
a cura di Agenzia Nova
A fine novembre l’inviato personale del presidente francese Emmanuel Macron in Africa, Jean-Marie Bockel, ha presentato all’Eliseo il suo rapporto con le proposte di riorganizzazione della presenza militare francese nel continente
Sembra avviarsi a compimento la sofferta parabola che nel corso degli ultimi tre anni ha portato al progressivo ritiro delle forze francesi dall’Africa, i cui Paesi ormai mal sopportano una presenza storicamente collegata a retaggi coloniali. L’effetto domino sembra ormai irreversibile. Dopo l’ondata di allontanamenti dei militari francesi da parte dei Paesi guidati da giunte golpiste – Mali, Niger e Burkina Faso, ma anche Ciad e Gabon -, il 2025 sembra prospettare l’addio francese anche a Paesi dai governi democraticamente eletti, peraltro ritenuti baluardi della stabilità regionale. E’ questo il caso del Senegal e della Costa d’Avorio, le cui amministrazioni entranti (nel caso Dakar) e uscenti (nel caso di Yamoussoukro) si stanno allineando alla volontà dei Paesi vicini, rivendicando una gestione “sovrana” dei rispettivi territori, senza interferenze straniere. In carica da marzo, il governo senegalese ha atteso il nuovo anno per ufficializzare una volontà che era già nell’aria, oltre che nel programma elettorale delle due più alte cariche dello Stato. Così, prima il premier Ousmane Sonko, poi il presidente Bassirou Diomaye Faye hanno annunciato che chiederanno il ritiro dei circa 350 uomini di stanza nelle due basi militari francesi del Paese. “È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha dichiarato Sonko venerdì, presentando in parlamento le linee di attuazione del suo programma di governo.
Da parte sua, nel discorso di fine anno Faye ha precisato di aver dato incaricato il ministro delle Forze armate “di proporre una nuova dottrina di cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal, a partire dal 2025″. Premier e presidente hanno ribadito che il Senegal “è un Paese indipendente, sovrano”, e che la sovranità non è compatibile con la presenza di basi militari straniere sul proprio territorio, pur precisando che questa direttiva non equivale, secondo Dakar, ad una rottura delle relazioni con Parigi. “Chiedere all’esercito francese di andarsene non significa rompere i legami con la Francia, ma affermare il nostro diritto alla sovranità nazionale”, ha insistito anche la ministra degli Esteri Yassine Fall in un’intervista ad “Al Jazeera”, aggiungendo che questo approccio mira a riposizionare il Senegal come Paese “indipendente, pronto a stabilire partenariati equi” con i suoi alleati. L’auspicio senegalese, in definitiva, è che gli “amici strategici” – come li chiama Dakar – rimangano tali, ma “nel quadro di una cooperazione aperta, diversificata e senza ostacoli”.
Anche il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, ha fatto riferimento ad una riorganizzazione delle forze francesi sul suo territorio per l’anno che si apre. Già da gennaio la base militare francese di Abidjan sarà riconsegnata alle forze armate della ivoriane, ha spiegato Ouattara nel suo discorso alla nazione pronunciato per Capodanno, specificando che la riorganizzazione rientra nel piano di riqualificazione della presenza militare francese in Africa. “Possiamo essere orgogliosi del nostro esercito, la cui modernizzazione è ora effettiva. È in questo quadro che abbiamo deciso il ritiro concertato e organizzato delle forze francesi in Costa d’Avorio”, ha dichiarato Ouattara, annunciando che “la base del 43mo Battaglione di fanteria marina di Port-Bouet, nel comune di Abidjan, sarà consegnata alle forze armate della Costa d’Avorio a partire da questo mese di gennaio 2025”.
Il presidente ha aggiunto che la base prenderà il nome del generale Thomas d’Aquin Ouattara, il primo capo di Stato maggiore dell’esercito ivoriano (nessuna parentela nota con il presidente). A fine novembre l’inviato personale del presidente francese Emmanuel Macron in Africa, Jean-Marie Bockel, ha presentato all’Eliseo il suo rapporto con le proposte di riorganizzazione della presenza militare francese nel continente. Sebbene i dettagli della relazione non siano stati divulgati, fonti diplomatiche hanno confermato alla stampa francese l’intenzione di Macron di ridurre fortemente la presenza in tutte le sue basi africane con l’eccezione di Gibuti, che Parigi intende convertire in una “base di protezione” per non meglio precisate “missioni” in Africa. Macron lo ha annunciato durante la sua visita ai militari del contingente francese di Gibuti, con i quali ha trascorso la vigilia e la cena di Natale. “Il nostro ruolo in Africa cambia (…) perché il mondo sta cambiando in Africa, perché cambiano le opinioni pubbliche, perché cambiano i governi”, ha detto Macron parlando alle truppe.
Di recente, anche l’ex giunta militare ed attuale governo del Ciad ha espresso la volontà di far ritirare i militari francesi dal suo territorio. A poche ore dalla partenza dell’omologo francese Jean-Noel Barrot, venuto in visita in occasione delle celebrazioni di un cruento anniversario coloniale (l’uccisione di decine di fucilieri senegalesi da parte di ufficiali francesi nel 1944), il primo dicembre il ministro degli Esteri ciadiano Abderaman Koulamallah ha annunciato la revoca degli accordi di difesa e sicurezza in vigore con la Francia, Paese di cui ospita sul suo territorio circa mille militari. Nel giro di tre settimane il governo di Mahamat Deby ha spinto per accelerare sui tempi di ritiro: in base alla richiesta ciadiana la Francia dovrà terminare le operazioni di ritiro di tutte le sue forze militari presenti in Ciad – circa mille uomini – entro il prossimo 31 gennaio. Da Parigi, fonti della Difesa hanno manifestato il loro scontento per le pressioni, ma lo Stato maggiore dell’esercito ha dovuto piegarsi alla richiesta politica ed il 26 dicembre ha riconsegnato alle forze armate ciadiane della base settentrionale di Faya-Largeau, la prima delle tre gestite da Parigi nel Paese. Lo scorso 10 dicembre era inoltre avvenuto il decollo dal Ciad dei caccia Mirage 2000 che stazionavano nella base aerea di N’Djamena, mentre l’evacuazione delle truppe francesi basate a Faya-Largeau (50 uomini) e Abeché (un centinaio) è stata programmata poche settimane dopo. Fatta eccezione per Gibuti, dove Parigi dispone di circa 1.500 uomini e che è posizionata nella strategica regione del Corno d’Africa, secondo i dati del ministero delle Forze armate francesi ad oggi restano nel continente circa 2.300 militari: oltre ai circa mille uomini in Ciad (in fase di ritiro) ne rimangono 600 in Costa d’Avorio, 350 in Gabon ed altrettanti in Senegal.






