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LAVORO, RETRIBUZIONI ED EQUITA’

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di Giuseppe Augieri

Poco più di un mese fa pubblicavo un mio scritto dal titolo “E se puntassimo ad aumentare seriamente le retribuzioni?”. Raccogliendo lo spunto da interessanti studi sul valore “produttività” connesso ai livelli retributivi, ponevo l’interrogativo di riflettere sulla struttura della contrattazione – e più in generale dei rapporti tra le controparti del mondo del lavoro – che appare sempre più inadatta a gestire un fenomeno diventato virulento. Mettevo in discussione il modello di relazioni sindacali e l’idea che si potesse contrattare – nei fatti – solo la retribuzione.
Ora lo studio dell’OIL (Organizzazione Onternazionale del Lavoro) conferma sia la gravità della perdita di valore reale delle retribuzioni e sia il lungo pregresso che lo caratterizza. Pur dovendosi prendere con le molle questi dati (ricordiamolo, sono medie con tutti gli errori che questa metodologia determina) il fenomeno esiste, è consistente ed è inaccettabile, sia sul piano sociale e sia sul piano economico più generale.
Sul piano sociale perché, integrando i dati OIL con quelli del Rapporto Inapp, la produttività del lavoro risulta cresciuta, in questo periodo, più delle retribuzioni. Nella distribuzione del reddito le analisi fotografano una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% e del 60%). L’alibi dei bassi salari che, a causa della bassa produttività, servirebbe per mantenere competitività viene smentito. Resta confermato un quasi ventennale difetto di distribuzione tra ceti sociali della ricchezza prodotta. E diventa ancora più vergognoso l’assistere agli incidenti sul lavoro spinti dalla ricerca di una maggiore produttività che si trasforma poi oltretutto in reddito datoriale.
Sul piano economico perché (anche se non è questa la sede per discutere del modello di crescita “profit led” – che è il modello attuale – rispetto a quello “wage led” – che si deve auspicare -), è innegabile che avere maggiori salari porta ad una crescita della domanda aggregata. E’ dimostrabile che questo secondo modello è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta più del primo dalle diverse propensioni al consumo.
Ma quando si parla di valori salariali, si parla ovviamente di netto. Il problema del costo del lavoro si ripropone dunque in tutta la sua forza. Riguarda le aliquote contributive e quelle fiscali. E’ nota la situazione di squilibrio, con prospettive di peggioramento anche per cause demografiche, tra lavoratori attivi e pensionati. E’ altrettanto noto il dramma della evasione – in verità sia fiscale e sia contributiva – che rende il tutto più difficile da risolvere. Anche perché, decenni di interventi a pioggia sul fisco, hanno creato, attraverso I bonus e le detrazioni che si sono stratificati negli anni, una tassazione dei redditi da lavoro caotica. Ci sono casi in cui a un aumento dello stipendio lordo corrisponde una diminuzione di quello netto. L’esempio è di questi giorni: metterci mano è complicatissimo. Inoltre i miglioramenti delle aliquote hanno ignorato le fasce di reddito medio-alto (sopra i 40.000 euro lordi annui, corrispondenti a circa 2.100 euro netti mensili). Un lavoratore che guadagna 50.000 euro si trova così a pagare la stessa imposta marginale di un dirigente che ne guadagna 200.000 euro. E’ un’anomalia tutta italiana. Al reddito è connessa la tipologia dei consumi. E’ dimostrabile che questa anomalia taglia alla radice le potenziali crescite del PIL.
Ma non basta. La struttura della produzione è costituita in Italia da una miriade di piccole aziende: quasi tutte a conduzione familiare. Sono l’ 81%; ed il 68% del PIL viene da loro. Questo pone problemi non solo di struttura della produzione molto parcellizzata, ma anche di tipo sindacale riguardante il modello di contrattazione. Mentre nelle grandi aziende, a mio parere, la proposta della CISL è da considerare positivamente, per le altre aziende anche il meccanismo della contrazione decentrata va riesaminato. Sullo sfondo resta la carenza di una politica di incentivi legata strettamente ad investimenti in tecnologie e innovazioni.
Ho voluto riepilogare, con inevitabili errori di semplificazione, una situazione complessa da affrontare. Parlare solo di salari è sbagliato; non parlarne lo è ancora di più. Le diverse cause sono tra loro interconnesse. Bisogna agire sulla leva fiscale, sulla evasione, sulle prospettive demografiche, sul modello di contrattazione, sulla qualità della contrattazione, sugli incentivi legati agli investimenti. E questa azione va compiuta con una idea precisa del progetto complessivo, con logica euristica, con confronto il meno aprioristico possibile. Sotto accusa va messo il modello di crescita che oggi ( ma lo è da almeno un decennio, e bisogna che questa verità sia chiara a tutti), i Governi hanno adottato. Sui bassi salari per mantenere competitività anche Draghi, a suo tempo, si era speso.
Vedo invece ripetersi, per come la penso, tre errori.
Il primo: “tutta la colpa è del Governo del momento”. Non è così: la serie storica accusa senza possibilità di equivoci la creazione ed il mantenimento di un vulnus più che decennale. Sento Chiara Appendino e mi vengono i brividi: ci fa o c’è?
Il secondo: “il Governo deve….”. Certo che il Governo – qualsiasi sia – deve…: ma l’intero corpo sociale, sindacati e tutti i corpi intermedi, e persino la magistratura, non possono stare alla finestra a guardare. E solo “sollecitare” mi sembra solo un alibi per non agire.
Il terzo: utilizzare la legge per superare questi empasse, a partire dal salario minimo. Se, come i dati dimostrerebbero, l’intero sistema scricchiola, modificare solo l’effetto finale – il valore dei salari, posto che davvero il salario minimo e qualche altra leggina possa riuscire a farlo – serve solo a riproporre il problema fra qualche anno. Legislazioni di sostegno sono quasi obbligatorie: ma di sostegno a patti, o anche solo iniziative, che non competono ai Governi.
Ripropongo dunque l’interrogativo: lo mettiamo giù un abbozzo di progetto?
 

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