
La Cina[i] si posiziona oggi come un attore imprescindibile nel panorama globale. Con oltre 1,4 miliardi di abitanti, rappresenta circa il 18% della popolazione mondiale. Eppure, dietro l’apparente solidità, il gigante asiatico sta affrontando cambiamenti interni che mettono alla prova le fondamenta della sua crescita. La popolazione, dopo decenni di espansione, ha iniziato a contrarsi nel 2022, aprendo scenari inediti per un paese che invecchia più rapidamente di quanto possa arricchirsi.
Economicamente, la Cina è la seconda potenza mondiale, contribuendo al 18% del PIL globale.
Il sistema economico-finanziario cinese è sotto pressione perché è sottoposto a un processo simultaneo di crescita e riforma. Questo contesto richiede un forte governo centrale, incarnato dal Partito Comunista Cinese (PCC), che assume il duplice ruolo di guida e regolatore, per garantire la stabilità sociale e il progresso economico. Il PCC, come unico sistema politico, ha consolidato la propria autorità su ogni aspetto del processo decisionale, rendendo così possibile la gestione di contraddizioni e sfide sistemiche.
Oltre a questo, le risorse fondamentali scarseggiano: più del 60% delle città cinesi soffre di carenze idriche, mentre le falde acquifere settentrionali sono prossime al collasso. Sul fronte alimentare, con meno del 7% delle terre coltivabili mondiali, la Cina deve nutrire quasi un quinto della popolazione globale.
Queste vulnerabilità, combinate con le difficoltà climatiche e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali, però, non sono solo un ostacolo: definiscono il carattere e le ambizioni della Cina.
Seguendo una reinterpretazione moderna delle teorie geopolitiche classiche, Pechino cerca di superare i limiti dell’”heartland” – il nucleo territoriale interno – ampliando la propria influenza sul “rimland”, ossia le regioni costiere e le rotte marittime strategiche. Halford Mackinder definì l’heartland come la chiave del potere globale, ma Nicholas Spykman ne ampliò il concetto, enfatizzando il ruolo cruciale del controllo delle coste e dei mari adiacenti. La Cina adotta entrambi gli approcci: protegge le sue vulnerabilità interne e si proietta verso aree critiche per il commercio e le risorse.
La Belt and Road Initiative incarna questa strategia, costruendo una rete di infrastrutture che integra terra e mare per accedere a risorse e mercati globali.
Allo stesso tempo, la crescente assertività nel Mar Cinese Meridionale e gli investimenti in Africa e Asia meridionale sottolineano una politica espansionistica necessaria a sostenere un modello interno in costante trasformazione.
Infine, la lingua e la cultura cinesi influenzano profondamente la forma mentis del paese, distinguendolo dal resto del mondo. La struttura logografica del mandarino e la sua forte dipendenza dal contesto hanno plasmato un pensiero orientato alla complessità e alla visione olistica. Questo approccio si riflette anche nella strategia tecnologica cinese, che punta a sviluppare un’intelligenza artificiale su misura per il proprio linguaggio e le proprie esigenze culturali, superando i limiti dei modelli occidentali.
La Cina si muove con determinazione, sospinta tanto dalle sue ambizioni quanto dalle sue debolezze. Ogni passo avanti nella proiezione esterna è bilanciato da un’attenzione maniacale alla stabilità interna. Comprendere questa doppia dinamica è cruciale per decifrare il futuro del gigante asiatico e le sue implicazioni per il resto del mondo.
- Interdipendenza e vulnerabilità
Il confronto tra Cina e Stati Uniti si radica in un’interdipendenza che alimenta timori reciproci e vulnerabilità strategiche. Gli Stati Uniti hanno nella Cina non solo una sponda commerciale imprescindibile, ma anche una forza capace di sfruttare questa relazione per manipolare i fragili equilibri globali a proprio vantaggio. La Cina, dal canto suo, agisce con determinazione per consolidare il proprio ruolo sistemico, ben consapevole di quanto ogni connessione economica la renda sia una forza trainante sia un potenziale punto di pressione.
Gli Stati Uniti importano dalla Cina una vasta gamma di beni essenziali, dalla tecnologia di consumo ai prodotti industriali, per un valore totale che nel 2022 ha superato i 536 miliardi di dollari. Questa dipendenza non è un semplice scambio commerciale, ma una vulnerabilità critica: qualunque alterazione nella capacità produttiva cinese ha ripercussioni dirette sulle filiere americane.
Nel 2021, la Cina ha limitato le esportazioni di fertilizzanti fosfatici, citando la necessità di stabilizzare i prezzi interni e proteggere la propria agricoltura. Tuttavia, questa mossa ha avuto un impatto significativo sul mercato globale, portando a un aumento vertiginoso dei prezzi dei fertilizzanti, che ha colpito duramente i produttori agricoli statunitensi.
Nel 2010, durante una disputa diplomatica con il Giappone legata al controllo delle isole Senkaku/Diaoyu, la Cina ha sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone. La Cina controlla oltre l’80% della raffinazione globale di terre rare, materiali indispensabili per l’elettronica avanzata, le energie rinnovabili e i sistemi di difesa. Questa posizione ha generato uno squilibrio strategico: gli Stati Uniti, pur essendo ricchi di giacimenti di terre rare, hanno esternalizzato gran parte della loro produzione alla Cina. Washington teme che Pechino possa sfruttare questo monopolio per limitare l’accesso a questi materiali, dimostrando la capacità di usare il commercio come arma politica.
Un esempio concreto dell’asimmetria produttiva tra Cina e Stati Uniti riguarda il settore dei semiconduttori e dei dispositivi elettronici. Gli Stati Uniti, pur dominando la progettazione e la ricerca tecnologica in questo settore, dipendono pesantemente dalla Cina e da altri paesi asiatici per la produzione di massa e l’assemblaggio. Nel 2021, la Cina rappresentava oltre il 24% della capacità globale di produzione di semiconduttori, secondo la Semiconductor Industry Association (SIA). In confronto, gli Stati Uniti contribuivano solo per il 12%, una riduzione drammatica rispetto al 37% registrato negli anni ’90.
Questa dipendenza non si limita alla tecnologia avanzata. Nel settore farmaceutico, ad esempio, circa il 90% degli antibiotici utilizzati negli Stati Uniti proviene dalla Cina, insieme a una vasta percentuale di principi attivi farmaceutici (API) per la produzione di farmaci essenziali. Durante la pandemia di Covid-19, l’interruzione delle forniture cinesi ha evidenziato l’incapacità americana di soddisfare la domanda interna senza il supporto produttivo di Pechino.
Lo stesso squilibrio si osserva nei beni di consumo. Prodotti come smartphone, elettrodomestici e abbigliamento, realizzati in gran parte in Cina, dominano i mercati statunitensi. Nel 2022, il 536 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina rappresentavano circa il 17% delle importazioni totali statunitensi, rafforzando la percezione che la Cina sia una forza produttiva irrinunciabile.
Questa struttura crea una vulnerabilità strategica. Una crisi nelle forniture – che sia intenzionale o causata da eventi esterni, come pandemie o tensioni geopolitiche – potrebbe paralizzare settori critici dell’economia americana. Ad esempio, l’interruzione delle forniture di componenti elettronici cinesi nel 2021 ha ritardato la produzione di automobili negli Stati Uniti, causando perdite miliardarie nell’industria automobilistica.
Per gli Stati Uniti, il confronto con la Cina non è quindi solo una questione di competitività, ma un problema strutturale che mette in discussione la loro capacità di mantenere la leadership globale. La Cina, interlocutore imprescindibile, non solo capitalizza sulla sua posizione nel sistema economico globale, ma trasforma ogni vincolo condiviso in una potenziale leva strategica.
- Evergrande
Evergrande rappresenta un punto emblematico nelle dinamiche economiche globali, evidenziando la capacità della Cina di agire preventivamente, sulla base di strategie accuratamente calcolate che fanno leva sulle peculiarità altrui.
Il settore immobiliare cinese non è stato progettato come un semplice segmento economico, ma come un motore integrato per generare crescita economica e consolidare un sistema finanziario robusto, inesistente ai tempi di Mao. Questa strategia ha consentito di creare un ciclo economico che si autoalimenta, sostenendo al contempo l’espansione del credito e il rafforzamento delle istituzioni finanziarie.
