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SI NASCE INDEBITATI?

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di Marco Pugiese
 
Si nasce indebitati? È falso e rasenta l’analfabetismo economico

È falso che ogni italiano abbia un debito di 35.000 euro e perfino i neonati di 10.000. Questa affermazione, ripetuta come un dogma, è il classico errore di attribuire il debito pubblico a ogni singolo cittadino, come se fosse un prestito personale da rimborsare. Ma lo Stato non è una famiglia e il suo debito non funziona come il mutuo di casa. Il debito pubblico è uno strumento finanziario e contabile che non si traduce automaticamente in un peso individuale, perché il vero nodo non è la sua esistenza, ma chi lo detiene e come viene gestito.

Ad oggi, circa il 70% del debito italiano è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi pensione e risparmiatori italiani, mentre un 20% è stato acquistato dalla BCE tramite i suoi programmi di acquisto titoli. Solo il restante 10% è detenuto da investitori stranieri. Questo significa che il debito dello Stato è in gran parte un debito che abbiamo con noi stessi. Quando lo Stato emette BTP, i cittadini e le istituzioni finanziarie li comprano per ottenere un rendimento: quindi il debito di uno è il credito di un altro. Dire che “ogni cittadino ha un debito” significa ignorare che molti italiani posseggono quel debito sotto forma di titoli di Stato.

Allora perché si insiste su questa narrazione? Il problema non è il debito in sé, ma il contesto politico ed economico in cui viene gestito. Il vero nodo sta nelle regole europee, in particolare nel Patto di Stabilità e Crescita, che impone limiti arbitrari come il deficit sotto il 3% del PIL e la riduzione costante del rapporto debito/PIL verso il 60%. Questi vincoli, introdotti negli anni ’90, si basano su una visione rigida e superata della finanza pubblica, che non tiene conto delle differenze tra economie e dell’effetto degli investimenti pubblici sulla crescita. Il Giappone, con un debito superiore al 250% del PIL, non è vittima di crisi finanziarie perché il suo debito è detenuto principalmente all’interno del Paese e la sua banca centrale ha maggiore libertà di intervento. In Italia, invece, il dibattito è ingabbiato dal mantra della “riduzione del debito”, che porta a tagli ai servizi essenziali e a investimenti insufficienti, soffocando la crescita economica.

La domanda giusta non è “quanto debito abbiamo?”, ma “come lo stiamo usando?”. Se è impiegato per infrastrutture, istruzione, innovazione e sanità, può generare crescita e benessere. Se invece viene utilizzato per coprire spese improduttive e clientele, allora sì che diventa un problema. Ma la più grande bugia resta quella di far credere che nasciamo già condannati a pagarlo. La realtà è che il debito pubblico è una questione politica e non una condanna: la sua gestione dipende dalle scelte fatte dai governi e dalle regole che essi accettano. E finché l’Italia continuerà a subire senza discutere le rigidità del Patto di Stabilità, il dibattito resterà bloccato in una logica che fa più danni del debito stesso.

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  • Redazione

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