
20 gennaio 2025
MADE IN CHINA 2025
di Antonino Macrì Pellizzeri
Il 19 maggio 2015 il quotidiano cinese China Daily apriva con un titolo bomba “made in China 2025 plan MIC2025 unveiled” e annunziava che il Consiglio di Stato aveva presentato un piano nazionale con quel nome, incentrato sullo sviluppo della produzione. Esso era volto a trasformare la Cina da gigante manifatturiero a potenza manifatturiera di rilevanza mondiale. Questo Piano sarebbe stato seguito da altri due piani successivi che avrebbero trasformato la Cina in una potenza manifatturiera leader entro il 2049, centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.
I punti prioritari erano: miglioramento dell’innovazione, integrazione fra la tecnologia dell’informazione e l’industria, rafforzamento della base industriale, promozione dei marchi cinesi, rafforzamento delle tecnologie verdi. Il ministro dell’industria di allora, Miao Wei commentava che l’obiettivo del 2025 avrebbe significato che “la Cina realizzerà fondamentalmente un’industrializzazione quasi uguale alle capacità manifatturiere della Germania e del Giappone…”
Lo stesso annunzio era fatto dall’altro grande giornale ufficiale in lingua inglese, il Global Times, che aggiungeva alcune dichiarazioni ufficiose di cui cito una “La Cina è sotto pressione da due parti. Le economie avanzate come USA, Germania e Giappone hanno formulato politiche a sostegno dell’ulteriore sviluppo della propria produzione. Allo stesso tempo, anche le economie emergenti come l’India e il Brasile stanno recuperando terreno con i propri vantaggi”.
Il lavoro di preparazione del piano “MIC2025” era iniziato in realtà già molto prima, come sempre in Cina, con una serie notevole di interviste ad aziende, seminari governativi, conferenze accademiche etc. Di tutto questo immenso lavoro di preparazione credo di aver fatto inconsapevolmente parte in un’occasione che mi piace ricordare. Circa un anno prima che il piano fosse lanciato, e chiaramente non ne conoscevo l’esistenza, un mio amico da lunga data, membro del Board di CNPC, la più grande società petrolifera cinese, mi comunicò che il Presidente mi aveva invitato ad una tavola rotonda molto ristretta, nell’ambito di un convegno scientifico internazionale a cui partecipavo. Chiesi qualche informazione più dettagliata sull’argomento di cui parlare, in modo di prepararmi adeguatamente, e la risposta fu “Non lo sa nessuno. Del resto, secondo il Presidente, quello che dovrai dire lo ha già certamente nella tua testa”. In Cina non c’è mai da stupirsi di nulla e accettai. Nel primo giorno della Conferenza, durante il coffee break, una hostess si avvicinò con discrezione e mi informò che il Presidente mi invitava ad accomodarmi in un’altra sala. All’ingresso, una giovane donna che parlava un ottimo inglese mi disse che sarebbe stata la mia interprete, e questo mi rincuorò molto perché avevo necessità assoluta di capire tutto ciò che sarebbe stato detto, e non semplicemente qualche concetto generale. C’erano una decina di persone oltre a me. Finalmente il Presidente entrò, si sedette con il mio amico alla sua destra, e ciascuno si presentò brevemente secondo le consuetudini, anche se presumo che tutti si conoscessero già perfettamente. Partecipavano alla tavola rotonda il vice presidente dell’Accademia delle Scienze, i rettori delle principali università cinesi, i presidenti delle maggiori fabbriche di apparecchiature hi-tech, ed io. Il Presidente di CNPC ringraziò tutti e disse “Oggi io sono venuto per apprendere, e pongo a voi tutti una domanda: nel mio Gruppo ogni anno sono depositati un gran numero di brevetti, ma per lo più essi sono sostanzialmente inutili. Io voglio che voi mi indichiate in che maniera io possa indirizzare CNPC verso un vero sviluppo, che ci porti ad acquisire nuove conoscenze reali, utili a portarci al livello delle grandi multinazionali