Sin dagli anni ’90, il governo cinese ha utilizzato il settore immobiliare come leva principale per sostenere lo sviluppo urbano e industriale. A partire dal piano di stimolo del 2008, pari a 4 trilioni di yuan, una quota significativa è stata destinata alle infrastrutture e alle costruzioni, spingendo il settore edilizio a rappresentare il 6% del PIL e a impiegare oltre 41 milioni di persone.
Questa centralità economica è stata amplificata da una forte domanda di abitazioni nelle aree urbane, dovuta a:
- Migrazione interna: L’inurbamento massiccio ha creato una domanda costante di nuove abitazioni.
- Investimento immobiliare: L’edilizia residenziale è stata percepita come un’opzione di investimento sicura per le famiglie cinesi, rafforzando il settore finanziario attraverso il credito ipotecario.
- Entrate per i governi locali: La vendita dei diritti d’uso del suolo è diventata una fonte primaria di reddito per le amministrazioni regionali, rendendole finanziariamente dipendenti dal continuo sviluppo immobiliare.
Il settore immobiliare cinese ha sostenuto lo sviluppo di un sistema finanziario in grado di generare liquidità attraverso il leverage. Le aziende immobiliari, come Evergrande, hanno contratto debiti enormi anticipando ricavi futuri da progetti in costruzione. Questo modello ha alimentato il sistema bancario e creato un circuito di credito che ha permesso all’economia di mantenere tassi di crescita superiori all’8% annuo fino al 2011.
A differenza di modelli occidentali basati su strumenti derivati, il capitale netto delle aziende cinesi è stato sostenuto da beni reali (proprietà immobiliari e mezzi di produzione), rafforzando la resilienza del sistema economico anche in caso di crisi.
L’aspetto unico di questo modello risiede nella capacità di mantenere il settore in espansione indipendentemente dalla domanda effettiva. Anche quando il mercato residenziale ha iniziato a saturarsi, il sistema ha continuato a funzionare grazie alla contrazione di nuovi debiti per progetti infrastrutturali e, in parte, alla rivalutazione continua dei contratti già sottoscritti, in quanto nel frattempo aumentavano i costi delle materie prime, quindi si supponeva che nuove costruzioni sarebbero costate di più, giustificando l’aumento di valore di quelle già contrattualizzate.
Questo ciclo economico / finanziario autoalimentato ha permesso alla Cina di proteggere il proprio sistema interno, spostando il rischio sugli investitori esteri attraverso il finanziamento in dollari e il collocamento sui mercati internazionali, come dimostrato dal caso Evergrande.
Il governo cinese ha conunque imposto limiti al leverage, e ha introdotto regolamentazioni per evitare una sovraesposizione debitoria, riaffermando il controllo centrale su un settore che rappresenta il 20% degli investimenti globali nel mercato immobiliare.
Gli Stati Uniti, attraverso le principali agenzie di rating, hanno tentato di colpire la stabilità di questo sistema con il downgrade del debito di Evergrande. La narrativa veicolata era chiara: l’economia cinese è una bolla immobiliare destinata a esplodere.
Ma quel che era sfuggito, forse, agli USA, è che fin dall’inizio Evergrande ha emesso obbligazioni in dollari, una mossa che non era solo finanziariamente conveniente, ma strategicamente orientata.
La scelta di emettere questi titoli attraverso entità registrate nelle Cayman e di quotarli presso la borsa di New York ha reso queste obbligazioni soggette alla giurisdizione americana. Questa struttura ha attratto una vasta gamma di investitori internazionali, in particolare fondi statunitensi come BlackRock e Fidelity, che hanno accumulato miliardi di dollari in obbligazioni Evergrande.
Quando Evergrande ha dichiarato default tecnico nel 2021, Pechino ha attivato la risposta progettata in anticipo: la società ha invocato il Capitolo 15 del Bankruptcy Code americano, una normativa che regola i casi di insolvenza transfrontaliera.
Attraverso questa procedura, Evergrande ha ottenuto protezione contro le azioni legali da parte dei creditori americani, consentendo a Pechino di mantenere il controllo completo sul processo di ristrutturazione. Questa mossa ha garantito che:
- La ristrutturazione fosse condotta sotto la legge cinese, proteggendo le banche locali e minimizzando il contagio interno.
- Gli investitori esteri fossero bloccati, costretti ad accettare i termini imposti da Pechino senza la possibilità di rivalersi presso i tribunali americani.
L’utilizzo del Capitolo 15 ha spostato l’onere della crisi sugli investitori esteri: I titoli emessi da Evergrande sono scesi fino al 10% del loro valore nominale, causando perdite miliardarie ai fondi americani che li avevano acquistati.
Questa mossa ha avuto ripercussioni significative sull’economia americana ed ha amplificato l’instabilità nei mercati obbligazionari, influenzando negativamente l’intero ecosistema del credito high-yield.
Ma questa mossa, non è che una delle Tre Guerre della dottrina cinese: la guerra del diritto, ove si usa la legge altrui per arrecargli danno.
- Il covid-19
Non ci interessa sapere se il Covid-19 sia stato messo in giro deliberatamente o meno, come un’arma biologica. Non ci interessa investigare il perché’ del ritardo nell’avvisare la popolazione europea (dato che si sapeva almeno da ottobre che c’era questo problemino in Cina) né il perché della scelta vaccinale contro quella del siero iperimmune o cose di questo tipo.
A noi interessa sapere come il Covid sia stato utilizzato militarmente dalla Cina.
Diamo del contesto
Negli anni scorsi, l’aumento del commercio con la Cina, collegato all’incremento del suo mercato interno in termini di valore e volumi, ha portato la Cina ad essere il primo Paese fruitore di sistemi di trasporto di merci (e anche di altro, ad esempio gru da costruzione…)
Questo ha comportato che sette dei dieci maggiori porti merci del mondo sono in Cina:

E che quindi una interruzione o un rallentamento nelle operazioni di attracco, carico, scarico, ha un impatto notevole su tutta l’economia mondiale[ii].

Un’altra azione ostile, anzi quella che ci ha fatto capire la portata dell’attacco, è stata lo spegnimento dei sistemi elettronici automatici di tracciamento dei vascelli, che si interfacciavamo con le piattaforme logistiche dei porti di approdo, consentendo l’ottimizzazione dei tempi di carico, scarico, sgombro piazzale, traffico su ruota eccetera.
Questo ha penalizzato la catena di approvvigionamento delle materie prime e semilavorate di tutto il mondo occidentale.
La conseguenza? Il costo medio di spedizione di un container di 40 piedi, da Shanghai a New York, che Nel 2019 sarebbe stato di 2.500 dollari, oggi è quasi 15.000 dollari, per le spedizioni pianificate con tempo, altrimenti oltre 20.000. O anche che i tempi per l’approvvigionamento di microchip sono passati da due settimane a nove mesi (se va bene).
Altra conseguenza è la scarsità di prodotti grezzi e semilavorati sul mercato, che in alcuni settori ha fatto aumentare il costo degli stessi quasi del 50%.
Negli Stati Uniti, la dipendenza da fertilizzanti importati ha amplificato gli effetti della crisi logistica. Sebbene il paese sia un significativo produttore di azoto e fosfati, importa circa il 20% dei fertilizzanti totali, con una dipendenza cruciale per i fertilizzanti a base di potassio, di cui 35% delle importazioni proviene da Canada, Russia e Bielorussia. Le restrizioni cinesi sulle esportazioni di fosfati e il blocco delle forniture russe hanno accentuato queste vulnerabilità, spingendo i prezzi dei fertilizzanti a livelli record nel 2022.
I costi operativi per le principali colture statunitensi, come il mais e il grano, sono stati significativamente influenzati. I fertilizzanti rappresentano 36% dei costi operativi per il mais e 35% per il grano. L’aumento dei prezzi, che ha raggiunto punte del 150% rispetto ai livelli pre-pandemia, ha obbligato i produttori a scelte difficili:
- Riduzione delle superfici coltivate a mais e grano, con un conseguente calo delle rese totali.
- Aumento delle superfici destinate a colture meno dipendenti dai fertilizzanti, come la soia, che ha visto una maggiore adozione grazie alla sua capacità di fissare naturalmente l’azoto.
L’impatto combinato della crisi logistica e della guerra in Ucraina ha esacerbato il problema. La Cina, che produce il 25% dei fertilizzanti globali, ha limitato le esportazioni per garantire la propria sicurezza interna, riducendo drasticamente la disponibilità di fosfati e fertilizzanti azotati sul mercato globale. La Russia, congiuntamente alla Bielorussia, fornisce circa il 33% della potassa mondiale. Le sanzioni occidentali e l’interruzione delle esportazioni hanno ulteriormente ridotto l’offerta globale, colpendo duramente i settori agricoli degli Stati Uniti e del mondo.
