di Marco Sarli
Nel mese di giugno 2023 ripresi a seguire i mercati finanziari dopo oltre sei anni dalla conclusione del mio blog Diario della crisi finanziaria (diariodellacrisi,blogspot.com), un blog di Google letto in 92 paesi del mondo e nel quale seguivo quotidianamente le vicende prima della Tempesta perfetta (dal settembre del 2007 alla fine del 2017, lasso di tempo nel quale si susseguì, dal 2007 al 2009, la più grande crisi finanziaria dopo il crollo di Wall Street del 1929 e la susseguente Grande Depressione, e poi dal 2009 al 2013 la crisi del debito di sei paesi dell’eurozona).
Il mio compito era facilitato dal fatto che ero stato un economista dell’ufficio studi della Banca nazionale del Lavoro e poi economista della Direzione Finanza della stessa banca che, prima dell’acquisizione da parte di BNP Paribas, era una grande realtà del panorama creditizio italiano, fino alla disavventura dei finanziamenti al regime di Saddam Hussein erogati dalla piccola filiale di Atlanta in Georgia, evento che portò all’azzeramento del patrimonio e al successivo intervento di tre grandi enti pubblici italiani e al “soccorso” del colosso creditizio spagnolo Banco Bilbao de Vizcaja y Argentaria che acquisì il 15 per cento del capitale ma che fu poi bloccato dai “furbetti del quartierino” e dalla posizione dell’allora Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio che impedì questa acquisizione come quella di Banca Antonveneta da parte della grande banca olandese ABN-AMRO.
Mi sono, quindi, occupato di tassi di interesse internazionali e cambi fino alla notte dell’euro del 1999, notte nella quale rilasciai un’intervista al TG3 prima di assumere la responsabilità dell’ufficio studi del sindacato nazionale dei bancari della UIL.
La premessa è necessaria per capire che dopo un sonno durato quasi sei anni ho ripreso a seguire con assiduità le vicende del mercato finanziario internazionale ed ho avuto la sorpresa di scoprire che l’impegno profuso dall’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ma soprattutto presidente del comitato tra le banche centrali deputato a riscrivere le regole di quello che molto efficacemente il presidente della Repubblica Francese, Nicholas Sarkozy, ebbe a definire il grande casinò della finanza internazionale, un mercato oggetto dei fenomeni concomitanti di globalizzazione, ma, e certamente soprattutto, di deregolamentazione risalenti a quanto deciso al tempo dei due mandati presidenziali di Bill Clinton.
Questa era la cornice, ma i comportamenti scellerati delle Big Five dell’Investment Banking a stelle e strisce e delle banche più o meno globali poste al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico (ma anche di quello Pacifico) attraverso le fabbriche prodotto delle lo divisioni di Corporate&Investment Banking, con la attiva complicità delle società di rating (Moody’s e Standard &Poor’s in testa) portarono letteralmente il mercato finaziario sull’orlo (se non oltre) dell’abisso e la Federal Reserve prima e le altre banche centrali poi si caricarono di decine e decine di migliaia di miliardi di dollari di titoli tossici, cosa che non ha impedito la scomparsa alquanto repentina di Lehman Brothers e al salvataggio in extremis di Commerzbank e, ma molto successivamente, al repentino fallimento del Credit Suisse, seconda banca svizzera, acquisita per un franco dalla potente seppur malconcia UBS e salvata con fondi della Banca centrale svizzera e della Confederazione elvetica (somme che l’UBS ha di recente rimborsato).
E già, perché sia le Investment Banks a stelle e strisce che le banche più o meno globali basate negli USA e All Over the World sono sì sopravvissute ma continuano ad avere “in pancia” le loro dotazioni di titoli tossici, una situazione di fatto che spiega bene perché da più di quindici anni non assistiamo a processi di concentrazione nel settore creditizio e perché Deutsche Bank non sia assolutamente in grado di opporsi alla scalata di UniCredit nei confronti della seconda banca tedesca, Commerzbank.
