

Donald Trump, quando ha affrontato i temi della Groenlandia e di Panama, lo ha fatto in una conferenza stampa durata 70 minuti, nel corso della quale, come ha riferito Daniele Moro (Giornalista – US Italy Forum Washington DC) a Parabellum, per due volte ha detto di non essere d’accordo con il permesso dato da Biden a Kiev di usare i missili americani in territorio russo e per ben tre volte ha detto che “le parti di Ucraina che Putin ha già conquistato sono terra bruciata” nelle quali “non c’è più niente”.
Il messaggio pare essere quello che una trattativa è possibile se non si spara sulla Russia e che è necessario abbandonare i territori conquistati da Mosca nel Donbass. La Crimea è persa dal 2014, con il silenzio di Obama.
Il messaggio della quarta Roma (Washington) è rivolto alla terza Roma (Mosca) per indurre Putin a sedersi ad un tavolo di trattativa. Segnale subito colto da Putin.
Trump ha affermato che Putin lo vuole incontrare e il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che Putin “accoglie con favore la disponibilità” di Trump.
Nel frattempo il 9 gennaio scorso nell’Urbe, la prima Roma, Zelensky ha incontrato Giorgia Meloni, la quale con Donald Trump pare avere ottimi rapporti, forieri anche di possibili mediazioni triangolate in attesa di un vero tavolo di trattativa.
Trattativa che, tuttavia, va ben oltre l’Ucraina. La trattativa, infatti, non può che riguardare i “giardini di casa”.
Per tentare di capire cosa intenda dire Trump quando parla di Groenlandia e di Panama come aree di interesse strategico Usa, si deve far mente locale al concetto di “giardino di casa”, derivato dalla Dottrina Monroe e a quanto scrive Henry Kissinger nel suo fondamentale testo: “Diplomazia e restaurazione”[1].
La Dottrina Monroe è una politica estera enunciata dal presidente degli Stati Uniti James Monroe nel suo discorso al Congresso il 2 dicembre 1823. I punti principali della dottrina sono:
- Non-Intervento Europeo: Gli Stati Uniti non avrebbero tollerato ulteriori colonizzazioni o interferenze da parte delle potenze europee nelle Americhe.
- Non-Interferenza USA in Europa: Gli Stati Uniti avrebbero mantenuto una politica di non-intervento negli affari interni e nelle guerre tra le nazioni europee.
- Sostegno alla Democrazia: Implicitamente, la dottrina sosteneva i nuovi stati indipendenti dell’America Latina come parte di una politica di sostegno ai governi democratici contro l’influenza monarchica europea.
La Dottrina Monroe ha avuto un impatto significativo sulla politica estera degli Stati Uniti e sulle relazioni internazionali nel continente americano, servendo come base per molte azioni diplomatiche e militari successive. Essa si è anche evoluta nel tempo, con aggiunte come il “Corollario Roosevelt” del 1904, che estendeva il diritto degli Stati Uniti di intervenire in America Latina per mantenere l’ordine e la stabilità.
Gli Stati Uniti intervennero contro la Spagna per liberare Cuba e Porto Rico, anche se in parte contraddiceva l’idea di non interferire negli affari interni di altri paesi americani.
Durante il XIX e il XX secolo, gli Stati Uniti hanno spesso invocato la Dottrina Monroe per giustificare interventi militari o politici in paesi come il Messico, la Repubblica Dominicana, Haiti, Nicaragua e Cuba, sotto il cosiddetto “Corollario Roosevelt” o “Big Stick” policy.
Negli anni ’30, con Franklin D. Roosevelt, la politica estera degli Stati Uniti verso l’America Latina cambiò, promuovendo la cooperazione economica e culturale piuttosto che l’intervento militare, sebbene ancora sotto l’ombrello della Dottrina Monroe.
Durante la Guerra Fredda, la Dottrina Monroe è stata reinterpretata come un mezzo per contrastare l’influenza sovietica in America Latina. L’intervento nella crisi dei missili di Cuba nel 1962 è un esempio chiaro di questa applicazione.
Negli anni ’50 e ’60, gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di stato e governi anti-comunisti in America Latina, come in Guatemala (1954) e Cile (1973), giustificando tali azioni con la necessità di proteggere l’emisfero occidentale dal comunismo.
Anche dopo la Guerra Fredda, la Dottrina Monroe ha continuato a influenzare la politica estera statunitense. Ad esempio, l’intervento in Panama nel 1989 per arrestare Manuel Noriega può essere visto in questa luce.