del petrolio”. Piò o meno tutti i partecipanti colsero la palla al balzo per chiedere finanziamenti (tutto il mondo è Paese) utili agli enti che rappresentavano. Io, invitato a parlare per ultimo, feci un discorso molto articolato e, a mio avviso, centrato sul tema. Parlai, mi ricordo, di visioni a breve, medio, e lungo termine. Spiegai che aveva senso esplorare il modo di migliorare efficienza, produttività, caratteristiche dei prodotti, negli impianti esistenti, aggiungendo se necessario qualche unità critica. Con investimenti minimi era, infatti, possibile migliorare la redditività di impianti esistenti. Diverso era il caso di una visione a lungo termine. Dissi, ricordo “Che senso ha spendere capitali enormi nello sviluppo di tecnologie ormai mature, in possesso di aziende multinazionali concorrenti, quando è possibile raggiungere accordi di collaborazione con loro? A lungo termine è meglio dedicarsi a immaginare come sarà il mondo fra trenta o cinquanta anni, e sviluppare settori e tecnologie oggi inesistenti o appena agli inizi, ove poter primeggiare”. Evidentemente ebbi successo perché, finita la riunione, un capannello di persone si riunì intorno a me per avere chiarimenti, e qualche giorno dopo fui invitato a dettagliare le mie idee. Feci, a quel punto, proprio l’esempio della petrolchimica dove, secondo me, non aveva alcun senso mettersi in concorrenza con le grandi multinazionali, ormai molto più avanzate, quando si poteva più facilmente e con minor dispendio di energie e capitali, rinforzare i rapporti di collaborazione con esse e agevolare i loro investimenti in Cina.
Vi racconto tutto ciò perché probabilmente, come capii molti anni dopo, negli stessi giorni, la stessa cosa accadde in tutti i grandi gruppi cinesi, specialmente quelli coinvolti nei settori più avanzati. L’ordine era stato dato e c’era stata una gigantesca mobilitazione immediata. Infine non è forse un caso se proprio le tecnologie riguardanti direttamente o anche indirettamente il petrolio, come quelle dei veicoli a combustione interna, fondamentali nel breve e medio periodo, non compaiono assolutamente nel piano MIC2025.
Tutto il mondo occidentale si mise in allarme esaminando il concetto principale del piano, secondo il quale solo con la trasformazione da “made in China a created in China” da realizzazione cinese a basso costo ad alta qualità cinese, da prodotti cinesi a prodotti a marchio internazionale cinese, si sarebbe potuto realizzare l’obiettivo di trasformare la produzione ”from large to strong”. Più nel dettaglio il piano assegnava cinque compiti: la realizzazione di parchi nazionali dell’innovazione, il rafforzamento della base industriale, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la produzione “green” e lo spostamento sulla fascia alta della produzione. Più interessante è la lista dei settori prioritari, per i quali il MIC2025 indica principi, dettagli, e maniera di misurarne i risultati. Essi sono
- La robotica, con la quale si dovrà coprire il 76% del mercato nazionale, principalmente attraverso la creazione di una o due società fra le prime cinque del mondo. In particolare la Cina si dovrà porre fra le dieci nazioni più automatizzate del mondo in termini di “densità robotica per 100.000 abitanti, il che vuol dire di gran lunga la maggiore in termini assoluti.
- La “information technology” che dovrà coprire l’80% del mercato nazionale e il 40% di quello mondiale, con particolare attenzione al 5G che dovrà raggiungere l’82% delle abitazioni.
- Il trasporto aereo, con la produzione in grande scala di aeromobili a medio raggio e lo sviluppo di un prototipo a lungo raggio.
- La progettazione e la cantieristica navale, settore nel quale diventare leader mondiali.
- Lo sviluppo a livello mondiale del trasporto ferroviario ad alta velocità, settore nel quale consolidare il ruolo di leader tecnologico.