Sempre nel Diario della crisi finanziaria mettevo in risalto la relativa immunità dei grandi gruppi creditizi italiani dagli alti marosi della Tempesta Perfetta, notando che questo fenomeno era in larga parte dovuto alla loro “arretratezza” nel campo della finanza strutturata, troppo prese come erano ad un rilevantissimo processo di concentrazione che in pochi anni aveva determinato la nascita di cinque grandi gruppi che contavano per oltre il sessanta per cento del totale attivo a livello del sistema creditizio italiano, anche se non altrettanto si può dire per il capitolo dei Non Performing Loss che, una volta partita la Vigilanza della BCE e affidata la stessa a due molto occhiute donne made in Bundesbank, di dolori agli Achei ne vennero e come!
La premessa era necessaria ma non è del tutto esaustiva, ma volentieri rimando al riguardo alle annate del Diario della crisi finanziaria e, quando e se sarà pubblicato, al mio “Il gran Nocchiero”, prima biografia organica di Mario Draghi, il grande economista romano che di tutte le vicende che ho di sopra citato è stato assoluto protagonista.
Ma, tornando al giugno 2023, mi trovai di fronte ad una situazione del tutto esplosiva con tre bolle speculative sempre più gonfie (l’immobiliare cinese, che sarebbe scoppiato poche settimane dopo, l’azionario a stelle e strisce, con multipli tra guadagni e valore dell’azione francamente esagerati pur nel molto conservativo S&P 500, ma addirittura folli nel caso delle Big Seven della tecnologia a stelle e strisce, con punte di oltre 170 volte nel caso della Tesla di Elon Musk ed in quella parte dell’obbligazionario emesso a piene mani all’epoca del Bazooka di Mario Draghi all’epoca del Whatever it Takes, per non parlare dell’indebitamento pubblico ma soprattutto di quello privato degli Stati Uniti d’America).
Allora non sapevo che il lesto ritrarsi dall’azionario a stelle e strisce da parte di quella vecchia volpe di Warren Buffet era già iniziato due trimestri prima (ed è proseguito costante per altri sette trimestri), né che lo stesso finanziere, dimezzate le rilevanti presenze in Apple e Bank of America, avesse dirottato le sue attenzioni sulle molto appetibili azioni di cinque grandi holdings giapponesi, ma tenendosi “liquido” per centinaia di miliardi dollari prudentemente investiti in Treasury Bills ad un mese, né che il suo esempio era stato più o meno prontamente seguito da una vera e propria flottiglia di investitori di ogni stazza e dimensione, tutti memori del fatto che il “Grande vecchio” aveva reso sempre più florida (attualmente capitalizza intorno ai mille miliardi di dollari, unica società non tecnologica ad avere raggiunto un tale ragguardevole traguardo) ritirandosi in buon ordine dal mercato nelle quattro precedenti crisi finanziarie, Tempesta Perfetta ovviamente compresa.
Il risultato di questi disinvestimenti è il livello francamente esagerato toccato dalla liquidità a livello di sistema.
Viene spontaneo chiedersi chi è rimasto “con il cerino in mano”, ebbene la risposta è facile: piccoli e medi investitori che acquistano in proprio o via fondi di investimento e compagnie di assicurazione, investimenti questi ultimi in cui il rischio è tutto in capo all’investitore e sempre a lui tocca pagare commissioni più o meno eque a chi gestisce i fondi per lui.
Ma, rispetto all’estate del 2023, ci sono ulteriori e significative differenze e la prima è la situazione davvero esplosiva dell’abnorme sistema di credito al consumo nelle sue varie forme nel mercato finanziario nordamericano e si è scoperto di recente che il delinquency rate sulle micidiali carte di credito a pagamento rateale (si consideri che i consumatori americani ne possiedono spesso anche due o più) è giunto ai livelli del 2008, l’anno del fallimento di Lehman Broters e che le banche ivi operanti hanno dovuto mettere a perdita ben 48 miliardi di dollari.