Questi sono solo alcuni esempi di come la Dottrina Monroe è stata applicata o reinterpretata nel tempo. È importante notare che l’interpretazione e l’applicazione della dottrina sono variate significativamente in base alle circostanze politiche, economiche e strategiche del momento.
La logica di Donald Trump per quanto riguarda Groenlandia e, soprattutto, Panama, non è assolutamente il frutto di una mente malata, ma è conseguente, piaccia o non piaccia, all’impostazione pluridecennale della politica estera degli Stati Uniti. Una politica che privilegia gli interessi e la sicurezza americana e che è iconicamente rappresentabile con il “giardino di casa”.
In questo preciso momento storico, tuttavia, la logica del “giardino di casa” non può andare a senso unico, in quanto gli Usa non hanno il potenziale per essere gli unici potenti del mondo e, nonostante le psicopatie propalate come verità degli ultimi decenni governanti da neocon, da fabiani e da ebrei russofobi (Nuland, Soros, ecc.) devono fare i conti con il “giardini di casa” di altri, che hanno la stessa logica degli Usa.
Tra questi Israele e la Russia, ossia due soggetti che, lo si voglia o no, sono a piano titolo Occidente.
E qui, prima di procedere, è utile ricordare qualche suggerimento di Henry Kissinger, che, a differenza dei neocon, era sano di mente, a tal punto che, con la diplomazia del pingpong (1971) staccò la Cina dell’Unione Sovietica, rompendo un possibile asse comunista. Esattamente il contrario di quanto hanno fatto le menti malate dei neocon, che hanno consegnato la Russia ad un rapporto sempre più stretto con la Cina.
Kissinger scrive che la “stabilità è basata su un equilibrio di forze” e che “legittimità” non va confusa con “giustizia”.
Parlare di pace giusta è pertanto un ritornello senza senso reale.
Legittimità, ci dice Kissinger “significa soltanto un consenso internazionale sulla natura e l’applicabilità di determinate convenzioni, e sugli scopi e i metodi consentiti per fare politica estera”. [2]
La parola pace deriva dalla radice indoeuropea pak- pag- dai significati di: fissare, pattuire, legare, unire, saldare.
L’idea che ci siano più soggetti che vanno uniti, attraverso patti, è quindi etimologicamente insita nello stesso concetto di pace, che non può essere raggiunta, come avrebbe voluto il fabiano Herbert Wells (“Il nuovo ordine mondiale”), attraverso un unico potere planetario, al quale dovrebbe corrispondere una collettivizzazione mondiale (esattamente la logica dei neocon, che in questo sono perfettamente fabiani), ma attraverso patti i quali implicano reciproci riconoscimenti e reciproche legittimazioni di soggetti diversi e autonomi.
Attiene a questo concetto di pace quanto ha scritto Henry Kissinger (“L’arte della diplomazia”) nel 1994, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica e conseguentemente della Guerra Fredda: “Per definizione, un accordo di equilibrio delle forze non può soddisfare del tutto ogni membro del sistema internazionale, ma funziona in modo ottimale quando mantiene l’insoddisfazione al di sotto del livello al quale la parte contestante cercherebbe di sovvertire l’ordine internazionale”.
Di libri Kissinger ne ha scritti molti, ma forse il nucleo centrale del suo pensiero è nella sua tesi di laurea che diventò un saggio, in Italia pubblicato da Garzanti. L’ebreo tedesco fuggito in America giovanissimo per sottrarsi alla violenza nazista e che sarebbe diventato il futuro segretario di Stato di Gerald Ford, si laureò infatti ad Harward con la tesi intitolata: “Diplomazia della restaurazione”, che è uno studio approfondito del Congresso di Vienna.
