
Da Agenzia Nova
Dopo un 2024 senza grandi sorprese, l’America latina si prepara un anno elettorale con ben quattro presidenziali e una legislativa – in Argentina -, che potrebbe avere rivelarsi cruciale. Dalle urne uscirà la nuova geografia politica di una regione che da ormai oltre due decenni risulta divisa tra un’ala progressista e una liberal-conservatrice, e in cui la distanza o vicinanza con gli Stati Uniti funziona sempre da spartiacque. I rischi maggiori, stavolta, li corre la sinistra regionale, con ben tre governi – Cile, Bolivia e Honduras – che dovranno impegnarsi per confermare il controllo dei rispettivi Paesi. Scenario ribaltato in Ecuador dove il giovane imprenditore Daniel Noboa è chiamato a contrastare l’assalto dei “neo-socialisti” ancora molto legati all’ex presidente, Rafael Correa, oggi in esilio in Belgio. Non meno importante, come detto, l’appuntamento in Argentina: le elezioni di metà mandato potrebbero infatti irrobustire la pattuglia di parlamentari a disposizione del presidente, Javier Milei, base per un ulteriore accelerata al programma di riforme liberali.
Il 9 febbraio si vota in Ecuador per il primo turno delle presidenziali, con possibilità di ballottaggio (secondo turno) in agenda per il 13 aprile. Alle elezioni si voterà anche per rinnovare i membri dell’Assemblea generale e i rappresentanti del Parlamento andino. L’appuntamento è particolarmente atteso per la possibilità che il giovane imprenditore Daniel Noboa possa confermarsi presidente, dopo il mandato, breve, iniziato a ottobre 2023 a seguito delle dimissioni di Guillermo Lasso. Il contesto è quello di un Paese dove, alle scorse presidenziali, uno dei candidati (Fernando Villavicencio) è stato ucciso, avviando una stagione di violenza generale durata mesi e ancora in corso. A questa ondata di violenza e omicidi, il governo di Noboa ha risposto con lo stato di “conflitto armato interno”, dispiegando le forze armate sul territorio nazionale per procedere a sequestri e arresti. Noboa punta proprio al successo di questo approccio, con cui rivendica la riduzione dei tassi di violenza, per riconfermarsi e “portare avanti il cambiamento del Paese”.
Tra i risultati più eclatanti, l’arresto dell’ex vice presidente Jorge Glas, catturato mentre era in esilio presso l’ambasciata del Messico a Quito, in un’azione della polizia ecuadoriana che ha portato a una crisi diplomatica con Città del Messico, ad oggi arrivata alla Corte internazionale di giustizia (Cig). Altro tema è quello dell’energia: l’Ecuador sta vivendo una crisi energetica dovuta a una moltitudine di fattori, tra cui gli effetti della siccità sui serbatoi delle centrali idroelettriche e la cattiva o assente manutenzione degli impianti nazionali attribuita alla malagestione dei governi precedenti. Il tema potrebbe influenzare i rapporti con Paesi vicini, come la Colombia, oltre che con gli Usa e la Cina, che con vari strumenti soprattutto finanziari potrebbero aiutare a risolvere la crisi. Maria José Pinto, oggi segretaria tecnica del dipartimento “L’Ecuador cresce senza denutrizione”, sarà la candidata vice in sostituzione di Veronica Abad, imprenditrice il cui legame politico con Noboa si è interrotto pochi giorni dopo l’avvio del governo.
A sfidare Noboa Luisa Magdalena Gonzalez Alcivar, la candidata di Rivoluzione cittadina, la forza politica “neo-socialista” dell’ex presidente Rafael Correa, oggi in esilio in Belgio. Si tratterebbe di una riedizione del voto celebrato nel 2023: allora Gonzalez aveva ottenuto al primo turno un solido margine di vantaggio su Noboa (il33,61 per cento contro il 23,47), per poi cedere al ballottaggio in seguito a una strepitosa rimonta: 51,8 per cento a Noboa e 48,17 per cento a Gonzalez. Un dato in cui molti analisti avevano individuato letto, al momento decisivo, la perdurante bocciatura della società rispetto alla tradizione politica che fa riferimento a Correa. Gonzalez, di professione avvocato, ha scelto come possibile vice Diego Borja Cormejo – un uomo in omaggio alla regola dell’alternanza obbligatoria di genere -, già ministro dell’Economia dal 2005 al 2006.
