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IL PARADOSSO DEI FIORI NEI CANNONI

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di Carlo Di Stanislao

I fiori nei cannoni: il paradosso europeo tra pace e conflitto

“Non c’è via per la pace, la pace è la via.” – Mahatma Gandhi

Partiamo dal nodo centrale: se in Ucraina dovesse scattare l’allarme per un’operazione di peacekeeping, è davvero sensato proporre la creazione di un esercito europeo? Finora, infatti, l’UE ha armato Kiev, traducendosi – in pratica – in un attore bellico contro Mosca. Come si può pensare che Putin accetterà, con spirito collaborativo, armi di fabbricazione NATO proprio ai confini della Russia, quando fino a ieri si dichiarava contraria a una Ucraina militarizzata? Un controsenso che fa riflettere. Sarebbe invece più coerente immaginare forze di interposizione onusiane, composte da Paesi terzi – “finanziate” dai più abbienti – che non abbiano mai preso parte al conflitto.

di Carlo Di Stanislao

Magari non vi siete accorti che noi, i cosiddetti “fiori nei cannoni”, possiamo permetterci certe dotazioni militari proprio perché, fino a poco tempo fa, erano gli americani a preoccuparsi di caricare quei cannoni con cartucce e missili.

Sul fronte delle manifestazioni pro-europee, il commento più tagliente lo offre Fabrizio Roncone con un semplice e disincantato: “Pochi giovani”. Un’affermazione che, pur nella sua brevità, sintetizza il declino dell’entusiasmo giovanile per una causa che pare ormai invecchiata.

C’è un motivo per cui ho sempre nutrito un particolare apprezzamento per gli Scout d’Europa – di cui vanto con orgoglio l’appartenenza – rispetto ad altri gruppi di attivisti. Mentre alcuni scendono in piazza insieme a Michele Serra per un’idea di Europa indefinita e confusa, il vero europeismo si traduce in azioni concrete, come l’educazione dei giovani, senza dogmi ideologici preconfezionati. Il giuramento “Ho promesso sul mio onore di servire Dio, la Chiesa, la Patria e l’Europa” rappresenta l’essenza di un impegno autentico: una visione che pochi dei cosiddetti “Serra Boys” sarebbero disposti a condividere, perché l’idea di un’Europa senza le proprie radici patriali è un’utopia che nega le differenze e le ricchezze dei nostri popoli.

Le piazze, poi, sono diventate il palcoscenico di un miscuglio tra toni sinistri e radical chic: dai girotondi alle sardine, fino ai gruppi ispirati a Serra. E, come sottolinea Beppe Sala, “Bellissima piazza. Ma non basta. Se andassimo a votare stasera, purtroppo, il centrodestra trionferebbe.” Un’osservazione che fa riflettere: le manifestazioni, per quanto simboliche, rischiano di rimanere meri esercizi di retorica se non si trasformano in azioni concrete alle urne.

Passando ad un altro scenario inquietante, ricordiamo le recenti notizie sulle stragi degli alawiti in Siria. In questo contesto, il sinistro Keir Starmer – il cui nome oggi richiama quello del compianto Winston Churchill – ha deciso di rafforzare l’impegno del Regno Unito nella ricostruzione della Siria, ora guidata da Al Jolani. Londra si prepara a infondere circa 200 milioni di euro in aiuti economici e umanitari, un gesto che, seppur lodevole, non sembra aver scelto il momento migliore, subito dopo i tragici massacri.

Infine, il mondo continua a sorprenderci con le sue inversioni di rotta. Fino a poco tempo fa, le auto Tesla erano il simbolo dei ricchi consumatori liberal americani, attenti all’ambiente e alle battaglie verdi. Oggi, questi stessi consumatori guardano Elon Musk con occhi critici, quasi come se fosse un mostro neonazista, e stanno spostando la loro preferenza verso altri veicoli elettrici. Contemporaneamente, i sostenitori di Trump – tradizionalmente legati a una visione dell’America profonda – cominciano ad acquistare Tesla, come gesto di sostegno verso il magnate sudafricano. Immaginate, ad esempio, un cowboy texano a bordo di un Cybertruck elettrico: il mondo, davvero, sta cambiando prospettiva.

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  • Redazione

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