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MELONI, VENTOTENE E L’AUTOGOL DELLA SINISTRA

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di Adolfo Tasinato

La recente polemica scoppiata in Parlamento, sulle parole di Giorgia Meloni riguardo al Manifesto di Ventotene è l’ennesima dimostrazione della fragilità strategica della sinistra italiana. La Premier ha letto alcuni passaggi del testo di Altiero Spinelli e ha espresso un concetto chiaro: ciò che poteva avere un senso ottant’anni fa non necessariamente lo ha oggi e comunque lei non si riconosce in quel Manifesto. Legittimo dirlo? Sicuramente si.

Eppure, tanto è bastato perché l’opposizione scattasse in piedi accusandola di revisionismo, se non addirittura di un implicito attacco ai valori democratici dell’Unione Europea. Ma è davvero così?

La sinistra cade nella trappola

Meloni, con la sua dichiarazione, ha voluto infrangere un tabù: la narrazione del Manifesto di Ventotene come un’icona intoccabile, senza macchie o criticità. Il testo, scritto durante il confino fascista, immagina un’Europa unita senza Nazioni, ma propone anche elementi che oggi apparirebbero quantomeno discutibili, come la dittatura di un partito rivoluzionario, l’abolizione della proprietà privata e la democrazia vista come un peso morto nella crisi rivoluzionaria.

Concetti che, nel contesto storico dell’epoca e nella linea politica degli autori, potevano avere una loro logica, ma che alla luce delle tragedie provocate dai totalitarismi del XX secolo risultano inaccettabili per qualunque sincero democratico.

Eppure, invece di ribattere nel merito, la sinistra ha reagito con la consueta indignazione pavloviana, tornando a rievocare il fantasma del fascismo e attaccando la Premier su un terreno che agli italiani interessa sempre meno. Il risultato? Meloni ha ottenuto esattamente ciò che voleva: riportare l’opposizione in un pantano ideologico che la allontana dai problemi concreti della Nazione.

Non è la prima volta che la Presidente del Consiglio utilizza questa strategia. La sua abilità comunicativa sta proprio nel costringere la sinistra a confrontarsi su temi identitari, su cui l’elettorato moderato ormai non vuole più dividersi mentre la sinistra si avvita su stessa e le sue contraddizioni.

Mentre il Governo discute di politiche europee, difesa nazionale e sostegno all’Ucraina, la sinistra si impantana su un dibattito storiografico che interessa poco alla stragrande maggioranza dei cittadini che neanche sanno cosa c’è scritto nel Manifesto di Ventotene.

Il cortocircuito della sinistra

La reazione scomposta del PD e delle altre forze progressiste è stata bollata come ridicola anche da esponenti che non fanno certo parte del centrodestra. Massimo Cacciari ha definito le proteste “comiche” e ha accusato la sinistra di ignoranza storica. “È ovvio che Meloni non sia d’accordo con Spinelli, che scandalo è?” ha dichiarato il filosofo, evidenziando come il PCI e il PSI abbiano sempre avuto un’impostazione anti-federalista, ben lontana dalle idee contenute nel Manifesto di Ventotene. “Questi hanno portato il cervello all’ammasso,” ha aggiunto, suggerendo che la sinistra farebbe bene a ripassare la propria storia politica.

Non meno critico Marco Rizzo, che ricorda come il PCI si sia sempre opposto al progetto europeo, considerandolo un’iniziativa orchestrata dagli Stati Uniti per il controllo dell’Europa. “Altiero Spinelli nel PCI contava poco o nulla”, afferma Rizzo, “e la sua elezione al Parlamento Europeo fu il risultato della mutazione genetica che portò poi alla nascita del PD, partito guerrafondaio e completamente asservito alla UE”. Per Rizzo, la vera alternativa è il rispetto della Costituzione italiana e dell’articolo 11, continuamente violato dai moderni europeisti.

Il nodo della sinistra: poca identità senza strategia

Questa vicenda evidenzia un problema più profondo: l’assenza di una sinistra riformista e pragmatica in Italia. Le varie anime dell’opposizione sembrano più impegnate a ricercare un collante ideologico che a elaborare un programma politico solido.

Da un lato, il PD continua a oscillare tra un’anima progressista e il richiamo nostalgico a battaglie di altri tempi; dall’altro, le forze più radicali cercano di tenere vivo un filo rosso con il passato, ignorando le mutazioni della società e dell’elettorato. D’altronde il PD più che un partito politico ispirato da una ideologia è un consorzio d’affari tra ex PCI e sinistra DC.

In questo vuoto strategico, Meloni ha gioco facile. Basta una frase mirata per far scattare la reazione indignata e riportare la discussione su un terreno dove la destra si compatta, mentre la sinistra si divide e si dimostra prigioniera di schemi ormai superati. L’opposizione sembra non aver compreso che il consenso non si guadagna alimentando polemiche sterili, ma offrendo soluzioni concrete ai problemi degli italiani.

La lezione di Ventotene

Non si tratta di negare l’importanza storica del Manifesto di Ventotene, né di ridimensionarne il possibile ruolo nella costruzione dell’idea di un’Europa unita. Ma è intellettualmente onesto riconoscere che alcuni passaggi di quel testo non possono essere accettati acriticamente nel XXI secolo.

E se persino studiosi liberali come Pierluigi Battista riconoscono la validità delle osservazioni di Meloni, perché la sinistra si ostina a difendere una lettura dogmatica del passato? Tra l’altro, Altiero Spinelli, uno dei firmatari del famoso Manifesto, fu poco amato anche dalla sinistra nel dopoguerra e confinato, questa volta al Parlamento Europeo, per toglierlo di mezzo a livello nazionale.

La verità è che, al netto delle polemiche, Giorgia Meloni ha posto una questione reale: quale Europa vogliamo oggi? Un’Europa costruita su una democrazia solida e pluralista o un’Europa che ancora si rifà a modelli ideologici superati? Un’Europa che rispetta i popoli e la loro storia o che vuole essere una marmellata insipida? Un’Europa alleata degli USA o in contrapposizione?

Che Europa è quella di oggi? Unita politicamente o piuttosto una unione meramente finanziaria che ha la pretesa di governare la politica? Giorgia Meloni ha esposto chiaramente la sua visione e quella del Governo, spetta alla politica il compito di creare una Europa più unita non alla finanza.

Il vero problema della sinistra è la sua incapacità di rispondere a queste domande con una visione chiara, moderna ed unitaria.

Mentre il Governo prosegue il suo cammino, l’opposizione resta ferma a inseguire le ombre del passato. E, ancora una volta, l’unica vera vincitrice di questa ennesima polemica è Giorgia Meloni, abile leader politico e abile comunicatrice. Poi in serata su Rai1 va in onda (a caro prezzo) Benigni che esalta l’Europa, ma non era TeleMeloni?

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  • Redazione

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