Sposata ad appena 15 anni, con un matrimonio durato sette anni, l’aspirante presidente ha ricoperto tra il 2008 e il 2017 diversi incarichi di secondo piano nei governi Correa, il più importante dei quali, capo della segreteria di amministrazione pubblica, è durato da gennaio a maggio del 2017. Avviata alla politica nelle fila del partito liberale Partito social cristiano (Psc). Col tempo, pur rivendicando posizioni conservatrici su questioni sociali, in linea con la sua formazione evangelica, Gonzalez si è sempre più avvicinata al pensiero neo socialista di Correa, fino a diventare presidente del Movimento rivoluzione cittadina.
L’appuntamento più carico di tensione è tuttavia quello in Bolivia, dove è in atto una frattura del partito al governo, il Movimento per il socialismo (Mas). Da una parte, il presidente in carica Luis Arce, e dall’altra, l’ex presidente Evo Morales. Un tempo alleati – Arce è stato ministro delle Finanze con Morales – oggi i due si contendono la guida del partito e la candidatura presidenziale. Morales, pur definendosi l’unica guida del Mas, è bloccato dal divieto della Corte costituzionale (Tcp) che lo inabilita per un terzo mandato consecutivo e dalle indagini in corso a suo carico per abuso e traffico di minori. I suoi sostenitori hanno fatto più volte ricorso alla pratica del blocco stradale, e una sua esclusione definitiva dalla corsa elettorale potrebbe aprire a nuove settimane di scontri interni, anche nelle strade, acuendo la crisi data dalla scarsità di combustibile. Il voto si terrà il 10 agosto, con possibilità di ballottaggio per il 19 ottobre.
La novità di quest’anno è l’assenza di primarie, cancellate con decreto dal presidente in carica. Oltre al capo di stato si voterà per scegliere 130 membri della camera dei deputati e 36 senatori. Una vittoria del Mas potrebbe alzare la conflittualità interna ma riconfermare la posizione del Paese nel gruppo dei “progressisti”, con sfumature più o meno marcate di antagonismo agli Stati Uniti e alleanze con Cina, Russia, Venezuela e Iran (la Bolivia ha recentemente aderito ai Brics) con cui punta a costruire “un mondo multipolare”. “Sappiamo chi c’è dietro quei partiti di destra, dietro quell’unico fronte che si sta formando per soggiogare il popolo boliviano. Non lo permetteremo”, ha detto Arce in un discorso del 18 dicembre, descrivendo la sua candidatura come “l’alternativa di sinistra per sconfiggere il neoliberismo, la destra e i ‘vende patria’ che vogliono tornare a privatizzare le nostre imprese pubbliche”.
La vittoria della destra metterebbe fine a oltre quindici anni di Mas (al netto della parentesi con Jeanine Anez come presidente) e riporterebbe in Bolivia un fronte di destra con politiche liberiste. Il primo ad annunciare la propria candidatura in questo senso è stato l’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga, con l’alleanza politica Libertà e repubblica (Libre), costituendo un fronte comune con l’imprenditore Samuel Doria Melina e il governatore di Santa Cruz, Luiz Fernando Camacho. Tra i punti principali della sua proposta politica ci sono la privatizzazione delle imprese pubbliche, riforme alla Costituzione e accordi con Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Tra gli obiettivi economici, Quiroga ha incluso un calo dell’inflazione, riduzione della spesa pubblica e aumento degli investimenti. “Bisogna dire alla gente tutta la verità e chiedere che sostenga quello che dobbiamo fare”, ha detto Quiroga, affermando di contare sull’appoggio di diverse formazioni politiche tra cui il partito socialdemocratico Fronte rivoluzionario di sinistra (Fri). Quiroga è stato vice presidente con Hugo Banzer (1997-2001) per poi occupare l’incarico di presidente tra il 2001 e il 2002 per l’aggravarsi delle condizioni di salute di quest’ultimo.
