cui definizione concorrono anche un sistema fiscale e legislativo molto lacunosi ed accondiscendenti sia in termini di sicurezza del lavoro che delle garanzie relative al prodotto.
Anche recentemente l’apertura di nuovi stabilimenti, nell’Africa settentrionale di una grande multinazionale del settore Automotive, ha spinto la stessa azienda nel “suggerire” ai propri fornitori di delocalizzare le proprie aziende, in modo da offrire ad un costo inferiore, in linea con quelli del paese ospitante, gli stessi prodotti intermedi che concorrono alla realizzazione del bene finale.
In altre parole, spesso la legittima scelta di delocalizzare ha conseguentemente determinato, nel tessile e abbigliamento, come in altre settori, ‘azzeramento di intere filiere nazionali, con ricadute complessive occupazionali devastanti.
Queste scelte strategiche, che ancora oggi vengono considerate inevitabili, lasciano assolutamente indifferenti l’intero mondo politico nazionale ed europeo.
I primi, infatti, continuano ad aumentare gli obblighi burocratici per le aziende ed ad aumentare i costi energetici, un fattore decisivo nella valutazione dei costi di produzione nazionali.
Una politica energetica rappresenta la base di una qualsiasi politica di sviluppo industriale ed economico, e la sua valorizzazione sarebbe in grado anche di attutire l’effetto dei dazi, esattamente come indicato in passato da Enrico Mattei.
Nel contempo l’Unione Europea continua ad adottare la devastante imposizione del Green Deal ponendo le basi per l’azzeramento del settore Automotive europeo, al cui confronto gli effetti dei dazi statunitensi saranno minimali (*).
Troppi,infatti, dimenticano come la quasi totalità dei SUV con marchio tedesco vengano realizzati da decenni negli Stati Uniti, in ragione di un sistema di incentivazioni fiscali offerte dalle passate amministrazione americana ed anche per essere più vicine al loro principale mercato di sbocco.
In considerazione del fatto, poi, che l’imposizione di dazi sull’import lascia sostanzialmente indifferente la Ford, la quale produce circa l’80% dei propri veicoli all’interno dei confini statunitensi, questo dovrebbe finalmente aprire una riflessione relativa alle condizioni minime di un mercato globale finalizzato alla corretta applicazione del principio di concorrenza .
Quando in un sistema globale l’unica “concorrenza” avviene sulla base di un confronto dei costi, che quindi favorisce semplicemente l’approccio speculativo, emerge evidente come l’applicazione dei dazi rappresenti semplicemente l’estrema ratio per un riequilibrio dei costi, anche fiscali in mancanza di un minimo quadro normativo condiviso.
A questo poi si aggiunga l’ipocrisia europea la quale dall’imposizione dei dazi sulle importazioni ottiene circa il 14% del risorse finanziarie.
La politica statunitense impone ora una rivisitazione delle politiche economiche di sviluppo, le quali negli ultimi decenni avevano sposato logiche speculative legate al dumping professionale fiscale e normativo dei paesi in via di sviluppo (**).
Si dovrebbe finalmente esprimere un approccio culturale più evoluto alle dinamiche economiche, rispetto a quello piuttosto infantile, appoggiato anche dal mondo accademico, che ha solo favorito la ricerca del costo minore come magari espressione di un costo inferiore della energia elettrica prodotta al 62% dal Carbone (Cina ).
Mai come ora la politica statunitense fa emergere il bisogno di un approccio culturalmente superiore nella elaborazione delle strategie governative rispetto a quanto espresso fino ad oggi.
Non è più possibile accettare come, in ragione della totale assenza di un quadro normativo condiviso, la concorrenza si confermi come un classico fattore speculativo e non certo di sviluppo economico.
Quest’ultimo poi non può più venire individuato nella ricerca del massima remunerazione del capitale, ma anche nella capacità di assicurare nuovi posti di lavoro qualificati ed equamente retribuiti .
(*) la tedesca IFW Materials Research Dresden ha calcolato l’effetto dazi statunitensi sul PIL tedesco in un -0,2%.
(**) https://nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/opinioni/22175-la-reciprocy-e-il-dumping-europeo.html