Le conseguenze si sono estese oltre l’agricoltura. I settori industriali americani, come quello automobilistico e tecnologico, hanno subito l’impatto dell’aumento dei costi di trasporto e della scarsità di componenti. Il tempo di approvvigionamento dei microchip è passato da due settimane a nove mesi, paralizzando la produzione e aumentando i costi finali per i consumatori. La scarsità di semilavorati ha generato un aumento medio del 50% nei prezzi industriali, contribuendo al picco inflazionistico del 6,8% annuo registrato nel novembre 2021.
Questa combinazione di fattori ha messo in evidenza una lezione critica per gli Stati Uniti: l’interdipendenza globale, dominata da infrastrutture logistiche e produttive cinesi, rappresenta una vulnerabilità strategica.
Ma ha fatto di peggio.
Facendo leva sul fatto che l’America è la culla della civilizzazione liberale, dove il libero mercato regola ogni scelta, la Cina ha generato uno squilibrio tale da forzare il sistema agricolo americano a scelte mai viste prima.
L’impatto combinato dell’aumento dei costi dei fertilizzanti e delle interruzioni delle catene logistiche ha portato molte aziende agricole statunitensi al collasso. I campi sono rimasti incolti, non per mancanza di domanda, ma perché i costi di produzione erano diventati insostenibili. L’agricoltura americana, simbolo dell’autosufficienza e della forza economica nazionale, si è trovata a rivedere le proprie fondamenta.
Il libero mercato, normalmente celebrato come motore di efficienza e competitività, ha mostrato la sua vulnerabilità. Molti agricoltori non sono riusciti a sostenere l’impennata dei costi operativi, con il risultato che migliaia di ettari di terra fertile sono stati abbandonati. Altri hanno dovuto ripianificare le loro produzioni, non più orientandosi su quanto fosse necessario per soddisfare le esigenze alimentari degli americani, ma su quanto il mercato e i consumatori statunitensi potessero effettivamente permettersi.
Le restrizioni alle esportazioni cinesi non si sono limitate a fosfati e azoto. Pechino ha sapientemente utilizzato la scarsità globale di fertilizzanti per generare un effetto a catena: la riduzione delle disponibilità ha costretto gli agricoltori statunitensi a dipendere da fornitori alternativi, spesso più costosi o meno affidabili, aggravando ulteriormente la pressione sui costi. Inoltre, la Cina ha continuato a sostenere il proprio settore agricolo con fertilizzanti a prezzi calmierati, mantenendo competitività sui mercati globali, mentre l’agricoltura americana lottava con margini di profitto sempre più ridotti.
Le aziende agricole che sono sopravvissute non lo hanno fatto senza sacrifici. Molti produttori di mais e grano, per esempio, hanno abbandonato queste colture a favore della soia, che richiede meno fertilizzanti e ha costi operativi inferiori. Per la prima volta, l’agricoltura americana ha dovuto adattarsi non alle necessità del paese, ma ai limiti imposti dalla crisi globale.
Parallelamente, la Cina ha colto l’occasione per aumentare la propria influenza in altre regioni agricole, come l’America Latina e l’Africa, attraverso la fornitura di fertilizzanti a condizioni favorevoli. Questo ha permesso a Pechino di consolidare alleanze strategiche e indebolire ulteriormente la posizione degli Stati Uniti come principale esportatore globale di cereali. In questo contesto, l’impatto psicologico sulla leadership americana è stato devastante: non solo il sistema agricolo interno si è trovato sotto pressione, ma l’influenza americana sui mercati alimentari globali ha iniziato a erodersi.
Questa pressione si è riflessa in una crescente incertezza nelle decisioni di semina e coltivazione. Nel 2023, molti agricoltori statunitensi hanno dovuto rivedere le proprie strategie, riducendo le superfici coltivate a cereali e destinandole a colture meno dipendenti dai fertilizzanti. Ciò non ha solo ridotto le rese agricole, ma ha anche contribuito a minare la fiducia degli investitori nei settori agricolo e alimentare. Questa perdita di fiducia si traduce in un effetto domino: meno investimenti, meno innovazione tecnologica e un’ulteriore perdita di competitività rispetto alla Cina e ad altri attori emergenti.
La guerra in Ucraina ha solo rafforzato la posizione strategica della Cina. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti affrontavano le conseguenze delle sanzioni alla Russia e alla Bielorussia, Pechino ha saputo posizionarsi come interlocutore indispensabile nei mercati globali dei fertilizzanti e delle materie prime agricole. Questa mossa ha ulteriormente marginalizzato gli Stati Uniti, che si sono trovati incapaci di rispondere in modo efficace alle manovre cinesi.
Quindi, il colpo più duro non è stato solo economico, ma geopolitico. La Cina non ha solo colpito l’agricoltura americana; ha dimostrato che l’intero sistema economico statunitense può essere manipolato attraverso la gestione delle interdipendenze globali. E in un contesto dove la percezione di invulnerabilità americana è cruciale per mantenere il suo status di leader globale, questa perdita di sicurezza rappresenta un attacco diretto e strategico alla sua posizione dominante.
- L’espansione commerciale
La Cina, nella sua ascesa a potenza globale, ha trasformato l’espansione commerciale in uno strumento strategico di influenza, minacciando direttamente la supremazia economica e tecnologica degli Stati Uniti.
Se l’America ha costruito il proprio dominio su un modello di innovazione aperta al mercato globale, in cui i frutti della ricerca scientifica—come il Velcro o il GPS—si traducevano in prodotti e tecnologie di uso quotidiano, la Cina sta ribaltando questa dinamica. Attraverso un mix di innovazione interna, controllo delle risorse strategiche e conquista di mercati emergenti, Pechino sta ridefinendo le regole del gioco economico globale.
Per decenni, la Cina è stata la “fabbrica del mondo”, producendo beni a basso costo per i mercati occidentali. Questo modello, pur profittevole, non garantiva l’autonomia strategica. Negli ultimi anni, tuttavia, Pechino ha accelerato la transizione verso un’economia basata sull’innovazione. Nel 2022, gli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo hanno raggiunto il 2,4% del PIL, avvicinandosi rapidamente al livello americano del 2,7%. Il risultato è evidente: settori strategici come i veicoli elettrici (EV), le energie rinnovabili e l’intelligenza artificiale sono ora dominati da aziende cinesi.
Un esempio emblematico è rappresentato dai veicoli elettrici. Aziende come BYD e CATL hanno superato i concorrenti americani non solo in termini di volumi, ma anche di competitività nei mercati emergenti. Nel 2023, oltre il 50% dei veicoli elettrici venduti in Africa e America Latina erano di origine cinese, contro il 28% americano. Questo spostamento di equilibrio non è solo economico, ma simbolico: per la prima volta, gli Stati Uniti si trovano nella posizione di dover rincorrere.
La strategia cinese si estende ben oltre i confini nazionali. Basandosi sulla teoria geopolitica del Rimland, Pechino ha rafforzato la sua presenza nelle aree costiere eurasiatiche, cruciali per il commercio globale. Progetti infrastrutturali come il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), che include il porto di Gwadar nel Belucistan, offrono alla Cina un accesso diretto al Mar Arabico, bypassando lo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia vulnerabile al controllo americano. Con un investimento superiore ai 4 miliardi di dollari, Gwadar rappresenta non solo un hub logistico, ma una piattaforma per proiettare potenza economica e militare nella regione.
Nel Mar Cinese Meridionale, Pechino ha costruito isole artificiali, trasformandole in avamposti strategici. Con il 40% del commercio globale che transita attraverso queste acque, il controllo cinese delle rotte marittime è una minaccia diretta agli interessi americani e un segnale della crescente capacità di Pechino di dettare le regole del commercio globale.
Uno degli sviluppi più inquietanti per Washington è l’erosione della sua influenza nei mercati emergenti. La Cina ha utilizzato la Belt and Road Initiative (BRI) per costruire una rete globale di infrastrutture che collega Asia, Africa e America Latina. Questo programma, con investimenti stimati oltre il trilione di dollari, non si limita a strade e ferrovie: rappresenta una rete di dipendenze economiche che garantisce a Pechino un accesso privilegiato ai mercati locali.
I dati parlano chiaro: nei paesi africani e sudamericani, i beni cinesi rappresentano oggi oltre il 60% delle importazioni industriali in settori come elettronica, macchinari e veicoli. Questa penetrazione economica ha un duplice effetto. Da un lato, offre ai paesi in via di sviluppo beni e tecnologie a prezzi accessibili; dall’altro, riduce la capacità degli Stati Uniti di utilizzare il commercio come strumento di influenza politica.