- Il trasporto automobilistico basato su nuove tecnologie “verdi” con la capacità di esportare il 20% della produzione attraverso tre fra le prime cinque società del mondo.
- La produzione e la distribuzione di energia elettrica. Essa dovrà essere massimizzata con l’utilizzo di tecnologie nuove e rinnovabili, realizzate con brevetti nazionali.
- La produzione di macchinari hi-tech per l’agricoltura che dovrà coprire almeno il 95% del fabbisogno nazionale.
- La realizzazione di nuovi materiali, con enfasi particolare a quelli basati sulle Terre Rare. Essa dovrà coprire l’85% del fabbisogno nazionale.
- Tecnologie mediche e farmaceutiche, come pure dispositivi medici innovativi.
L’intelligenza artificiale dovrà essere alla base di tutto lo sviluppo, e le emissioni di CO2 dovranno essere ridotte del 40% rispetto ai livelli del 2015.
Io descrissi questo piano in un articolo del 2018 quando il suo sviluppo era ancora agli inizi e sembrava il libro dei sogni. Oggi il successo di alcuni di questi obiettivi è assolutamente evidente.
Il MIC2025 andò avanti con alterne vicende, ma finì, come era prevedibile, nel mirino dell’amministrazione americana durante la presidenza Trump. Nel 2019 un senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio (che oggi diventa il nuovo segretario di stato) pubblicò, nel ruolo di presidente della commissione per le piccole imprese e l’imprenditoria, un rapporto “Made in China 2025 e il futuro dell’industria americana”. Egli sosteneva “I cambiamenti dell’economia del 21° secolo hanno sconvolto milioni di vite lavorative degli americani”. Il rapporto analizzava dieci industrie all’avanguardia, considerate strategiche in quella che gli autori definiscono la candidatura per il dominio tecnologico globale. Con il programma, la Cina mirava a ridurre la sua dipendenza dalla tecnologia importata sviluppando la propria. “La politica degli Stati Uniti dovrebbe rispondere alle sfide pratiche e politiche dell’economia… Ciò include l’attuazione di restrizioni strategiche ai flussi di capitale tra USA e Cina e le corrispondenti misure difensive per le industrie nazionali interessate dal piano”. Il MIC2025 è oggi prossimo alla conclusione, ed è tempo di fare un bilancio, giacché Xi Jinping ha già tracciato la fase successiva, almeno da un punto di vista politico. Per mostrare cosa è successo in questi dieci anni seguo un saggio pubblicato dall’ASPI “Australian Strategic policy Institute”, e finanziato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
L’introduzione da già un’idea del suo contenuto. “Le democrazie occidentali stanno perdendo la competizione tecnologica globale, la corsa per le ricerche scientifiche più avanzate, e la stessa capacità di trattenere i maggiori talenti”. Lo studio, infatti, dimostra che la Cina ha posto le basi per assumere il ruolo di maggiore potenza globale nel campo scientifico e tecnologico, stabilendo un primato talvolta sbalorditivo nei settori della ricerca e sviluppo della maggior parte delle tecnologie emergenti. La leadership cinese raggiunge 37 delle 44 tecnologie che l’ASPI ha posto sotto osservazione. Esse si estendono dallo spazio, alla robotica, all’energia, al clima, alla biotecnologia, all’intelligenza artificiale, ai materiali avanzati ed alle aree chiave della tecnologia quantistica. Per alcune tecnologie tutti i primi dieci principali istituti di ricerca del mondo hanno sede in Cina e generano collettivamente nove volte più articoli di ricerca ad alto impatto rispetto al secondo Paese classificato, che normalmente sono gli USA. Un’area chiave di eccellenza cinese è la tecnologia spaziale sia civile che militare, come ad esempio la tecnologia dei missili ipersonici con capacità nucleari. Ciò ha apparentemente colto di sorpresa l’intelligence americana, ma sarebbe bastato tenere in considerazione il fatto che negli ultimi cinque anni la Cina ha prodotto quasi la metà degli articoli di ricerca ad alto impatto nel campo dei motori aerei, inclusi ipersonici, e sette dei dieci più importanti istituti di ricerca al mondo in questo settore sono cinesi. Gli USA mantengono la leadership nei computer ad alte prestazioni, nei sistemi di calcolo quantistici e nei vaccini. Tutti gli altri Paesi, al di là di Cina ed USA, sono molto più indietro. Esiste un piccolo gruppo di secondo livello che include India e Regno Unito, e talvolta compaiono nelle classifiche Corea del sud, Germania, Australia, Italia, e, più raramente il Giappone.
