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LA CULTURA DEL “MA SI”

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di Guido Broich

Spesso, quando segnaliamo un problema a qualcuno, famigliare, conoscente o collaboratore che sia, riceviamo in risposta un semplice “ma si” come generico invito a non perdere tempo in minuzie.

Si tratta di un interessante composto lessicale di opposizione ed affermazione, dove il “ma” oppositorio indica che in fondo la cosa non ci tocca poi così tanto, e il “si” affermatorio serve per addolcire il tutto al fine di non offendere l’altro. Una costruzione verbale adeguata ad una visione delle relazioni sociali morbida, mediana, mai troppo chiara e mai troppo definita.

Una risposta nata nell’ambito del precetto ideologico di non esporrsi mai troppo. Potremmo anche ricondurrlo alla parola colloquiale “cerchiobottista”, all’essere un pò qui ed un pò là e da nessuna parte allo stesso momento.

Modulando il tono della voce poi vi inseriamo vari significati subliminali. Possiamo dire un “ma si” con tono scherzoso e esprimere un ideale ma non operativo accordo allargando le braccia. Possiamo accentuare e allungare il “si”, per rafforzare in realtà la opposizione, il contrasto, per inserire un chiaro messaggio di stizza, di disagio, di disturbo.

Le modulazioni sono tante e tutti potranno facilmente individuarne altre. Comunque sia con mille  finezze emotive, il “ma si” permette di esprimere una cosa precisa: l’invito di lasciar perdere, di non occuparsi di una cosa, di far finta di nulla, di non distrubare lo status quo. Con il risultato di una “santa mediocrità” sottomessa, magari con la testa china su un malato e le mani giunte.

Sembra cosa banale e forse soprende il dedicarvi questa, seppur breve, riflessione. Ad una più dettagliata analisi emerge invece che la cultura del “ma si” è sintomo verbale visible ed evidente di uno degli aspetti più deleteri e distruttivi penetrati nella società attuale.

Per comprenderne l’entità vi invito a fare un piccolo esperimento: provate a coinvolgere qualche conoscente a caso in una analisi di un qualsiasi problema attuale di valore generale, nel quale egli non ha un interesse personale e diretto, e contare i “ma si” ricevuti.

Sul posto di lavoro provate a fare proposte migliorative effettive, semplici – non le solite litanie lamentose da Bar – ma pratiche. Poi contate i “ma si” ricevuti dai vostri colleghi e collaboratori. Resterete impressionati.

Ovviamente tutti avranno mille ragioni plausibilissime per questi “ma si”. Si andrà dall’usuale “tanto non cambia nulla” al “meglio stare zitti”, dalla rassegnazione alla paura passando dal qualunquismo, ma il risultato è sempre uno solo: l’inerzia.

In una organizzazione complessa due sono i grandi nemici del successo: la mancanza di programmazione preliminare dando spazio alla “buona volontà” per affrontare i problemi in modo estemporaneo e il rispondere con un “ma si” alle proposte migliorative. Il primo sancisce la impossibilità di governo qualitativo preordinato di un qualunque processo, il secondo priva la dirigenza dell’apporto di esperienza e innovazione che può derivare dal basso, dalla parte operativa vera, da coloro che lavorano realmente.

Il “ma si” fa in modo che la componente dirigenziale finisca ad utilizzare per costruire le regole dei processi produttivi i propri teoremi, ideati secondo schemi prefissati e spesso lontani dal lavoro reale, privata dalla attiva partecipazione e dall’apporto informativo e innovativo della componente realmente lavoratrice.

Allo stesso modo il “ma si” apre la porta ad un atteggiamento di rassegnazione da parte dei lavoratori, che in realtà serve da stampella di giustificazione ad un comodo e pigro menefreghismo di fondo.

Un simile atteggiamento ha un effetto cumulativo. Se alzarsi e parlare può dare fastidio, ma tiene alta la temperatura dialettica sui problemi, tacere e voltarsi dall’altra parte con un “ma si” infastidito, permette l’accumulo costante di tanti piccoli problemi fino ad condurre alla esplosione e al crollo finale. Un atteggiamento che oltretutto si sposa bene con quella accondiscendenza generale acritica imposta con missionario fervore dal “politically correct” eretto a religione, con il suo postulato di “non offendere”, “non contraddire”, “non costrastare”, “non escludere”.

Oggi l’accumulo dei problemi irrisolti, negati, coperti ed ideologicamente nullificati sta mostrando i suoi indiscutibili e gravi effetti distruttivi.

Negli ultimi anni abbiamo potuto assistere ad una accelerazione del fenomeno. Dalla mancanza di un piano pandemico, aggiornato – per così dire – sotto l’egida del “ma si”, al generale rifiuto di affrontare problemi innegabili come la delinquenza diffusa, incontrastata e statisticamente legata a realtà sociali ben identificabli, fino a giungere alla distruzione del sistema educativo scolastico in cui la abolizione delle differenze per merito ha reso inutile lo studio e stimola la fuga dei capaci verso lidi più luminosi. Un mentalità livellatrice, ostativa, oppositoria a tutto e tutti, che giustifica in ultima analisi la mancata manutenzione dei ponti, che crollano, l’abbandono delle misure di sicurezza, che mancano, la assenza della prevenzione sanitaria e sociale, che è vissuta solo come un costo e inutile fastidio.

Negare i problemi, rifiutare di affrontarli quando sono piccoli, voltarsi sempre dall’altra parte per non essere costretti a prendere posizione, porta a non votare – tanto non cambia nulla, non disturbare nessuno – se no ti tagliano le gomme, non affrontare maleducati e arroganti – potrebbero avere amici in qualche casta protetta potente, non chiamare ladro un ladro e assassino un assassino – se no ti querelano e così a seguire. Tutto questo ha creato una società timorosa dell’attualità, lontana dalla realtà, strutturalmente sottomessa e priva di visioni e speranze per il futuro. Una società povera dei “no-tutto”, fondata sulla negazione, sulla riduzione, sull’abbandono ed, infine, sulla depressione psichica.

Negli apparentemente innocenti “ma si”, spesso vissuti quasi come una gentile esortazione a vivere meglio, a non preoccuparsi, a tirare avanti con un sorriso, si nasconde in verità il mortale virus della negligenza, della mancanza di partecipazione sociale, dell’apoteosi della furbizia pigra degli incapaci.

I “ma si” sono il sudario della società partecipata, della speranza nella crescita e un futuro sempre migliore, dell’entusiasmo nel vivere. Sono uno dei più banali, ma per questo più sinceri e significativi, segni della tendenza autolesionista di questa nostra società europea vecchia, stanca e disfattista. Abbiamo dato al mondo i diritti umani, la concezione dello Stato come Res Publica, come Servo del popolo e non viceversa, della dimensione etica della legge.

Oggi, al contrario, affoghiamo in una rinunciataria accettazione di un razzismo al contrario, di una aggressione interessata, commerciale, determinata e coordinata contro tutti i nostri millennari valori. Si asssite inerti, voltandosi dall’altra parte con un mesto “ma si”, alla diffusione di una ideologia che vuole imporre all’Europa un abbandono della politica mondiale, del commercio internazionale tra pari, della rappresentazione forte dei propri valori ideologici e filosofici.

I “ma si” sono la firma sotto la condanna a morte culturale e societaria dell’Europa. Prendiamone atto! Dobbiamo comprendere che è venuto il tempo di reagire. Con forza, decisione e sopratutto con l’abbandono della ideologia nata da quel matrimonio impuro tra paura e negligenza che nutre i malefici “ma si”.

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  • Redazione

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