
di Marco Pugliese
L’Italia è sotto attacco? Guerra d’intelligence “sporca” verso il nostro Paese?
Quando l’Italia si muove, stringe alleanze e gioca partite vere nel Mediterraneo e in Africa. Un’Italia che non si accontenta di fare tappezzeria nei consessi internazionali, che tratta da pari a pari con Washington, che rafforza il suo peso strategico nell’energia e nei rapporti diplomatici. Troppo per chi da Berlino e Bruxelles la vuole docile, periferica, ridimensionata. Scatta la solita macchina: destabilizzare, isolare, colpire.
Perche il caso Almasri? Parliamo d’un generale libico arrestato in Piemonte con tempismo chirurgico. Mandato d’arresto particokare, giudici divisi, decisioni prese nell’ombra della diplomazia internazionale. L’obiettivo reale? Scardinare il ruolo italiano in Libia, seminare il caos nei rapporti con Tripoli e mettere in difficoltà l’Eni. Berlino, l’Aja, l’Interpol: un sincronismo da teatro ben rodato e Total ringrazia.
Può mancare la macchina del fango? Dossier riservati della procura libica che spuntano magicamente in Svezia e vengono pubblicati su Telegram da un soggetto tutto da verificare. Dentro ai dossier pubblicati si trova di tutto: presunti legami tra intelligence italiana e trafficanti, documenti diplomatici, fotografie. Il tutto mettendo a rischio i nostri agenti. Il messaggio è limpido: chi prova a costruire una politica estera autonoma, chi sfida l’ordine prestabilito, deve pagare pegno. Berlino ringrazia.
E poi il Mediterraneo. D’improvviso, da gennaio, si riprende a partire dalla Tripolitania. A guidare il traffico torna un vecchio nome, Ahmad Dabbashi, l’uomo che ha trasformato il mare in un’autostrada di carne umana. Il suo ritorno in scena coincide con un momento preciso: Roma cerca di blindare i suoi accordi con le autorità libiche. Sarà sicuramente casuale accada proprio in un momento delicato a livello politico.
Il nodo gordiano è sempre quello: l’energia. Gas, petrolio, Eni. Il cane a sei zampe si conferma il più grande produttore di gas in Libia e il principale fornitore del mercato interno. Nel 2024, la produzione di gas del gruppo in Libia ha raggiunto circa 8,5 miliardi di metri cubi, pari all’80% della produzione totale del Paese.1
L’Italia ha costruito relazioni dirette con governi africani, ha rafforzato la sua posizione nei giacimenti strategici, ha osato mettere in discussione l’egemonia energetica franco-tedesca. Un’ambizione che pesa, che non piace, che richiede una lezione. E allora si parte col solito copione: incertezza politica, fibrillazioni finanziarie, dossieraggi mirati.
Non piace quando l’Italia prova a recuperare terreno. Un solo errore di matrice del nostro esecutivo: non dichiarare subito il tutto fosse un caso di sicurezza nazionale con annesso segreto di Stato.
In mezzo un tifo da stadio che squalifica il Paese, danneggia le nostre aziende in borsa e che mette in discussione il nostro interesse nazionale in scenari delicati.