Kissinger, da profondo conoscitore delle dinamiche politiche e geopolitiche, scrive profeticamente: “Il sistema internazionale del ventunesimo secolo sarà caratterizzato da un’apparente contraddizione: da un lato frammentazione, dall’altro globalizzazione crescente. A livello di rapporti internazionali il nuovo ordine sarà più simile al sistema di stati del diciottesimo e diciannovesimo secolo che ai rigidi schematismi della guerra fredda. Sarà composto da almeno sei grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia e probabilmente India – come pure da una molteplicità di paesi di dimensioni medie e piccole”.[3]
E ancora: “Un assetto internazionale sarà relativamente stabile, come quello uscito dal Congresso di Vienna, o estremamente instabile, al pari di quelli emersi dalla Pace di Westfalia e dal Trattato di Versailles, a seconda del grado di compatibilità fra ciò che farà sentire sicure le società partecipanti e ciò che esse riterranno giusto. I due sistemi internazionali più stabili, quello scaturito dal Congresso di Vienna e quello governato dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, avevano il vantaggio di fondarsi sull’uniformità di pensiero. Gli statisti di Vienna erano aristocratici concordi nel considerare intangibili le medesime cose; i leader statunitensi che hanno modellato il mondo postbellico provenivano da una tradizione intellettuale di coerenza e vitalità straordinarie. L’assetto mondiale che sta emergendo deve essere costruito da uomini di stato che abbiano grandi e diversificate capacità intellettuali”.[4]
Il compito di queste generazioni è proprio quello di comprendere che i patti non sono più e soltanto tra simili, come nella storia passata, con i simili che sottomettevano il resto del mondo (colonialismo), ma tra molto diversi e soprattutto tra diversi che hanno culture, religioni e storie millenarie.
In questo contesto agli occidentali, ossia ai simili, anche se diversi, che compongono il frastagliato mondo denominato Occidente, spetta il compito di ritrovare radici, identità, storia, cultura, orgoglio per le conquiste democratiche e spetta soprattutto il compito di non distruggere quanto è stato conquistato in secoli di sforzi e anche di sangue versato.
Quando si parla di Occidente non bisogna mai dimenticare che, al di là dei sistemi politici che la differenziano dalle democrazie, la Russia è, a tutti gli effetti, una parte dell’Occidente e che come tale va considerata, nonostante le idiosincrasie di ebrei russofobi che si sono impadroniti delle leve di comando degli Usa neocon e Dem.
Forse andrebbe fatta mente locale alla Roma rivendicata da Russia e da Stati Uniti.
C’è la Roma che sta in Italia, quella dell’Impero romano, poi divenuto Impero romano d’Occidente tenuto assieme dal collante cristiano cattolico; c’è la Roma di Costantinopoli, poi Bisanzio (oggi Istambul); c’è la Roma di Mosca, che rivendica l’ortodossia cristiana bizantina e la continuità imperiale; c’è la Roma di Washington, che si ritiene depositaria della storia dell’Occidente, incardinata sui paradigmi greco latini.
L’Occidente è questo complesso insieme di storie, di culture, di rivendicazioni.
La Russia è molto più simile al resto dell’Europa che alla Cina con la quale, in questo periodo particolare, va a braccetto.
E qui veniamo al nodo di fondo relativo alle esternazioni di Donald Trump.
“Ogni volta che una potenza considera oppressivo l’ordine internazionale o il modo di legittimarlo, le relazioni tra questa potenza e le altre saranno rivoluzionarie”. [5]
Cosa significa rivoluzionaria? Significa che si trova nelle condizioni di dover rivoluzionare l’ordine in atto perché lo ritiene oppressivo o, addirittura, esiziale per la sua sopravvivenza.
Kissinger aggiunge che “il tratto distintivo di una potenza rivoluzionaria non è tanto il sentimento di minaccia, insito nella natura stessa di ogni sistema di relazioni internazionali fondato su stati sovrani, quanto quello che nulla può ridarle sicurezza”. [6]
Qui siamo ormai prossimi alla questione nodale che riguarda la Russia.
Una qualsiasi trattativa tra Russia e Usa riguardante la guerra in Ucraina ha come punto fermo la questione del “giardino di casa” di Mosca.
Alla fine dell’Unione Sovietica gli Usa promisero a Michail Sergeevič Gorbačëv che non avrebbero espanso la Nato circondando la Russia. Così non è stato, come è ampiamente dimostrato dai fatti.
La dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) è del 1991.
Ecco le date di adesione alla NATO per i Paesi europei:
- Grecia e Turchia: febbraio 1952
- Germania Ovest (ora Germania): maggio 1955
- Spagna: maggio 1982
- Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia: marzo 1999
- Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia: marzo 2004
- Albania e Croazia: aprile 2009
- Montenegro: giugno 2017
- Macedonia del Nord: marzo 2020
- Finlandia: aprile 2023
- Svezia: marzo 2024

I Paesi in blu e azzurro sono Nato. L’Ucraina è in giallo.