Andando più in dettaglio lo studio prende in considerazione 44 settori
- Materiali avanzati e loro produzione, 12 settori. La Cina è prima in tutti
- Intelligenza artificiale, calcolo e comunicazioni, 10 settori. La Cina è prima in 7, USA in tre.
- Energia e clima, 8 settori. La Cina è prima in tutti
- Sistemi quantistici, 4 settori. Gli USA sono primi in 1. La Cina in 3
- Biotecnologia, tecnologia genica, vaccini, 3 settori. La Cina è prima in 2, gli USA in 1
- Sensing e navigazione, 1 settore. La Cina è prima
- Difesa, spazio, robotica e trasporti, 6 settori. La Cina è prima in 4, gli USA in 2
Alcune altre informazioni possono essere interessanti. La prima è il posizionamento dei vari Paesi nella graduatoria
PAESE PRIMO SECONDO TERZO QUARTO QUINTO
CINA 37 7
USA 7 32 4 1
INDIA 4 15 5 5
KOREA 1 5 8 6
UK 13 8 8
ITALIA 3 2 2
GERMANIA 2 13 2
GIAPPONE 1 1 2
FRANCIA 1 1
AUSTRALIA 2 7
IRAN 2 4
SINGAPORE 1
RUSSIA 1
CANADA 1 3
OLANDA 1
SAUDI ARABIA 1
MALESIA 1
La prima considerazione è l’assoluto dominio di USA e CINA che compaiono sempre nei primi posti in classifica in tutte le categorie, e la Cina in particolare che è sempre prima o seconda. La seconda, anch’essa di grande importanza, è che l’Estremo Oriente in generale è assolutamente all’avanguardia fra i Paesi del futuro per quanto riguarda ricerca e sviluppo; l’India è infatti presente 29 volte, la Korea 20 e il Giappone, con mia sorpresa appare solo 4 volte ed in posizioni secondarie. In sostanza il blocco orientale, considerando anche Singapore e Malesia compare 99 volte, con assoluta predominanza degli ex “Paesi in via di sviluppo”. Il blocco Occidentale (per semplificare la NATO più l’Australia) compare 113 volte, e se limitiamo il confronto ai primi 3 posti in classifica, che corrispondono ai Paesi in cui si concentra gran parte dello sviluppo, notiamo che il blocco orientale compare 70 volte, mentre l’altro 62. I due blocchi sostanzialmente si equivalgono. E’ sconsolante purtroppo notare come l’Europa compaia solo 55 volte (di cui 29 sono UK) e fra esse mai nei primi due posti. Solo 19 al terzo posto, 13 delle quali sono di pertinenza della Gran Bretagna. In particolare l’Unione Europea compare solo 6 volte al terzo posto e 26 in totale. Ciò dovrebbe fare molto riflettere sul ruolo che potrà avere la UE nei prossimi decenni, in cui la tecnologia civile e militare si evolverà con una velocità mai vista nella storia del mondo.
