
di Silvano Danesi
Tum Atum, la piramide e il campo quantico
Nell’antico Egitto la teologia eliopolitana ci trasmette l’informazione che Tum Atum ( “Colui che è-Colui che non è”), è emerso dall’oceano primordiale, il Nun, in forma di piramide.
Il Nun è un “oceano” che evoca il campo quantistico fondamentale, costituito da campi di radiazione (bosonici) e da campi di materia (fermionici) dove le particelle nascono da eccitazioni del campo e si annichilano nel campo. Non è impossibile pensare alle particelle che si creano e si annichilano come a Colui che è Colui che non è. Il concetto di eccitazione ricorda il vedico tapas, l’ardore, l’energia essenziale, l’origine stessa del mondo o, meglio, dei mondi.
La piramide, nella quale si materializza Tum Atum, si pone, nella teologia eliopolitana, come simbolo della morfogenesi manifestativa: dell’esistenza (ex sistere, stare saldo, stabile) dell’essente.
La piramide, così chiamata dai greci da pyr (fuoco, luce) era rivestita di bianco calcare e alla sommità c’era il priamidion di electron. Nell’insieme la piramide si proponeva simbolicamente come un corpo di luce che rivestiva un corpo di materia.

Il nome egizio della piramide era mr e condivideva il significato con quello di mr canale. Un canale verso una luce primordiale che è ben simbolizzata dal cielo stellato, ossia dal nero luminoso.
Il concetto è ben espresso dall’indoeuropeo Ka, che è nelle acque primordiali Na o nel Logos che è in Arché.
Questa luce primordiale è noetica, non appartiene all’essente.
Scrive Cacciari: “L’uno è un intero, l’essente è uno nell’integrità indissolubilmente connessa delle sue parti. Il ‘vero’ Uno non può avere parti; l’uno di cui parliamo, invece, si. Non appena diciamo uno, ecco che sembra divenire un qualcosa, per quanto integro in sé, composto di parti. Dell’altro, dell’Uno-Uno, nulla potremmo dire. Soltanto l’uno synechés [attinente, coerente, continuo, permanente, incessante, ndr] è predicabile, soltanto di esso potrà darsi scienza”. [i]
Ed è in questo ambito, dell’essente, che si colloca il corpo di luce che, per questo, può essere oggetto di scienza, così come è accaduto con il supersolido di luce.
Dell’Uno-Uno nulla si può dire e la sua luce è consegnabile alla folgorazione dell’intuizione e del disvelamento mistico.
Quello di cui nulla si può dire, scrive Cacciari, è “un Punto-Luce, trascendente ogni possibile predicazione”. Siamo al cospetto di un’Unità sovra-essenziale.
Ed è al cospetto di questa Unità sovra-essenziale che Dante scrive: “Oh, abbondante grazia ond’io presunsi/piccar lo viso per la luce etterna/ tanto che la veduta vi consunsi./ Nel suo profondo vidi che s’interna/ legato con amore in un volume/ ciò che per l’universo si squaderna/sostanza e accidenti e lor costume quasi conflati insieme/per tal modo che dico è un semplice lume./ La forma universal di questo nodo/ credo ch’i vidi, perché più di largo/ dicendo questo mi sento ch’i godo”.
Questa luce è la luce di quello che potremmo definire il Principio ed è quella che Martin Heidegger chiama la “luce dell’essere”. [ii] Luce che si rende nell’essente come manifestazione (palpabile) alla sguardo fisico e come epipháneia (apparizione) allo sguardo immaginale. La luce dell’essere non manifesta e non epifanica si rende allo sguardo noetico (intellettivo) come folgorazione (epopteia).
Nella manifestazione e nell’epifania, scrive Cacciari: “L’arché nascosta, il Principio che si adorava senza riuscire a nominarlo si è fatto finalmente Logos, ci parla aperte”.
Il Principio che si fa Logos è Pensiero in azione, Pensiero che si fa parola, Pensiero che comunica.
Torniamo sui nostri passi, ossia all’anima come corpo di luce.
Hillman, in Psicologia archetipica (Treccani) scrive della “sede dell’anima” come di “un mondo fatto di immaginazione, passione, fantasia, riflessione, né fisico e materiale, né spirituale e astratto, e tuttavia legato agli altri due”.
Il mondo dell’anima è un mondo di mezzo, immateriale, ma sostanziale ed essente.
P.O. Kristeller, citato da Hillman, scrive che il neoplatonismo definisce “l’essenza dell’uomo nel concetto dell’anima inteso come qualcosa di concreto e sostanziale”.
Un corpo di luce ipersolido cristallino di luce è concreto e sostanziale (luce più forma).