Il Cile presenta uno scenario più sereno rispetto alle ultime presidenziali (2021), caratterizzate da grande conflittualità sociale, polarizzazione e scontri di piazza. La maggior parte dei sondaggi effettuati a livello nazionale indicano un calo nella popolarità dell’attuale presidente di centro-sinistra Gabriel Boric, rappresentante di un fronte che non ha ancora individuato una figura alternativa da presentare ma che, secondo alcuni analisti, potrebbe scegliere l’ex presidente Michelle Bachelet. Secondo la costituzione, infatti, Boric non può ricandidarsi a un secondo mandato consecutivo.
La destra cilena sembra posizionarsi bene con la candidata conservatrice Evelyn Matthei: ex sindaca di Providencia, economista, già ministro del Lavoro nel primo governo di Sebastian Pinera (2010-2014), Matthei è dalla metà del 2023 divenuta l’opzione preferita dell’elettorato conservatore, e non solo. La sua promessa di stabilità, leva per rilanciare l’economia, sembra incrociare i favori di una società memore delle contestazioni sociali sfociate nella vittoria di Boric nel 2021. La figura di Matthei, in corsa per l’Unione democratica indipendente (Udi) ha nel tempo avuto la meglio su quella di Antonio Kast, sconfitto da Boric nel 2021 e a lungo identificato come l’uomo forte della destra cilena, il più deciso degli antagonisti al governo in carica. La popolarità di Kast – che si è tuttavia candidato con il Partito repubblicano – risulta affievolita da alcuni presunti scandali e da un linguaggio talvolta meno equilibrato di Matthei, oggi più votata alla mediazione. Matthei tiene al tempo stesso alta la bandiera della sicurezza in un Paese che avverte quello della criminalità come un’emergenza, anche se i numeri sono molto migliori che nel resto della regione. Una sconfitta della sinistra potrebbe rafforzare le alleanze con l’Argentina di Javier Milei – i cui rapporti con Boric si sono incrinati più volte – e con gli Usa di Donald Trump.
Il 30 novembre 2025 si terranno le elezioni generali in Honduras, con cui si eleggeranno presidente, 128 parlamentari, 20 membri del parlamento centroamericano e diversi sindaci e vice sindaci. Tra gli aspiranti alla carica presidenziale ci sono l’attuale ministra della Difesa, Rixi Moncata, con il partito Libertà e rifondazione (Libre), oggi al governo. A sfidarla per il partito Nazionale, la moglie dell’ex presidente Juan Orlando Hernandez, Ana Garcia. Il Paese è attualmente sotto la guida di Xiomara Castro, alleata di Cuba e Venezuela (tra i pochi ad aver riconsociuto la vittoria di Nicolas Maduro), che ha accusato Washington di coinvolgere l’esercito nazionale per organizzare un golpe per destituirla. Il clima in cui si voterà potrebbe quindi essere caratterizzato da sfiducia nelle istituzioni, anche perché alcuni membri del governo di Castro sono stati recentemente coinvolti in accuse di collusione con il narcotraffico. Il nuovo presidente potrebbe decidere di riorientare il rapporto con la Cina, dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche effettuata nel 2023 da Castro a scapito di Taiwan, e dovrà senz’altro fare i conti con l’amministrazione Usa entrante sul tema dei migranti: quello centroamericano è uno dei Paesi da cui parte il maggior nero di flussi e Trump ha abbondantemente fatto capire che dalla capacità di controllarli dipende gran parte delle relazioni con i rispettivi governi.
“Il prossimo anno trionferemo e trionferanno i valori della libertà”. Così Milei ha descritto le aspettative per il 2025, quando alle legislative il suo partito La libertà avanza (Lla) – ad oggi in minoranza in entrambe le camere – si aspetta una netta vittoria elettorale. Un risultato che ridurrebbe la necessità di negoziare con Proposta repubblicana (Pro) e i partiti d’opposizione e consegnerebbe a Milei margine di manovra per completare le sue politiche economiche senza ricorrere a trattative o compromessi, perseguendo nel suo obiettivo di “trasformare l’Argentina”. Il 2025 potrebbe consolidare la presenza di Lla, che pochi mesi fa è stato lanciato come partito nazionale. Si vota per eleggere 127 deputati e 24 senatori su un totale di 245 rappresentanti. Al momento il partito di Milei conta 39 deputati e 6 senatori. A questi appuntamenti si aggiungono le municipali in diverse città di Uruguay, El Salvador, Costa Rica, Brasile, Messico e Venezuela.