Credo che sia necessaria una brevissima spiegazione di come la ricerca dell’ASPI è stata realizzata. Gli autori hanno anzitutto scelto 44 tecnologie, divise in vari gruppi, che ritengono esemplificative di quella che sarà l’eccellenza nei decenni futuri. Hanno quindi analizzato le pubblicazioni scientifiche e tecnologiche pubblicate dalle maggiori riviste scientifiche del mondo. Per valutare il valore di ogni saggio si sono riferiti al metodo classico dell’“high impact Research” vale a dire il numero di riferimenti alla pubblicazione in oggetto fatti da altri articoli. Inoltre hanno adottato altre due metodologie, l’Hirsh index, e un altro, di cui danno conto in dettaglio. In questa maniera ritengono di aver identificato quali università, centri di ricerca, aziende etc. sono oggi all’avanguardia. Non solo, ma hanno anche analizzato il flusso dei più importanti scienziati dal Paese di origine (e in cui sono stati istruiti) verso Paesi esteri e, fra questi ultimi, quanti siano tornati indietro, mettendo a frutto nel proprio Paese d’origine gli studi iniziati nel Paese ospite. Infine, un’ultima verifica, necessaria per stabilire l’effettiva utilità pratica delle ricerche fatte, è stata una valutazione di quante di esse abbiano ottenuto (o stiano ottenendo) un’attuazione pratica. Come conclusione questo saggio propone 23 raccomandazioni, sulla maniera di annullare il gap verso la Cina. Qualche numero: sono stati individuati 2,2 milioni di articoli e saggi pubblicati negli ultimi cinque anni; fra essi è stato analizzato in dettaglio il 10% delle ricerche, in base al numero di citazioni per ciascuna delle 44 tecnologie studiate. Inoltre lo studio evidenzia quali organizzazioni, università, società, laboratori etc. sono leader nelle varie tecnologie (per esempio l’università di Delft in Olanda nelle tecnologie quantistiche).
Da questo punto di vista l’Accademia delle scienze cinese ha un successo particolare, perché si colloca fra i primi cinque in 27 delle 44 tecnologie esaminate; bisogna però dire che essa include da sola ben 116 istituti di ricerca, avendone un ovvio vantaggio. Gli autori ci tengono a chiarire anche un altro aspetto, la realizzazione pratica degli studi: per esempio, avere studiato a fondo la tecnologia dei motori ad altissime prestazioni, non vuol dire automaticamente essere poi capaci di costruirli realmente. Infatti, ciò richiede la presenza di fabbriche adeguatamente attrezzate e il possesso di tutte le tecnologie collaterali, l’esperienza e i materiali per realizzarli. Sempre nel caso dei motori sono necessari degli acciai con caratteristiche molto particolari etc. Su questi aspetti l’ASPI tiene in considerazione vari casi specifici e fornisce chiarimenti ove disponibili.
Uno studio a respiro molto ampio quindi, cui bisogna dar credito a mio avviso, perché fatto in un Paese “terzo” l’Australia, finanziato però dal Governo degli Stati Uniti. Non è quindi “di parte” teso a dimostrare la primazia degli USA che lo hanno finanziato, ma, al contrario, evidenzia il rischio che esso resti indietro nella grande competizione internazionale. Credo di poter concludere quindi che questo saggio possa essere un’ottima rappresentazione della realtà odierna e delle problematiche che essa può creare al mondo occidentale in un periodo di competizione sempre più accesa.