Henry Kissinger scrive che “è tipico di una potenza rivoluzionaria avere il coraggio delle proprie opinioni, ed essere disposta, anzi decisa, a portare i suoi principi fino alle estreme conseguenze. Perciò, indipendentemente dai risultati che ne può ricavare, una potenza rivoluzionaria tende a corrodere, se non la legittimità dell’ordine internazionale, almeno le limitazioni che esso necessariamente pone. […]. E poiché in una situazione rivoluzionaria i sistemi antagonisti sono meno interessati a comporre le divergenze che a sovvertire i patti, la diplomazia è sostituita dalla guerra o dalla corsa agli armamenti”. [7]
Come si può ben vedere le promesse sono state ampiamente disattese da una gestione neocon degli Usa che ha compromesso la fiducia, convincendo la Russia, come dice Kissinger, “che nulla può ridarle sicurezza”.
La questione che si pone tra la terza Roma (Mosca) e la quarta Roma (Washington) è, in primo luogo, il ristabilimento della fiducia e della lealtà (cosa impossibile con i neocon) e, subito dopo, il rispetto reciproco del “giardino di casa” che, nel caso della Russia, è non avere i missili della Nato ai confini, non essere circondata, non essere soffocata, cose che la mettono nelle condizioni di pensare “che nulla può ridarle sicurezza” e per gli Usa, non avere sotto casa, come a Panama, le presenze della Russia e nell’Artico una situazione di equilibrio.
C’è un altro “giardino di casa” che riguarda, in questo caso, la seconda Roma, nel frattempo passata nelle mani della Sublime porta in versione Nato, ma con piedi in tutte le scarpe. La Costantinopoli turca vede Erdogan attivissimo nel Medio Oriente, come dimostra la vicenda siriana.
Qui il “giardino di casa” è un condominio tra Israele e i Paesi arabi sunniti (gli Accordi di Abramo lo rendono praticabile). Un giardino costantemente minacciato dall’Iran sciita e dai suoi alleati e, guarda caso, anche da una posizione ambigua degli Stati Uniti con i neocon e le amministrazioni Dem (Clinton, Obama, Biden) che hanno da un lato sostenuto Israele (impossibile non farlo per chi comanda in Usa) e dall’altro mantenuto un rapporto di apertura all’Iran sciita che ha costretto, recentemente, Bibi Netanyahu ad assumersi l’onere di un affondo durissimo, cruento, tragico, ma inevitabile, che ha cambiato radicalmente gli equilibri mediorientali, nonostante le giravolte dell’amministrazione Biden.
Nel caso di Israele vale la regola di Kissinger, secondo la quale, come s’è già scritto, “il tratto distintivo di una potenza rivoluzionaria non è tanto il sentimento di minaccia, insito nella natura stessa di ogni sistema di relazioni internazionali fondato su stati sovrani, quanto quello che nulla può ridarle sicurezza”. [8]
Israele è andato alla guerra senza sentire i se e ma dell’amministrazione Usa che è colpevole della crescente minaccia iraniana per non aver avuto la decisione di mettere in un angolo il regime dittatoriale teocratico degli ayatollah che, va ricordato, è stato reso possibile dall’insipienza della presidenza democratica di Jimmi Carter.
Ai neocon vanno ascritte tutte le sconfitte delle guerre innescate in questo trentennio che ci sta alle spalle e, soprattutto, il disastro iracheno, che ha dato respiro alle tentazioni imperiali degli sciiti, pro tempore padroni della Persia.
In questo contesto nonostante i menagramo (ormai specializzati) che la volevano a causa della gestione di Giorgia Meloni (aliena alle crocchette dell’Eliseo, ai bocconcini di Londra, agli ossi di pelle di bufalo di Berlino), Roma è diventata crocevia di incontri diplomatici che riguardano sia il confronto tra la terza e la quarta Roma, sia quello che sta coinvolgendo la seconda Roma su vari fronti.
La partita è aperta e può avere una soluzione positiva se la logica con la quale si muoveranno i vari giocatori sarà quella di non mettere in discussione i “giardini di casa” altrui, riconoscendo un mondo multipolare con nuove regole condivise che creino nuova stabilità.
L’Urbe, condotta dalla leader italiana, in questa partita può avere un ruolo importante grazie alla credibilità acquisita con relazioni internazionali chiare, lungimiranti (Piano Mattei) e, soprattutto, leali.
In questo quadro in rapida evoluzione c’è una questione che riguarda l’Onu, ormai diventato, come lo è stata la Società delle Nazioni, un ente sovranazionale superato, in quanto ancorato alle logiche post belliche della seconda guerra mondiale.
[1] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti
[2] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti
[3] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[4] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[5] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti
[6] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti
[7] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti
[8] Henry Kissinger, Diplomazia e restaurazione, Garzanti





