
Pietro Imberti, in un suo “pezzo” che condivido, ha utilizzato un titolo “stuzzicante” per riflessioni che riguardano il vero e proprio dramma dell’assenza della politica in Europa e dell’Europa nella politica.
“In Europa siamo prossimi ad un nuovo sbarco americano in Normandia” dice di qualcosa che, essendo ovvio, non dà luogo a discussioni: ma io credo, concordando con Pietro, che dietro questo silenzio si nasconda il rifiuto di prendere atto di una tragedia politica. «L’Europa sarà delegittimata di fatto nelle sua fondamenta»: quello che si sente sui possibili negoziati sull’Ucraina, con Trump che tratta l’Europa come eccipiente, lo dice chiaro e dice che è qualcosa di già accaduto. E manca anche la volontà di affrontare l’obbligo vero e prioritario che ci tocca adempiere: un esame senza paraocchi della realtà e di quello che è stato sbagliato sinora.
In termini diversi, Imberti affronta un argomento a me caro e trovo infatti grande coincidenza con quanto ho più volte sottolineato: il mondo si è incamminato – e non ammette retrofront – verso un duopolio mondiale di dimensioni e peso fortissimi in ambito economico, sociale, politico, e purtroppo anche militare. Due poli: l’Europa è inesistente e deve scegliere a quale dei due “blocchi” aderire. Avrebbe potuto – per la sua millenaria cultura, per storia e tradizione, per competenze scientifiche ed anche ampiezza del suo mercato – essere un “terzo polo”: non lo ha fatto ed ora dovrà legarsi sempre più agli USA ed alla sua politica, dando per scontato che non vorrà rientrare nel novero dei BRICS ++ .
Due considerazioni.
La prima: inutile fare manfrine. «Le questioni economiche saranno trattate dalla dottrina politica, piaccia o meno, di Donald Trump». Trump è “prepotente” ma se lo può permettere. Sarà possibile negoziare il modo con il quale “importeremo” politiche e prospettive, ma non si avrà alcuna possibilità di essere del tutto liberi. Inutile dire che ho il timore che già questo sarà terreno di scontri di principio ma senza proposte alternative: cioè la ormai solita fuffa.
La seconda: se una speranza possiamo nutrire di uscire da questa “dipendenza” essa riposa nel diventare sul serio Europa. Dunque correggere tutte le storture che non ci hanno fatto essere Europa. Pietro Imberti ne cita alcune: scelte strategiche sbagliate, la soggiacenza ad un filone finanziario che sbagliava e comunque oggi esce sconfitto, la burocrazia passata da solo strumento da utilizzare a voce rappresentativa di una democrazia che ha ignorato la cultura dell’efficienza, il ruolo dei corpi intermedi e soprattutto del Sindacato interpretato in modo sbagliato.
Ma è opportuno anche non dimenticare l’abbandono del primato della politica. Nenni sosteneva: “Politique d’abord”. Abbiamo visto cosa è significato, in Italia, abbandonare questo assioma.
Tutto questo va affrontato: lasciare campo libero ad altre forze, oltre che su alcune scelte di strategia economica, anche su alcuni temi sociali – quello dell’immigrazione (che è il modo peggiore di guardare alla “bomba Africa”, rifiutando di cogliere tutte le opportunità che essa invece ci fornisce); quello di rappresentanza di una parte della “borghesia” – si è dimostrato sbagliato. Il socialismo, inteso nel senso più ampio del termine, si sta dissanguando ed oggi in Europa non c’è quasi nulla di socialismo dopo una gestione decennale delle vicende e degli affari europei guidata dai socialisti. Qualcosa dovrà pure significare.
Di nuovo, dunque, politica sopra ogni cosa. E soprattutto geo-politica e politica internazionale, prima e come riferimento delle politiche nazionali.
Lo so, mi aspetto un finimondo di contestazioni.