Ciò detto, vorrei analizzare un altro aspetto: i risultati pratici, essenzialmente industriali, che questo piano ha ottenuto. Lo farò partendo da casi particolari ed in questo caso basandomi principalmente su dati del South China Morning Post. Quando il piano è partito, la maggior parte delle auto in Cina provenivano da case automobilistiche occidentali, anche se assemblate o addirittura fabbricate quasi completamente in Cina. In cielo volavano areoplani costruiti esclusivamente da Boeing o Airbus. Le macchine utensili adoperate in Cina erano importate. Chip, sistemi operativi, software di computer, telefoni cellulari erano tutti importati e al massimo assemblati in Cina. Dal punto di vista industriale quindi la Cina produceva per lo più oggetti a basso costo, di qualità non elevata e li esportava in tutto il mondo. In seguito, preso atto dei rischi derivanti dal MIC2025 il presidente Trump avviò una guerra commerciale, sanzionando le prime imprese hi-tech cinesi, imponendo dazi elevati, e cercando di bloccare qualunque rapporto fra scienziati americani e cinesi. Biden, succeduto a Trump, proseguì con la stessa strategia imponendo nuove misure, come il divieto di esportazione dei chip più moderni alla Cina, ovunque essi fossero prodotti. Dal 2019 il governo cinese cercò di tornare nell’ombra, seguendo la tattica di Deng Xiaoping e astenendosi dal pubblicizzare molti dei progressi che si stavano generando. Oggi, secondo l’analisi del SCMP, oltre l’86% degli obiettivi del MIC2025 è stato raggiunto (dati di aprile 2024) ed altri probabilmente saranno raggiunti entro il 2025. Fra quelli già raggiunti, alcuni, come i veicoli elettrici e la produzione di energia rinnovabile sono stati ampiamente superati. I cinesi comprano da tempo più veicoli elettrici che non quelli a combustibili fossili e la Cina ha superato il Giappone come il più grande esportatore di autoveicoli al mondo, l’aereo passeggeri a medio raggio è già largamente diffuso in Cina. Il 5G è assolutamente diffuso e il 6G si sta studiando da tempo. Soprattutto però la diffusione dei terminali automatizzati e della robotica è estrema, come chiunque si rechi in Cina può verificare non solo nelle fabbriche moderne, ma anche negli aeroporti, negli alberghi e nei ristoranti. Infine la capacità di produzione dei cantieri navali è più o meno pari a quella di tutto il resto del mondo insieme. Ci sono anche degli aspetti in cui il piano non è stato ancora completato, come la tecnologia di fotolitografia avanzata, utilizzata in elettronica, la produzione di aerei passeggeri intercontinentali, le batterie per autoveicoli ad alta densità energetica, la diffusione delle auto a guida completamente autonoma, le reti satellitari Internet del tipo di quella ormai famosa di Elon Musk etc.
Che cosa succederà nel prossimo futuro? Esiste, anche se ancora in via sperimentale, un sistema di punteggio, preparato da ricercatori occidentali, che misura le prestazioni e la forza del settore produttivo in nove grandi Paesi. Esso può essere un buon indicatore di come si sta muovendo negli anni il loro sistema produttivo. Nel 2012, prima del grande sconvolgimento dovuto al MIC2025 e più in generale dalla nuova politica industriale cinese, gli USA avevano 156 punti, il Giappone 126, la Germania 119, e la Cina 89. I dati pubblicati nel 2024 (relativi al 2023) indicano USA 182, Germania 133, Giappone 126 e Cina 124. In sostanza gli USA sono cresciuti del 16.6%, il Giappone è rimasto stabile, la Germania è cresciuta del 12%, e la Cina del 39%. La speranza indicata dal ministro dell’industria cinese nel 2015 (che ho citato all’inizio di questa nota) si è realizzata. Questi dati, sostanzialmente in linea con la crescita economica generale, dimostrano ancora una volta la posizione assolutamente dominante degli USA, e il balzo in avanti della Cina, proprio grazie al nuovo piano industriale. La Cina non è però riuscita a far crescere significativamente i consumi interni, senza i quali un grande Paese difficilmente può avere una crescita stabile, soprattutto in presenza di significative turbolenze internazionali.
Già a metà dell’anno scorso è stata tracciata una strategia di sviluppo di “nuove forze produttive di qualità”, che significano nuovi motori di crescita economica, e di difesa, trainati però, e questo è importante da tecnologie di frontiera. Esse possono spaziare dall’infotech, alla biotecnologia, all’intelligenza artificiale, all’informatica quantistica, alle nuove energie e ai nuovi materiali, alle esplorazioni spaziali. In sostanza si prosegue e completa la strategia del MIC2025 puntando alla sostituzione delle tecnologie straniere, alle nuove frontiere dell’industria ed al potenziamento della difesa militare.