Forse il cambiamento più significativo risiede nella capacità della Cina di utilizzare l’innovazione tecnologica come arma geopolitica. La sua leadership nella produzione di tecnologie avanzate, dalle batterie ai semiconduttori, rappresenta una minaccia diretta al modello americano. Negli ultimi anni, Pechino ha adottato una strategia di “autosufficienza tecnologica”, investendo pesantemente in settori critici per ridurre la dipendenza dai fornitori occidentali.
Questa transizione non è priva di conseguenze. Gli Stati Uniti, che hanno storicamente dominato l’innovazione globale, si trovano di fronte a un concorrente che non solo li sfida sul piano tecnologico, ma li supera nella velocità di penetrazione nei mercati globali. Per Washington, la paura non è solo economica, ma psicologica: perdere il primato sull’innovazione significa perdere una delle fondamenta del proprio soft power.
L’ascesa commerciale della Cina ha messo in evidenza vulnerabilità sistemiche negli Stati Uniti. Il deficit commerciale con Pechino, che ha raggiunto i 355 miliardi di dollari nel 2021, è solo la punta dell’iceberg. Più preoccupante è la dipendenza americana da beni e risorse cinesi. Dai semiconduttori ai materiali critici come le terre rare, gli Stati Uniti si trovano in una posizione di debolezza che contraddice la loro immagine di autosufficienza.
Negli ultimi anni, Washington ha cercato di contrastare l’espansione cinese attraverso iniziative come il Corridoio di Lobito in Africa, progettato per competere con i progetti della BRI. Tuttavia, questi sforzi sono stati insufficienti sia per scala che per velocità. La Cina, con la sua capacità di combinare investimenti pubblici e privati, continua a superare gli Stati Uniti nella costruzione di infrastrutture strategiche.
L’espansione commerciale della Cina è più di una strategia economica: è una dichiarazione di potenza globale. Gli Stati Uniti, abituati a dominare i mercati internazionali attraverso innovazione e commercio, si trovano ora di fronte a un concorrente capace di integrare il controllo delle risorse, l’innovazione tecnologica e il dominio delle infrastrutture globali. Per Pechino, il commercio è uno strumento per ridefinire l’ordine mondiale; per Washington, rappresenta una sfida esistenziale.
- Il lupo guerriero
La diplomazia del lupo guerriero (Wolf Warrior Diplomacy) è diventata una delle caratteristiche più evidenti della politica estera cinese nel XXI secolo. Questo approccio, descritto come una combinazione di assertività retorica e azione strategica, mira a consolidare l’immagine di una Cina forte, capace di rispondere alle critiche e di influenzare il sistema globale. Mentre gli Stati Uniti percepiscono questa strategia come una minaccia diretta alla stabilità internazionale e alla loro leadership globale, per Pechino rappresenta una risposta alle pressioni esterne e un mezzo per capitalizzare sulla propria ascesa economica e geopolitica.
Tradizionalmente, la diplomazia cinese si era basata sulla “politica del sorriso,” un approccio discreto volto a rassicurare la comunità internazionale sulle intenzioni pacifiche di Pechino. Tuttavia, l’ascesa economica e militare della Cina ha coinciso con una transizione verso un approccio più aggressivo. Questo cambiamento è stato rafforzato dal contesto internazionale, in cui le tensioni commerciali e geopolitiche con gli Stati Uniti, unite alle critiche sulla gestione della pandemia di Covid-19, hanno spinto Pechino a difendere con forza la propria posizione.
I diplomatici descrivono questa strategia come una fusione tra patriottismo interno e ambizioni esterne. La narrativa ufficiale promossa dal Partito Comunista Cinese (PCC) ritrae i diplomatici cinesi come moderni “lupi guerrieri,” pronti a difendere la sovranità e l’onore nazionale contro qualsiasi attacco, reale o percepito.
Un esempio emblematico di questa strategia è stato il confronto con l’Australia. Nel 2020, Canberra aveva richiesto un’indagine indipendente sull’origine del Covid-19, una mossa vista da Pechino come un attacco diretto. In risposta, la Cina ha imposto restrizioni commerciali su esportazioni chiave australiane, tra cui carbone, orzo e vino, causando perdite economiche stimate in oltre 20 miliardi di dollari australiani. Questo episodio ha dimostrato come la Cina sia disposta a utilizzare strumenti economici come arma diplomatica.
In Europa, la Cina ha mostrato un approccio simile durante la controversia con la Lituania, che aveva aperto un ufficio di rappresentanza per Taiwan. Pechino ha risposto con un embargo commerciale de facto, bloccando le importazioni di beni lituani e esercitando pressioni su multinazionali europee affinché interrompessero i legami con il paese. Questi episodi illustrano la capacità della Cina di sfruttare la propria posizione economica per influenzare le scelte politiche degli altri paesi.
Un altro aspetto critico della diplomazia del lupo guerriero è l’uso strategico delle piattaforme digitali. Secondo il rapporto IRSEM, la Cina ha implementato una rete globale di disinformazione e propaganda per influenzare l’opinione pubblica nei paesi occidentali. Piattaforme come TikTok e WeChat sono state utilizzate per promuovere narrative pro-Cina, mentre account falsi e bot amplificano messaggi che destabilizzano le democrazie occidentali.
In Italia, il rapporto IRSEM ha evidenziato come Pechino abbia sostenuto indirettamente movimenti anti-establishment. Le elezioni del 2018, che hanno portato al potere il Movimento 5 Stelle, sono state accompagnate da una narrativa favorevole alla Cina, con un aumento significativo degli investimenti infrastrutturali cinesi nel paese. Questa combinazione di soft power e interventi economici ha contribuito a rafforzare l’influenza cinese sul continente europeo.
Gli Stati Uniti percepiscono la diplomazia del lupo guerriero come una minaccia che trascende la sfera economica, spingendoli a riconsiderare la loro strategia globale. L’aggressività cinese non solo mina la coesione delle alleanze occidentali, ma obbliga Washington a investire risorse significative per contenere l’espansione di Pechino. Questo rappresenta un elemento critico della strategia cinese: forzare gli Stati Uniti a una continua redistribuzione delle risorse, sbilanciando il loro focus strategico e incrementando il debito pubblico.
Un esempio lampante è rappresentato dall’aumento della massa monetaria M3 durante l’amministrazione Biden. Tra il 2020 e il 2023, la massa monetaria negli Stati Uniti è cresciuta di circa il 40%, un incremento senza precedenti in tempi di pace. Sebbene parte di questa espansione sia stata giustificata come risposta alla pandemia di Covid-19, una porzione significativa è stata destinata a iniziative volte a rafforzare la presenza americana nelle aree contestate. Il Quad (Stati Uniti, India, Giappone, Australia) ha visto un incremento delle esercitazioni militari congiunte e del coordinamento tecnologico, con investimenti che hanno superato i 5 miliardi di dollari solo nel 2022.
Nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti hanno dovuto intensificare la loro presenza navale per contrastare la militarizzazione cinese delle isole artificiali. Questo ha comportato l’impiego di portaerei e sottomarini nucleari, con costi operativi stimati in 12 miliardi di dollari all’anno. A livello economico, il Congresso ha approvato pacchetti di investimenti in infrastrutture strategiche, come la produzione di semiconduttori domestici, con la legge CHIPS Act, che prevede finanziamenti di 280 miliardi di dollari per ridurre la dipendenza dalla Cina.
Parallelamente, gli Stati Uniti sono stati costretti a rivedere le loro politiche economiche e commerciali per ridurre le vulnerabilità strutturali. L’amministrazione Biden ha avviato iniziative per diversificare le catene di approvvigionamento, collaborando con partner come il Vietnam e l’India. Tuttavia, questi sforzi richiedono tempo e risorse significative, aumentando il peso sul bilancio federale.
La diplomazia del lupo guerriero, quindi, ha imposto agli Stati Uniti un costo economico e strategico elevato. Washington si trova intrappolata in un ciclo di investimenti obbligati, resi necessari per contrastare un avversario che utilizza la propria assertività come leva per ridefinire l’equilibrio globale. In questo contesto, il successo della Cina non è solo misurabile in termini di espansione territoriale o economica, ma anche nella capacità di obbligare la superpotenza americana a un dispendio di risorse che, senza questa pressione, non sarebbe stato necessario.
