
La lettura, consigliabile, dell’ultimo numero di Limes, fa ben comprendere come il conflitto tra Russia e Ucraina rientri un confronto più vasto fra Usa e Russia il quale, all’interno dell’Alleanza atlantica, rivela una competizione di leadership tra Stati Uniti e Regno Unito che lascia del tutto subordinato e aggiuntivo il ruolo dell’Unione Europea.
John Florio (pseudonimo di Limes) scrive che nell’aprile del 2022 Zelensky stava per firmare un accordo con la Russia quando a Kiev è arrivato inaspettatamente il britannico Boris Johnson a fermarlo, in quanto, a suo dire, i Paesi occidentali non erano pronti a concludere il conflitto.
Il motivo dell’azione di Boris Johnson è duplice: da un lato attiene alla linea politica clintoniana e inglese che vorrebbe ridurre la Russia a pezzetti, eliminando definitivamente le sue logiche imperiali; dall’altro risponde all’idea inglese di determinare l’agenda dell’Unione Europea e di avere uno spazio dominante nella Nato, con un rapporto privilegiato con il blocco dei Paesi baltici e con la Polonia.
Il “blocco inglese” si propone come il più propenso a mantenere in atto la guerra in funzione della sottostante idea, condivisa da Baltici e Polonia, di una frammentazione della Federazione russa in tanti stati.
L’idea è presente sin dai tempi di Eltsin. A inizio secolo un rapporto Cia prevedeva lo spezzettamento della Federazione Russa entro il 2015.
In tempi recenti è nato il Forum delle libere nazioni della post-Russia, composto da dissidenti russi e da ucraini, polacchi, estoni, lituani, lettoni, inglesi e statunitensi.
Janusz Bugajski, analista inglese, tre anni prima della guerra in Ucraina sosteneva la frammentazione della Federazione.
Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence ucraina Hur, ha presentato in varie occasioni carte dove si vedevano i futuri stati derivanti dalla frammentazione della Federazione.
La posizione di chi rifiuta in Occidente ogni soluzione di compromesso è oggettivamente coincidente con quelle delle destre ucraine che, come ben spiega il professor Ivan Katchanovski, dell’università di Ottawa (vedi l’imperdibile numero di Limes 5/23 dal titolo “Lezioni ucraine”), autore di uno studio sulla rivoluzione di Jevromajdan, contano poco nel parlamento (briciole elettorali) ma, in quanto organizzazioni paramilitari, contano tantissimo nella determinazione delle linee politiche.
Zelensky, ad esempio, sostiene il professore Katchanovski, in un’intervista concessa a Fulvio Scaglione, aveva preso molti voti “nell’Est e nel Sud dell’Ucraina promettendo di tentare un dialogo più aperto con la Russia, di essere più deciso nel cercare la pace o almeno la fine dei combattimenti nel Donbass”.
Arrivato alla presidenza Zelensky fu costretto dalle formazioni di destra paramilitari a “modificare le sue posizioni, rinunciando a qualunque ipotesi di trattativa”.
L’idea della frammentazione della Federazione russa in tanti stati, se obbedisce d una logica di depotenziamento del pericolo imperiale, è fortemente condivisa dai Paesi dell’Europa dell’Est che sono stati sotto il tallone sovietico alla fine della seconda guerra mondiale.
Tuttavia è assai difficile pensare che lo stesso sentire sia condiviso dalle parti della Federazione non propriamente russe, in quanto sono abitate da popolazioni russe all’80% e da varie minoranze etniche.
Sperare in un’esplosione interna è attaccarsi all’impossibile.
A questo punto l’Ucraina serve (doveva servire) come cuneo (nella narrazione di Zelensky: punta di lancia) per scardinare il potere di Mosca.
L’andamento della guerra ha sino ad ora scontato due illusioni: quella di Putin, che pensava di prendersi Kiev tra gli applausi degli Ucraini e quella di Zelensky che pensa (o è costretto a pensare) di ricostituire l’unità territoriale dell’Ucraina con una vittoria sul campo.
Avanzano, pertanto, varie proposte per porre fine al conflitto, ormai diventato un boomerang per le economie occidentali.
E qui arriviamo al punto centrale di questa triste stagione: l’idea della finanza internazionale di spezzettare la Russia in tanti stati per aver a propria disposizione un’enorme quantità di risorse del vasto sottosuolo russo. In pratica territorio russo come miniera a disposizione della finanza occidentale e delle multinazionali.
La finanza se ne dovrà fare una ragione, perché la strategia sino ad ora usata non fa altro che creare nuove alleanze nel mondo con la Russia, mentre l’America appare sempre più isolata.
Ne sono esempi gli accordi con la Cina, con i Paesi arabi, con il Sudafrica, con molti Paesi africani, con il Brasile e, ultimo in ordine di tempo, con l’Egitto, che ha chiesto di partecipare al Brics.
I Paesi europei sono, al di là di ogni propaganda, divisi su molti dossier da interessi divergenti.
La conclusione è che chi voleva frammentare è stato frammentato.
Forse, per salvare l’Occidente da una caduta rovinosa è utile davvero congelare il conflitto: decisone che non può prendere Zelensky, ma chi gli ha dettato le regole d’ingaggio.