Il punto da esaminare è proprio costituito dalle possibili reazioni della nuova presidenza americana e da come esse si rifletteranno nell’economia del mondo intero. La Cina ha già cominciato a lanciare ramoscelli d’ulivo in direzione di Trump, come ad esempio la presenza del vicepresidente cinese alla cerimonia di giuramento del nuovo presidente e la telefonata di Xi Jinping a Trump. Non c’è però, a mio avviso, da sperare che Trump adotti una strategia “morbida”. Essa, descritta in un suo libro di tecnica della negoziazione prima del suo primo ciclo al potere, è caratterizzata da un approccio estremamente aggressivo, volto a mettere all’angolo l’avversario: esattamente contrario al sistema felpato tipico del mondo cinese. La prima fase sarà quindi molto turbolenta, basata probabilmente su un nuovo aumento dei dazi e sull’aumento delle sanzioni ad altre aziende cinesi con accuse di ogni tipo. L’obiettivo è chiaramente quello di ridurre le esportazioni cinesi verso gli USA, cercando di coinvolgere i singoli Paesi europei con minacce o blandizie, anche allo scopo di aumentare la disgregazione dell’Unione Europea ormai già in atto. In parallelo inizierà un tentativo di distacco della Russia dalla Cina, che costituì, con successo, la base della politica di Nixon e Kissinger. I tempi però sono cambiati e soprattutto Trump non è Kissinger. Dall’altro lato Putin non è Zhou Enlai. Infine la politica dei dazi, già in essere da molti anni, e rafforzata dell’ultimo periodo, non ha dato grandi frutti. Nel 2024 le esportazioni cinesi sono cresciute del 5.9% su base annua, e le importazioni dell’1.1%, con un gigantesco surplus commerciale di 992,2 miliardi di dollari. Si preannuncia quindi una grande battaglia che avrà gli Stati Uniti e la Cina come attori principali. Gli USA hanno un gigantesco mercato interno e sono il Paese leader assoluto e grande esportatore di petrolio e gas. Trump ha già annunziato che fra le prime azioni della sua presidenza, aumenterà le concessioni di estrazione petrolifera incluso il “fracking”, disastroso per l’ambiente. La Cina, dal canto suo, sta incrementando i suoi commerci con i Paesi del Sud-est Asiatico, con i BRICS, e con i Paesi aderenti alla BRI, la Via della Seta.
E’ l’Europa? La UE dopo un’indagine anti sovvenzioni ha già adottato dazi doganali fino al 35,3% sulle importazioni di veicoli elettrici cinesi. Pechino, affermando che questi dazi rappresentano una “concorrenza sleale”, ha reagito con una denunzia all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha già imposto dazi sulle importazioni di brandy europeo, prendendo di mira essenzialmente il Cognac francese. Ritiene, infatti, che la Francia sia il motore principale delle ritorsioni europee. Sta anche valutando se aumentare i dazi sui veicoli a motore europei di grossa cilindrata. In questo caso gli obiettivi sarebbero le fabbriche tedesche e la Ferrari italiana. In contrapposizione a ciò, la UE sta valutando l’imposizione di dazi sui pannelli solari cinesi, e su un produttore di treni cinesi. Ci aspetta quindi una triste prospettiva di battaglie commerciali. Paesi come l’Italia, la cui economia è fortemente dipendente da trasformazione ed esportazione avranno tutto da perdere e niente da guadagnare da tutto ciò. Può darsi anche che questa lotta porti a un isolamento di fatto del gruppo occidentale da una parte, e del blocco cinese dall’altra, che ridurranno per quanto possibile al minimo il loro commercio reciproco e si contenderanno l’influenza sugli altri mercati mondiali. STAREMO A VEDERE.