- Il dominio tecnologico
Nel corso degli ultimi due decenni, la Cina ha trasformato la propria economia da una potenza manifatturiera globale, nota per il “Made in China,” a un epicentro di innovazione tecnologica riconosciuto per l'”Invented and Engineered in China.” Questo passaggio epocale non è solo simbolico, ma riflette un cambiamento strategico che ha visto Pechino investire massicciamente in ricerca e sviluppo, tecnologia avanzata e infrastrutture digitali per consolidare il proprio dominio sul futuro.
Il “Made in China” ha rappresentato per anni il modello economico cinese: una forza lavoro vasta e a basso costo che produceva beni per il mondo intero. Tuttavia, questo approccio, pur avendo garantito una crescita economica senza precedenti, ha lasciato il paese vulnerabile alla dipendenza da tecnologie occidentali e alle fluttuazioni del mercato globale. Consapevole di questi limiti, il governo cinese ha lanciato nel 2015 l’iniziativa Made in China 2025, un piano ambizioso che mira a spostare il focus produttivo su settori ad alto contenuto tecnologico, come robotica, intelligenza artificiale, semiconduttori e biotecnologie.
Oggi, la Cina non è più solo una piattaforma di assemblaggio, ma un hub di innovazione che genera tecnologie all’avanguardia e brevetti globali. Nel 2021, il paese ha registrato quasi il 50% delle richieste di brevetto globali, superando di gran lunga gli Stati Uniti. Aziende come Huawei, Tencent e Alibaba sono diventate leader mondiali nei loro rispettivi settori, mentre startup cinesi nel campo dell’intelligenza artificiale e delle energie rinnovabili attirano finanziamenti internazionali senza precedenti.
Questa evoluzione non è solo economica, ma geopolitica. La transizione dal “Made in China” all'”Invented and Engineered in China” ha permesso a Pechino di ridurre la sua dipendenza da tecnologie esterne e di consolidare il proprio soft power attraverso l’esportazione di infrastrutture digitali globali. La Nuova Via della Seta digitale rappresenta il fulcro di questa strategia, integrando telecomunicazioni, centri dati e infrastrutture tecnologiche per rafforzare la posizione cinese nei mercati emergenti.
La Cina non solo produce per il mondo, ma ora inventa per esso, ridefinendo le regole del gioco tecnologico e sfidando apertamente il primato statunitense.
Negli ultimi dieci anni, Pechino ha accelerato gli investimenti in ricerca e sviluppo, destinando nel 2022 oltre 445 miliardi di dollari al settore tecnologico, pari al 2,4% del PIL. Questa cifra si avvicina rapidamente alla spesa americana, che si attesta al 2,7% del PIL. La strategia cinese si fonda sull’autosufficienza: Pechino ha adottato una politica di decoupling tecnologico, investendo in semiconduttori, intelligenza artificiale e telecomunicazioni per ridurre la dipendenza da fornitori occidentali.
La leadership cinese in settori come l’intelligenza artificiale è particolarmente significativa. Le startup cinesi nel campo dell’IA hanno raccolto oltre 26 miliardi di dollari nel 2021, superando i finanziamenti americani nello stesso periodo. Applicazioni come il riconoscimento facciale e la sorveglianza basata sull’IA, sviluppate da aziende come Huawei e SenseTime, sono già state esportate in oltre 60 paesi, spesso integrandosi con le infrastrutture digitali locali attraverso progetti della Belt and Road Initiative digitale.
La Belt and Road Initiative (BRI) digitale rappresenta un’estensione strategica della tradizionale BRI, concentrandosi su reti di comunicazione, centri dati e infrastrutture tecnologiche. Con investimenti stimati oltre 200 miliardi di dollari tra il 2015 e il 2022, la Cina ha costruito oltre 100 data center in Asia, Africa e America Latina, consolidando la propria influenza nei mercati emergenti.
Un esempio emblematico è rappresentato dalla partnership tra Huawei e diversi paesi africani per sviluppare reti 5G. Entro il 2025, si prevede che oltre il 60% delle connessioni 5G globali saranno gestite da fornitori cinesi, un dato che evidenzia la crescente centralità di Pechino nel panorama tecnologico internazionale.
Parallelamente, la Cina ha costruito un sistema di pagamento alternativo, il Digital Silk Road, integrando lo yuan digitale con piattaforme tecnologiche globali. Questa mossa non solo sfida il dominio del dollaro, ma offre ai paesi in via di sviluppo un sistema di transazioni indipendente dalle sanzioni occidentali.
Per Washington, il progresso tecnologico cinese rappresenta una minaccia su più livelli. In primo luogo, mina il modello americano di innovazione, che si basa sull’esportazione di tecnologie avanzate per consolidare il proprio soft power. In secondo luogo, l’espansione cinese nel settore digitale limita la capacità degli Stati Uniti di controllare i flussi globali di dati e comunicazioni.
Il dominio cinese nelle telecomunicazioni ha già avuto un impatto tangibile. Gli Stati Uniti hanno dovuto destinare oltre 1,9 miliardi di dollari al Clean Network Program per rimuovere le apparecchiature Huawei dalle infrastrutture domestiche, un costo che evidenzia la vulnerabilità americana a lungo termine.
La crescente adozione di tecnologie cinesi nei paesi in via di sviluppo rafforza le alleanze strategiche di Pechino, riducendo l’influenza economica e diplomatica americana in regioni critiche come l’Africa e l’America Latina. La Cina ha finanziato progetti di telecomunicazioni in oltre 30 paesi africani, creando una dipendenza infrastrutturale che limita le alternative occidentali.
La competizione tecnologica ovviamente ha implicazioni strategiche. Attraverso il controllo delle infrastrutture digitali, Pechino può influenzare il flusso di informazioni globali, creare dipendenze nei paesi partner e ridurre l’efficacia delle sanzioni economiche occidentali.
Gli Stati Uniti si trovano costretti a rispondere con iniziative come il CHIPS Act, che prevede investimenti per 280 miliardi di dollari nella produzione domestica di semiconduttori, e il Build Back Better World (B3W), una risposta alla Belt and Road Initiative cinese. Tuttavia, la rapidità e la scala degli investimenti cinesi rendono difficile per Washington competere in modo efficace.
- Il Mar Cinese Meridionale
La Cina ha concentrato significative risorse politiche, economiche e militari nel Mar Cinese Meridionale, trasformandolo in un teatro centrale della competizione globale. Questa regione non solo rappresenta una rotta strategica, con circa il 40% del commercio marittimo globale che la attraversa, ma è anche ricca di risorse naturali, tra cui enormi riserve di gas e petrolio. Per Pechino, il controllo del Mar Cinese Meridionale è cruciale per proteggere i propri interessi economici e garantire l’accesso continuo alle rotte di approvvigionamento energetico.
Dal 2013, la Cina ha intrapreso un programma sistematico per costruire isole artificiali su scogli e atolli contesi nel Mar Cinese Meridionale. Questa strategia, che combina elementi di ingegneria su larga scala e pianificazione militare, mira a trasformare queste strutture naturali in avamposti per la proiezione di potenza regionale.

Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, la Cina ha creato oltre 3.200 acri di nuove terre su sette formazioni principali, principalmente nel gruppo delle Spratly e delle Paracel. Le operazioni di costruzione hanno utilizzato tecniche avanzate di dragaggio e riempimento, consentendo a Pechino di espandere significativamente la superficie degli atolli e di rendere queste strutture adatte per installazioni militari.
Le isole artificiali sono state equipaggiate con:
- Piste di atterraggio militari: Le installazioni di Fiery Cross Reef, Subi Reef e Mischief Reef dispongono di piste lunghe oltre 3.000 metri, capaci di ospitare aerei da combattimento, bombardieri e velivoli di trasporto pesante.
- Porti strategici: Dotati di capacità per accogliere grandi navi militari, inclusi cacciatorpediniere e fregate.
- Sistemi missilistici avanzati: Le isole ospitano batterie di missili terra-aria (HQ-9) e sistemi antinave, aumentando il raggio di controllo militare cinese nella regione.
- Radar e strutture di sorveglianza: Questi sistemi consentono un monitoraggio continuo delle attività navali e aeree, fornendo un vantaggio tattico a Pechino.
Il controllo delle Spratly e delle Paracel offre alla Cina una posizione di dominio su una delle rotte commerciali più trafficate del mondo. Circa 3,5 trilioni di dollari di merci transitano ogni anno attraverso il Mar Cinese Meridionale, e il controllo delle rotte marittime garantisce a Pechino la capacità di influenzare il commercio globale.