L’altro elemento davvero inquietante è rappresentato dal fatto che, a differenza degli europei e degli asiatici, non parliamo dei centro e sud americani, ben il 68 per cento della ricchezza finanziaria dei cittadini a stelle e strisce è direttamente o via fondi e polizze investito a Wall Street, il che significa che, con l’andamento delle ultime settimane, direi degli ultimi giorni, hanno registrato perdite in conto capitale di misura assolutamente ragguardevole.
Altra novità è rappresentata dalla erratica politica di Donald Trump che promette veri e propri sfracelli sul piano della tenuta dei conti pubblici che, solo tenendo conto delle sue promesse elettorali in materia di sgravi fiscali, porterebbero ad un aumento del già considerevole debito pubblico nell’ordine di quattro- cinquemila miliardi di dollari.
Altro significativo fenomeno è rappresentato dal flyng to quality che sta giustificando sia la maggiore tenuta dei listini europei ed asiatici, sia lo spostamento verso i titoli delle aziende e delle banche del Dow Jones, caratterizzate spesso da multipli tra guadagni e valore dell’azione più in linea con quelli esistenti in Europa o in Asia.
Ma un’altra nube minacciosa appare all’orizzonte ed è rappresentata dalla pressante richiesta di Jamie Dimon, numero uno di J.P. Morgan Chase (banca che capitalizza quanto le prime dieci banche del vecchio continente) e degli altri banchieri più o meno globali a Trump affinché allenti in modo significativo le regole faticosamente imposte da Draghi all’indomani della Tempesta Perfetta, mandando in soffitta le disposizioni delle varie versioni degli Accordi di Basilea, richiesta che eserciterebbe, ove accolta, un chiaro “effetto di dimostrazione” sui banchieri operanti negli altri continenti.
Non condivido una delle recenti affermazioni di Elon Musk, che ha peraltro di recento registrato perdite nel suo patrimonio personale molto, ma molto significative, se non quella nella quale paventa per gli States un rischio di bancarotta sul piano dei conti pubblici che già viaggiano sul 6 per cento per il deficit e di oltre il 120 per cento per il debito.
“Sinistri scricchiolii” apparve contemporaneamente sul sito della Freelance International Press e sul Nuovo Giornale Nazionale e sul canale YOUTUBE della FLIP feci un’intervista su questo argomento e duna successiva sulle possibilità di realizzazione della banca e della valuta unica dei BRICS, parere che mi era chiesto in quanto avevo seguito da vicino l’accidentato percorso di avvicinamento alla fissazione delle parità fisse e irrevocabili tra le valute dei paesi partecipanti sin dal suo avvio all’euro.
In quella intervista mi mostrai alquanto scettico sulla realizzabilità sia della banca che, ancor di più della valuta unica, perplessità accresciute dopo l’adesione di altri sei Paesi e l’allungarsi della lista di attesa dei candidati a venticinque-trenta, ma devo dire che oggi sono molto più possibilista, sia per la crescita del numero di banche (sono attualmente oltre milleduecento) che aderiscono al sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT (che ne conta tuttavia dodicimila), sia per lo sviluppo della banca che favoriva il sistema del counter trade, sia per il forte impegno dei Paesi membri e candidati nel rafforzamento delle rispettive riserve valutarie e nel rafforzamento “aumm, aumm” delle riserve auree, anche tenedo conto che anche quelle ufficialmente dichiarate sono di tutto rispetto e consentirebbero agevolmente la devoluzione di quanto i paesi dell’area euro hanno conferito alla BCE (550 tonnellate.
Con il progressivo sgonfiarsi della bolla delle Big Seven, Tesla in testa, e l’avvicinarsi dello Standard&Poor’500 a livelli molto pericolosi per la sua tenuta, ho ritenuto necessario scrivere questo secondo articolo, che è in realtà un secondo alert e per gli stessi motivi ho rilasciato una nuova intervista al canale YOUTUBE della Freelance International Press, anche se ho poca fiducia nella disponibilità di medi e piccoli investitori ad essere più prudenti e a privilegiare investimenti relativamente sicuri in titoli di Stato, conti di deposito vincolati, buoni postali e chi più ne ha ne metta.