La realizzazione degli scienziati italiani, i quali hanno determinato un supersolido di luce dalla forma cristallina, toglie di mezzo l’idea che l’anima per essere sostanza debba essere materiale e dà rilevanza scientifica al mondo immaginale e alla poetica idea di Shakespeare che noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Shakespeare non a caso ha usato il vocabolo sostanza, che ora comprendiamo come sostanza di luce. Quando sogniamo il nostro sguardo immaginale accede ad un mondo costruito con fotogrammi, scritture di luce, che oggi possiamo considerare sostanziale.
Un cenno è necessario al tema del corpo di luce ben presente nella tradizione cristiana.
San Paolo ci dice che il corpo mortale viene “assorbito dalla vita”, ossia si trasforma nella materia, ma gli esseri umani sono dotati da Dio della “caparra dello Spirito”.
L’etimologia della parola caparra si riconduce all’unione di due parole latine: il verbo capere = prendere + arra o arrha = pegno, garanzia. La caparra dello Spirito è, pertanto un pegno, una garanzia che non tutto l’essere umano viene “assorbito dalla vita”.
Ancora più esplicito San Paolo è nella prima lettera ai Corinzi, dove tratta il modo della resurrezione.
“Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”.
Si semina un corpo materiale, che viene assorbito dalla vita (incessante trasformazione) e risorge un corpo spirituale, ossia quella parte del corpo che viene denominato celeste o glorioso.
Oggi la scienza ci dice che le antiche affermazioni dei testi sapienziali hanno anche un fondamento scientifico. L’essere umano ha imparato che la materia è energia e ha imparato a ricavare dalla materia l’energia. L’essere umano ha anche imparato che la luce è energia, ma non è materia. Ha anche pensato che dalla luce non potesse derivare la materia, ma recentemente due fotoni hanno dato origine in laboratorio ad un elettrone. Dalla luce la materia. L’essere umano ha ora imparato che la luce può dar luogo ad un corpo ipersolido cristallino, ossia ad una sostanza (luce più forma), così come era stato ed è per la materia (materia più forma).
Oggi un corpo di luce non è più solo un portato della tradizione; è ma un portato della fisica.
Vorrei concludere con una testimonianza resa in punto di morte da una giovane donna.
Due giorni prima della morte, ormai afona, in uno stato di coma, Ginetta, rivolgendosi improvvisamente alla madre, con voce chiara e stentorea, ha detto: “Il corpo è una pompa e io sto ricostituendo una parte del mio corpo”.
La madre, attonita, le ha chiesto cosa stesse dicendo e Ginetta, con voce sempre chiara e stentorea ha ripetuto, evidenziando ogni parola: “Il corpo è una pompa e io sto ricostituendo una parte del mio corpo”.
Ginetta è poi ripiombata nel suo stato di coma.
Ginetta voleva dire che stava ri-costituendo il suo corpo di luce, quello con il quale è venuta al mondo materiale; quello che ha rivestito e avrebbe continuato a rivestire il suo nucleo intelligente e cosciente di informazioni (la sua identità) anche dopo che il suo corpo materiale, di lì a poco, si sarebbe spento, avviandosi alla disgregazione.
Nella seconda lettera ai Corinzi, San Paolo afferma: “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi”.
Ecco la spiegazione del ri-costituire una parte del proprio corpo, ossia la parte di luce, che una morente nel corpo, ma già vivente nel corpo di luce, ha trasmesso alla madre, nel momento in cui stava preparandosi alla condizione di non trovarsi nuda, ma già vestita di quella parte del suo corpo che non è mortale.
Così è per gli esseri umani. Veniamo al mondo della materia per rivestire un corpo materiale nella vita terrena, che restituiamo alla vita terrena quando finisce il nostro tempo, ma abbiamo con noi la “caparra” dello Spirito, quell’altro corpo, il corpo di luce, che è il corpo spirituale del quale parla San Paolo ai Corinzi.
Ed è questo il corpo che Ginetta stava “ricostituendo”, in quanto rimetteva in moto il suo corpo di luce nel momento in cui stava per abbandonare quello terreno e lo faceva prima della morte fisica, perché stava preparandosi alla condizione di non trovarsi nuda, ma già vestita di quella parte del suo corpo che non è mortale nel passaggio verso l’Aldilà.
Oggi, grazie al ricongiungersi della fisica e della metafisica nella ricerca, possiamo ragionevolmente affermare di essere nuclei intelligenti e coscienti di informazioni rivestiti di un corpo di luce immortale e di un corpo mortale che lasciamo quando l’esperienza terrena, che accresce il nostro nucleo informativo, si conclude.
La nostra eternità nella luce apre una riflessione sulla possibilità che il nostro transito nella materia non sia solo uno, ma questa è un’altra storia.
[i] Massimo Cacciari, Metafisica concreta, Pironti editore
[ii] Martin Eidegger, Che cos’è la metafisica, Pironti editore