Inoltre, queste aree sono ricche di risorse naturali:
- Pesca: Le acque del Mar Cinese Meridionale rappresentano circa il 12% della pesca mondiale, un settore vitale per la sicurezza alimentare cinese.
- Idrocarburi: Stime dell’US Geological Survey indicano la presenza di riserve non sfruttate di gas naturale e petrolio pari a 190 trilioni di piedi cubi di gas e 11 miliardi di barili di petrolio.
Le operazioni di costruzione hanno provocato forti reazioni internazionali. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno definito le azioni cinesi come una violazione del diritto internazionale, in particolare della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, nel 2016, ha stabilito che le rivendicazioni cinesi basate sulla “linea dei nove tratti” non hanno basi legali, ma Pechino ha ignorato la sentenza.
Per contrastare l’espansione cinese, gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni di libertà di navigazione (FONOPs), inviando navi da guerra attraverso le acque contese. Queste operazioni mirano a sfidare le rivendicazioni territoriali cinesi e a riaffermare i principi del diritto marittimo internazionale.
Le isole artificiali non solo rafforzano la capacità militare della Cina, ma servono anche come strumenti di pressione diplomatica. Attraverso queste strutture, Pechino può minacciare l’accesso alle rotte marittime per i paesi rivali, utilizzando la loro dipendenza commerciale come leva politica. Inoltre, la presenza militare rafforzata aumenta il rischio di incidenti tra le forze cinesi e quelle americane, alimentando tensioni che potrebbero degenerare in conflitti aperti.
Questa militarizzazione rappresenta un cambiamento fondamentale nella strategia cinese: il Mar Cinese Meridionale non è più solo una zona economica contesa, ma un teatro di competizione geopolitica globale. Per gli Stati Uniti e i loro alleati, il controllo cinese su queste isole costituisce una minaccia diretta alla libertà di navigazione e alla stabilità regionale.
La strategia cinese nel Mar Cinese Meridionale riflette una rilettura moderna della teoria del Rimland di Nicholas Spykman, secondo cui il controllo delle regioni costiere del continente eurasiatico determina la supremazia globale. Il Rimland, definito come la fascia di territori che circonda l’Eurasia, comprende aree di cruciale importanza economica e geopolitica. Per la Cina, il Mar Cinese Meridionale non è solo una via di accesso alle risorse naturali e al commercio globale, ma anche un punto cardine per consolidare la propria influenza nel sistema internazionale.
Sulla stessa scia, parlando di Heartland, notiamo che il Mar Cinese Meridionale è essenziale per la sicurezza energetica e commerciale della Cina.
Circa il 60% del petrolio e del gas naturale importato da Pechino transita attraverso lo stretto di Malacca e le rotte del Mar Cinese Meridionale. Questo rende la regione un tassello fondamentale per garantire la stabilità economica interna. Inoltre, le risorse naturali presenti nell’area – stimate in 11 miliardi di barili di petrolio e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale – rappresentano una riserva strategica per ridurre la dipendenza energetica esterna.
La Belt and Road Initiative (BRI) è lo strumento principale attraverso il quale Pechino espande la propria influenza oltre il Mar Cinese Meridionale. Attraverso ingenti investimenti in infrastrutture strategiche, la Cina ha creato una rete di porti e corridoi economici che le permettono di bypassare le rotte marittime controllate dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
- Porto di Gwadar, Pakistan: Situato vicino allo stretto di Hormuz, questo porto consente alla Cina di accedere direttamente al Golfo Persico, riducendo la dipendenza dallo stretto di Malacca. Il progetto, finanziato per oltre 62 miliardi di dollari, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor, un elemento chiave della BRI.
- Porto di Hambantota, Sri Lanka: Sebbene controverso a causa del debito contratto dal governo dello Sri Lanka, Hambantota è diventato una base strategica per la Cina nell’Oceano Indiano, fornendo un punto d’appoggio cruciale per il commercio e la sicurezza marittima.
- Porto di Kyaukpyu, Myanmar: Collegato a un oleodotto e a un gasdotto che attraversano il Myanmar, questo porto offre alla Cina un accesso diretto all’Oceano Indiano, bypassando completamente il collo di bottiglia dello stretto di Malacca.
Questi progetti non solo migliorano l’accesso commerciale della Cina, ma creano dipendenze economiche nei paesi partner, consolidando il potere politico di Pechino nella regione. Secondo un rapporto della RAND Corporation, circa il 40% dei progetti della BRI include clausole che vincolano i paesi beneficiari a lungo termine, riducendo la loro capacità di negoziazione con altre potenze.
Per Washington, il controllo cinese del Mar Cinese Meridionale attraverso l’espansione delle infrastrutture regionali rappresenta una minaccia diretta all’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Gli Stati Uniti hanno risposto intensificando la loro presenza militare:
- Operazioni di libertà di navigazione (FONOPs): Queste missioni mirano a sfidare le rivendicazioni cinesi e a riaffermare il diritto internazionale, ma hanno portato a numerosi scontri diplomatici e a incidenti tra le navi delle due potenze.
- Aumento delle esercitazioni militari con gli alleati: Nel 2022, gli Stati Uniti hanno condotto esercitazioni congiunte con India, Giappone e Australia come parte del Quad, dimostrando la volontà di contrastare l’influenza cinese.
- Investimenti in infrastrutture alternative: Attraverso il Build Back Better World (B3W), Washington ha promesso oltre 600 miliardi di dollari per finanziare progetti infrastrutturali nei paesi in via di sviluppo, cercando di competere con la BRI.
Questo ci da’ la misura di come crescente potere economico e militare della Cina abbia reso difficile per gli Stati Uniti mantenere la loro posizione dominante nella regione. La capacità di Pechino di integrare investimenti infrastrutturali e proiezione militare sta alterando gli equilibri regionali, spingendo Washington a uno sforzo continuo e dispendioso per contenere l’espansione cinese.
- Il soft power e la narrativa cinese
Il soft power cinese, pur manifestandosi attraverso iniziative culturali, accademiche e mediatiche, non è un mero strumento di diplomazia culturale. È parte integrante della strategia globale del Partito Comunista Cinese (PCC), come confermato dal rapporto IRSEM del 2021. Ogni azione, dagli Istituti Confucio ai media internazionali, è progettata per consolidare il potere del PCC, diffondere una narrativa sinocentrica e minare l’influenza americana.
Questa contronarrativa rappresenta una minaccia diretta al modello di leadership globale che gli Stati Uniti promuovono da decenni.
Gli Istituti Confucio, creati nel 2004, operano come centri per l’insegnamento della lingua e della cultura cinese. Tuttavia, il loro scopo principale è spesso quello di influenzare le percezioni locali attraverso il controllo ideologico. Secondo il rapporto IRSEM, questi istituti censurano sistematicamente temi sensibili come Taiwan, Hong Kong e il Tibet. Un esempio emblematico è rappresentato dagli episodi in Canada e Australia, dove eventi accademici sono stati cancellati per evitare conflitti con Pechino.
Nel 2020, più di 75 università americane hanno chiuso gli Istituti Confucio, citando preoccupazioni per la propaganda e la censura. Nonostante ciò, in paesi in via di sviluppo, dove le risorse educative sono limitate, gli Istituti Confucio continuano a proliferare, con 50 nuove aperture previste tra il 2021 e il 2025.
I principali media cinesi, come Xinhua e CGTN, fungono da bracci del Dipartimento di Propaganda del PCC. Secondo l’IRSEM, il governo cinese ha investito 10 miliardi di dollari per espandere le operazioni internazionali di questi media, rafforzando la loro presenza in Africa, America Latina e Asia. CGTN trasmette in oltre 65 lingue, presentando il modello cinese come una valida alternativa a quello occidentale.
Un caso rilevante è il Sudafrica, dove CGTN ha stabilito un hub regionale che produce contenuti volti a rafforzare le relazioni sino-africane. Questi media non solo promuovono la Cina come partner strategico, ma screditano anche i sistemi democratici, enfatizzandone l’instabilità.
Attraverso programmi come il “Belt and Road Scholarship Scheme”, la Cina offre borse di studio a migliaia di studenti stranieri, rafforzando la sua influenza accademica. Nel 2021, più di 500.000 studenti internazionali erano iscritti in università cinesi, con una percentuale significativa proveniente da paesi in via di sviluppo.
Tuttavia, le collaborazioni accademiche non sono prive di controllo ideologico. Secondo l’IRSEM, molti programmi educativi cinesi limitano la libertà accademica e reclutano giovani talenti nei settori tecnologici e scientifici per rafforzare il potenziale innovativo del paese.
