
di Giuseppe Augieri
E se puntassimo ad aumentare seriamente le retribuzioni…..
“La gestione prudente dei conti pubblici sta già dando frutti, con una riduzione del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e tedeschi”. Questi fattori, “insieme al riequilibrio delle finanze pubbliche, possono contribuire a ridurre ulteriormente i rendimenti sui titoli di Stato, migliorando le condizioni di finanziamento per famiglie e imprese e rafforzando la competitività del Paese”….. perché la riduzione dei tassi di interesse, gli alti livelli di occupazione e la ripresa della domanda estera sosterrebbero i consumi e le esportazioni, favorendo nel contempo l’accumulazione di capitale da parte delle imprese”.
Questo, per punti, la recente riflessione della Banca d’Italia: confermano il ragionamento da me recentemente fatto sulla presenza di una politica economica di destra che non è per nulla fallimentare, ma è di destra. E che dunque va superata con una proposta di politica economica che dia comunque buoni risultati, ma più attenta a welfare, reddito distribuito, socialità.
Ma Panetta aggiunge: Ecco perché “è ancora più necessario affrontare con decisione i nodi che frenano la crescita italiana: la bassa produttività, l’elevato debito pubblico, le inefficienze dell’azione pubblica”. Ritornano ancora la questione produttività e l’efficienza del settore pubblico: grandi assenti nel dibattito di oggi.
“La competitività oggi è sempre meno relativa ai costi del lavoro e molto basata sulle conoscenze e sulle skill che sono incorporate nelle forze di lavoro”. Mario Draghi avverte che competere sui costi del lavoro è una strategia perdente per l’Europa e in particolare per l’Italia. Il rapporto tra competitività e produttività è strettissimo. Le deficienze europee rispetto agli USA (le differenze del PIL/procapite sono aumentate del 70% e sono dovute alla minore produttività) da noi sono esaltate, visto che in Italia l’aumento medio annuo della produttività del lavoro nel lungo periodo (2014-2022) è stato dello 0,5%, contro una media europea dell’1,3%.
Una analisi dei processi aziendali e dei loro risultati reddituali dicono che i cosiddetti “asset intangibili” sono acceleratori della crescita, molto di più – almeno negli anni recenti – rispetto agli investimenti fisici. (vedi grafico). Ma la crescita degli intangibili è strettamente legata a quella del capitale umano, in tutte le sue forme e in particolare in quelle conoscitive e manageriali. Ebbene, l’Italia si trova al 19esimo posto in Europa secondo un indicatore che misura la qualità delle competenze manageriali. Ed il pensiero va perciò non solo alla fuga di cervelli, quanto all’esodo di almeno 100mila giovani che nel 2022 e 2023 hanno lasciato l’Italia: e solo 37mila sono tornati. Competenze che si perdono ad ogni livello: è solo a causa della differente retribuzione?
Sfatiamo alibi. L’attrattività del lavoro è data da molti fattori, di ordine economico e di ordine motivazionale e questi ultimi, come dimostrano diverse indagini, sono crescenti per le giovani generazioni. Ma la motivazione economica non è assolutamente secondaria. Inutile girarci intorno.
Si dice: ma le retribuzioni possono crescere solo se prima aumenta la produttività del lavoro. Si trascura che la crescita qualitativa del capitale umano è un investimento immateriale e migliora la produttività del lavoro. Questa crescita di qualità si paga: basta con il cane che si morde la coda.
Chi ha adottato motivazioni più alte, compresa quella economica, ha una produttività superiore di circa il 10% rispetto alle altre. La soddisfazione crea valore aggiunto. E’ la tesi di sempre del mio pallino, la gestione in logica Total Quality, confermata da decine di rilevazioni. Aumentare la produttività, e quindi la posizione competitiva, passa per il miglioramento delle condizioni del lavoro. A partire da quelle economiche, ma non limitandosi ad esse. Gestione per processi, valorizzazione delle competenze e conseguenti criteri di premialità chiedono un management all’altezza: ed una idea di rappresentanza del mondo del lavoro molto diversa da quella attuale. Ma accompagnati da una previsione di aumenti consistenti delle retribuzioni.
Senza alcuna presunzione di voler suggerire alcunché, ma solo per proporre qualche riflessione, mi domando se questo non possa essere un cardine per un programma alternativo a quello attuale che privilegia la competitività attraverso bassi salari. E mi domando se la, per me, giusta indicazione della CISL sulla partecipazione dei lavoratori non possa trovare in questa attività di codecisione o quanto meno di corresponsabilità e comunque di controllo, una strada per rappresentare istanze e diritti dei lavoratori.