La Belt and Road Initiative (BRI) integra il soft power culturale con investimenti strategici. Tra il 2013 e il 2021, la Cina ha costruito 20 teatri, 30 centri culturali e 40 musei in paesi partner. Ad esempio, il Teatro Nazionale del Pakistan, finanziato con 90 milioni di dollari cinesi, ospita eventi che celebrano le relazioni bilaterali tra i due paesi.
Questi progetti non solo promuovono una visione positiva della Cina, ma consolidano legami politici ed economici con i paesi beneficiari, creando un ecosistema favorevole agli interessi di Pechino.
La centralizzazione del controllo narrativo da parte del PCC rappresenta un pericolo sistemico per il soft power americano. Gli Stati Uniti, con un modello pluralistico di influenza, devono confrontarsi con una contronarrativa disciplinata e ben finanziata. La narrativa cinese enfatizza l’efficienza autoritaria e scredita le democrazie occidentali, presentandosi come un’alternativa stabile e pragmatica.
Nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa e America Latina, il messaggio cinese spesso risuona più forte di quello americano. Questa situazione ha portato a un’erosione della legittimità americana e alla marginalizzazione dei suoi valori democratici. Inoltre, il soft power cinese ha permesso a Pechino di consolidare nuove alleanze strategiche, riducendo lo spazio di manovra geopolitico di Washington.
- Il Covid-19 e i suoi danni profondi
La gestione della pandemia di COVID-19 ha segnato una svolta storica per l’Occidente, in cui i principi di governance democratica hanno subito un’erosione significativa. Le misure emergenziali adottate, ispirate al modello cinese, hanno messo in crisi l’identità culturale e politica delle democrazie liberali. Questo fenomeno, che rispecchia la dottrina delle tre guerre del Partito Comunista Cinese (PCC)—guerra psicologica, guerra mediatica e guerra legale—ha trasformato una crisi sanitaria in un’occasione per Pechino di influenzare profondamente il pensiero e la governance occidentale.
Il successo apparente della Cina nel contenere il COVID-19 attraverso misure autoritarie ha reso il suo modello una narrazione dominante. Questo ha permesso l’introduzione di principi sinocentrici nelle democrazie occidentali, sovvertendo i valori fondanti del liberalismo.
La centralizzazione del controllo decisionale, evidente nell’adozione di lockdown e sistemi di tracciamento digitale, ha ridefinito il rapporto tra Stato e cittadino. La libertà individuale è stata subordinata al “bene collettivo”, un concetto profondamente radicato nella tradizione confuciana e nella filosofia autoritaria cinese. La soppressione del dissenso, attraverso la censura di narrazioni alternative, ha evidenziato una convergenza preoccupante tra democrazie liberali e modelli autoritari.
Attraverso la propaganda mediatica, la Cina ha mostrato al mondo immagini di successo: ospedali costruiti in giorni, lockdown “eroici” e una popolazione disciplinata. Questo messaggio, veicolato in modo efficace, ha spinto i governi democratici a replicare tali misure per mantenere la legittimità agli occhi dei propri cittadini. Tuttavia, questa emulazione ha generato un effetto domino: il declino del liberalismo, l’erosione della trasparenza istituzionale e la perdita della superiorità morale dell’Occidente.
Il danno più insidioso del COVID-19 è stato filosofico. Il primato dei diritti individuali, del pluralismo e della trasparenza è stato sostituito dall’efficienza collettiva e dal controllo centralizzato. Questo cambiamento ha avuto effetti devastanti sulle democrazie occidentali.
La pandemia ha esposto l’incapacità dell’Occidente di coordinarsi in modo efficace. L’Unione Europea ha affrontato momenti di estrema tensione, con stati membri che agivano unilateralmente, accumulando risorse e chiudendo le frontiere. Negli Stati Uniti, la gestione del COVID-19 si è trasformata in un campo di battaglia ideologico, polarizzando la società e minando la coesione nazionale.
Ma non basta.
La pandemia di COVID-19 ha segnato una frattura profonda nella civiltà occidentale, rivelando vulnerabilità latenti e provocando una crisi di identità senza precedenti.
Le misure adottate, ispirate al modello autoritario cinese, hanno indebolito i fondamenti stessi del contratto sociale, trasformando una società basata sulla libertà, l’uguaglianza e la fratellanza in una struttura forzatamente omologata, priva di pluralismo e reciprocità.
La chiusura forzata delle attività sociali, il lockdown prolungato e le restrizioni alla mobilità hanno imposto un modello di gestione che ricorda più un allevamento industriale che una società illuminista. Tutti uguali, ma privati della possibilità di esprimere liberamente la propria personalità, gli individui si sono trovati confinati in uno stato di subordinazione, alimentati e controllati, ma non liberi.
L’isolamento sociale, che per secoli aveva rappresentato una condizione da evitare per il benessere collettivo e individuale, è stato normalizzato. La cultura occidentale, tradizionalmente fondata sull’interazione personale e sulla costruzione di legami sociali, si è piegata a una logica di disconnessione forzata.
La neuroscienza dimostra che la solitudine attiva le stesse aree del cervello coinvolte nel dolore fisico, sottolineando quanto l’isolamento sia una condizione biologicamente insostenibile per l’essere umano. Durante il lockdown, tuttavia, la necessità di soddisfare i bisogni primari attraverso piattaforme digitali ha spostato l’attenzione dalla collettività all’individualismo. Questo ha portato a una rivalutazione della società stessa: gli individui hanno iniziato a mettere in discussione il valore del loro ruolo nella comunità, sostituendo la matrice sociale con una struttura temporanea, ma potenzialmente definitiva.
Le restrizioni hanno ridotto la frequenza e la qualità delle interazioni faccia a faccia, abbattendo la centralità dei comportamenti che sostenevano la coesione sociale. Il distanziamento fisico ha alterato la percezione dell’importanza della reciprocità e del senso di responsabilità verso gli altri, con conseguenze drammatiche sulla fiducia nelle relazioni interpersonali e nelle istituzioni.
L’abitudine a vivere senza la società ha prodotto un effetto collaterale insidioso: la frammentazione della coesione sociale. La pandemia ha messo in crisi i pilastri della partecipazione democratica, spingendo gli individui a rivalutare le loro priorità e a considerare le relazioni sociali non più come un valore intrinseco, ma come una scelta opzionale.
L’imposizione di misure autoritarie e la disgregazione delle convenzioni sociali illuministe hanno sollevato un interrogativo inquietante: questa trasformazione è stata solo una conseguenza inevitabile della pandemia o un attacco deliberato alla civiltà occidentale?
La Cina, attraverso la dottrina delle tre guerre, ha promosso un modello alternativo in cui l’individuo è subordinato alla collettività, eliminando la centralità della persona come valore assoluto. Questo approccio ha ridimensionato la superiorità morale dell’Occidente, presentando il modello autoritario come una soluzione efficiente e stabile.
La pandemia ha lasciato cicatrici profonde sulla civiltà illuminista:
- Erosione della coesione sociale: La frammentazione della matrice sociale ha compromesso la capacità degli individui di connettersi e collaborare, riducendo la resilienza collettiva.
- Sfiducia nelle istituzioni: Le misure incoerenti e arbitrarie hanno minato la fiducia dei cittadini nei governi e nelle organizzazioni internazionali.
- Adattamento a valori autoritari: La normalizzazione delle misure restrittive ha aperto la strada a future crisi in cui i diritti individuali potrebbero essere sacrificati con maggiore facilità.
- La sfida alla supremazia del dollaro
La Cina ha adottato una strategia metodica per promuovere lo yuan come valuta internazionale, minacciando la supremazia del dollaro. Attraverso una combinazione di accordi bilaterali, espansione delle reti commerciali e innovazioni tecnologiche, Pechino mira a ridurre la dipendenza globale dal dollaro statunitense. Questo sforzo si inserisce in un contesto più ampio di rivalità economica e geopolitica con gli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, la Cina ha firmato numerosi accordi bilaterali di swap valutario con oltre 60 paesi, inclusi partner chiave come Russia, Brasile e Sudafrica. Questi accordi permettono ai paesi di utilizzare lo yuan per il commercio e gli investimenti, bypassando il dollaro.
Ad esempio, nel 2021, il valore totale delle transazioni in yuan ha raggiunto 28,5 trilioni di renminbi (circa 4,4 trilioni di dollari), un aumento del 15% rispetto all’anno precedente.
Pechino ha anche promosso l’uso dello yuan per il regolamento delle transazioni nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI). Progetti infrastrutturali finanziati in yuan consolidano la presenza della valuta cinese nei mercati emergenti, rendendo meno necessaria l’adozione del dollaro.
Un aspetto innovativo della strategia cinese è l’introduzione dello yuan digitale (e-CNY). La Cina è uno dei paesi più avanzati nello sviluppo di valute digitali emesse dalle banche centrali (CBDC). L’e-CNY è già stato utilizzato in transazioni bilaterali con paesi del Sud-Est asiatico e dell’Africa, creando un’alternativa digitale al dollaro.
Secondo un rapporto della Banca Mondiale, l’e-CNY è stato integrato in oltre 4 miliardi di dollari di transazioni pilota nel 2022. Inoltre, l’espansione delle piattaforme blockchain cinesi, come quella annunciata dai BRICS, mira a creare un ecosistema finanziario parallelo a quello dominato dagli Stati Uniti.
La Cina ha sfruttato la sua posizione come principale partner commerciale di molti paesi in via di sviluppo per promuovere la dedollarizzazione. Nei paesi BRICS, il commercio in valute locali ha raggiunto il 30% del volume totale delle transazioni bilaterali nel 2023. Un esempio è l’accordo tra Cina e Russia per regolare il 65% del commercio bilaterale in yuan e rubli, riducendo la dipendenza dal dollaro.
In Africa e America Latina, la Cina ha offerto finanziamenti in yuan per progetti infrastrutturali critici, come la costruzione di porti e ferrovie. Questo ha rafforzato la dipendenza economica dei paesi beneficiari dalla valuta cinese.
L’erosione della supremazia del dollaro rappresenta una minaccia diretta all’influenza globale degli Stati Uniti. Il dollaro è stato per decenni la valuta di riserva mondiale, conferendo a Washington un vantaggio unico nella gestione economica e nella geopolitica. La riduzione della dipendenza dal dollaro indebolisce la capacità degli Stati Uniti di imporre sanzioni economiche e di influenzare le politiche monetarie globali.
Negli ultimi anni, il deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina ha continuato a crescere, raggiungendo 355 miliardi di dollari nel 2021. Questo, combinato con la crescente accettazione dello yuan, mette in discussione il ruolo tradizionale degli Stati Uniti come leader economico, ma soprattutto come ente di influenza dell’economia globale.
[i] Riferimenti Bibliografici
- Palombi, M. (2024). Sistema Macro Monetario A Influenze Incrociate Available at: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/16323-www.html
- S. Department of the Treasury (2023). Major Foreign Holders of Treasury Securities. [online] Available at: https://home.treasury.gov/data/international-capital-flow
- World Bank (2022). Data: China Overview. [online] Available at: https://www.worldbank.org/en/country/china/overview
- McKinsey Global Institute (2022). China and the World: Inside the Dynamics of a Changing Relationship. [online] Available at: https://www.mckinsey.com
- Semiconductor Industry Association (SIA) (2022). State of the U.S. Semiconductor Industry. [online] Available at: https://www.semiconductors.org/state-of-the-u-s-semiconductor-industry/
- S. Census Bureau (2023). Trade in Goods with China. [online] Available at: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html
- Congressional Research Service (CRS) (2021). China’s Role in Pharmaceutical Supply Chains. [online] Available at: https://crsreports.congress.gov/product/pdf/R/R46578
- World Bank (2022). Data: China Overview. [online] Available at: https://www.worldbank.org/en/country/china/overview
- McKinsey Global Institute (2022). China and the World: Inside the Dynamics of a Changing Relationship. [online] Available at: https://www.mckinsey.com
- Global Times, 2023. China’s R&D spending ratio to GDP increases. Global Times. Disponibile su: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1298393.shtml
- Statista, 2023. China: R&D spending ratio to GDP 2023. Statista. Disponibile su: https://www.statista.com/statistics/915608/china-research-and-development-spending-ratio-to-gdp/].
- Green Finance & Development Center, 2023. China Belt and Road Initiative (BRI) Investment Report 2023. Green Finance & Development Center. Disponibile su: https://greenfdc.org/china-belt-and-road-initiative-bri-investment-report-2023/
- World Economic Forum, 2023. China’s Belt and Road Initiative turns 10. Here’s what to know. World Economic Forum. Disponibile su: https://www.weforum.org/stories/2023/11/china-belt-road-initiative-trade-bri-silk-road/
- Financial Times, 2024. The US-backed railway sparking a battle for African copper. Financial Times. Disponibile su: https://www.ft.com/content/cb2823c7-f451-4bc9-959e-ec7e07384a31
- Reuters, 2024. Pakistan calls for expansion of China’s Belt and Road Initiative at regional meeting. Reuters. Disponibile su: https://www.reuters.com/world/asia-pacific/pakistan-pm-sharif-calls-expansion-chinas-belt-road-initiative-2024-10-16/
- Diplomats Digital, 2023. Understanding Wolf Warrior Diplomacy: A New Era in Chinese Foreign Policy. Disponibile su: https://www.diplomats.digital/post/understanding-wolf-warrior-diplomacy-a-new-era-in-chinese-foreign-policy.
- IRSEM, 2021. Les opérations d’influence chinoises. Parigi: Ministère des Armées. Disponibile su: https://www.defense.gouv.fr.
- Reuters, 2020. China halts Australian imports amid growing tensions. Disponibile su: https://www.reuters.com.
- Financial Times, 2023. China’s influence in global politics. Disponibile su: https://www.ft.com.
- McKinsey & Company, 2023. The global economy is resetting: China is repositioning itself. Disponibile su: https://www.mckinsey.com.
- McKinsey & Company, 2023. The global economy is resetting: China is repositioning itself to export innovative technologies and its trading partners are more diverse. Disponibile su: https://www.mckinsey.com.
- Diplomat Digital, 2023. Understanding China’s Digital Silk Road: Strategic Implications for Global Trade. Disponibile su: https://www.diplomats.digital.
- Semiconductor Industry Association (SIA), 2021. Global Semiconductor Market Trends. Disponibile su: https://www.semiconductors.org.
- Belt and Road Portal, 2022. Digital Silk Road Projects in Africa and Asia. Disponibile su: https://eng.yidaiyilu.gov.cn.
- Spykman, N. (1944). The Geography of the Peace. New York: Harcourt, Brace and Company.
- RAND Corporation. (2021). China’s Belt and Road Initiative: Economic and Geopolitical Implications. Disponibile su: https://www.rand.org.
- S. Department of Defense. (2022). Annual Report to Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China. Disponibile su: https://www.defense.gov.
- Belt and Road Initiative Center. (2022). Strategic Port Developments in the Indian Ocean and Beyond. Disponibile su: https://eng.yidaiyilu.gov.cn.
- Hague Permanent Court of Arbitration. (2016). The South China Sea Arbitration (Philippines v. China). Disponibile su: https://pca-cpa.org.
- US Geological Survey, 2021. Assessment of Hydrocarbon Resources in the South China Sea. Disponibile su: https://www.usgs.gov.
- Contropiano (2024). BRICS Develop Blockchain Platform for Trade. Disponibile su: https://www.contropiano.org.
- McKinsey & Company (2022). The Global Economy Is Resetting: China’s Position in the New World Order. Disponibile su: https://www.mckinsey.com.
- World Bank (2024). Emerging Markets and Digital Finance. Disponibile su: https://www.worldbank.org.
- Palombi, M. (2024). La verità è che l’America ha paura. Nuovo Giornale Nazionale. Disponibile su: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/16323-www.html.
- Palombi, M. (2024). Come il Covid ha cambiato il mondo. Nuovo Giornale Nazionale. Disponibile su: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/cultura/18285-come-il-covid-ha-cambiato-il-mondo.html?highlight=WyJtYXJjbyIsInBhbG9tYmkiXQ==.
[ii] “China’s tough new lockdown measures have led to a major backlog of cargo and container ships in front of Shanghai’s port. With employees unable to go to work, the world’s largest container port is having to manage with significantly fewer staff. Our chart shows the scale of the problem, using a map of the area on April 28, as provided by FleetMon, an online tracking portal for ships.
In terms of container throughput, Shanghai’s port is the largest in the world. 47 million 20-foot equivalent units (TEUs, unit of measure for container sizes) were handled there last year. To put this into perspective, the largest port in Europe is in Rotterdam, and had only 15.3 million TEUs handled there in that same year.” (Statista)





