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BATMAN AL CINEMA

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di Carlo Di Stanislao

Batman  al cinema: dove finisce il bene e inizia il male

“Siamo fatti di luce e ombra”
Carl Gustav Jung
 
“A volte cado in battaglia. A volte muoio in grande stile, coraggiosamente, nel salvare la città da qualcosa che vorrebbe distruggerla.Tutto cambia. Nulla resta uguale. Ogni amico mi tradisce, prima o poi, e ogni nemico diventa un amante o un amico, ma c’è una cosa che non cambia: non mi arrendo mai. Non posso. Io sono Batman. Proteggo questa città. Salvo la gente. Indago sui crimini. Veglio sugli innocenti. Punisco i colpevoli. E lo capisco. Cioè, lo capisco davvero. La fine della storia di Batman è che è morto. Perché, alla fine, Batman muore. Cos’altro dovrei fare? Ritirarmi e mettermi a giocare a golf? Non funziona così. Non posso. Combatto finché non cado. E un giorno, cadrò. Ma fino ad allora combatto. 
Neil Gaisman, Batman: Cos’è successo al Cavaliere Oscuro?
 
Con Il Cavaliere Oscuro il mondo dei cinecomics non è stato più lo stesso. Nonostante il trascorrere del tempo, il secondo capitolo della trilogia del Batman di Christopher Nolan rimane irraggiungibile. (Ri)scopriamolo insieme in occasione del decimo anniversario dall’uscita nelle sale cinematografiche
 
A Gotham City la criminalità è sempre più in difficoltà: Batman (Christian Bale) insieme al tenente Gordon (Gary Oldman) e al nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckhart) ha dichiarato guerra totale al crimine. Ma la comparsa di uno strano e pericoloso individuo conosciuto come Joker (Heath Ledger), mette a dura prova l’alleanza dei tre. Il misterioso “clown” cerca in tutti i modi di far sprofondare la città nel più totale incubo, sfidando costantemente Batman con un unico scopo: fargli infrangere ogni regola e, così, trasformarsi in un giustiziere.
 
In primis fu Tim Burton con Batman e Batman – Il ritorno a imporre il cambio di rotta nei cinecomics di allora, dando vita a due capolavori gotici e fedeli alle tavole di Bob Kane e Bill Finger. Ma un mancato terzo episodio burtoniano e il passaggio della regia a Joel Schumacher non solo ha permesso la nascita di due orribili guazzabugli kitsch (Batman Forever e Batman & Robin), parimenti tale scelta è costata l’affondo di un ottimo franchise incentrato sul crociato mascherato di Gotham. Fortunatamente, a far uscire dal dimenticatoio una figura portante della cultura pop ci ha pensato nel 2005 Christopher Nolan con Batman Begins, piccolo gioiello filmico che, oltre ad aver (ri)scritto in chiave realista, adulta, violenta, cupa e contemporanea le origini di un’icona, ha fatto da apripista a una immensa trilogia, continuata esattamente dieci anni fa con Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008) e terminata nel 2012 con Il cavaliere oscuro – Il ritorno.
 
Sequel all’altezza del primo episodio ma nettamente superiore, Il cavaliere oscuro amplia quelle che erano le coordinate di partenza di Batman Begins: Nolan ripropone il perfetto impianto psicologico che caratterizza il predecessore, approfondendolo ulteriormente e offrendo molte più sfaccettature. Batman non si muove più da solo, al suo fianco ha il già ben conosciuto Gordon e il nuovo alleato Dent, procuratore dal pugno duro e incorruttibile. È un trio di eroi quello posto da Nolan al centro di Il cavaliere oscuro, tre uomini che portano avanti una personale e intima crociata contro il crimine che, tuttavia, crolla inesorabilmente con l’entrata in scena del Joker, villain anarchico e machiavellico come pochi. Non a caso è proprio l’introduzione di uno degli storici antagonisti di Batman che permette a Il cavaliere oscuro di plasmare la sua stessa forma filmica: il Joker del compianto Heath Ledger è una figura messianica, armata di coltelli e ingegno, che funge da spartiacque nel rendez-vous di psicologie e istinti, in quel punto di incontro dove finisce il bene e inizia il male.
 
Capolavoro inarrivabile e sublime Il cavaliere oscuro è l’egregia rappresentazione del dualismo deleuziano, qui codificato attraverso molteplici punti di vista: non solo Batman si ritrova a dover affrontare un nemico folle e imprevedibile ma, allo stesso tempo, deve lottare contro i suoi stessi vendicativi demoni interiori che lo spingono sempre più verso quel flebile confine che separa legalità ed illegalità. Ancor prima della guerra urbana tra i grattacieli e sulle strade di Gotham City, lo scontro tra Batman e Joker è un duello psichico: se Batman Begins, come già affermato, è il ritratto psicologico di un uomo/eroe, Il cavaliere oscuro, invece, è la totale mise en scène di anti(eroi) borderline e in rotta di collisione dopo aver smarrito il senso di differenziazione tra giusto e ingiusto perché, in fondo, come afferma lo stesso Harvey Dent in una frase tanto anticipatoria quanto apocalittica «o muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo». Non ci sono veri eroi in Il cavaliere oscuro e, forse, neanche veri cattivi e ciò lo si evince dallo stesso Joker che, con piglio antropologico e perizia sociologica, dimostra come chiunque sia capace di sporcarsi le mani pur di sopravvivere nella lotta della selezione naturale, consegnando così il disperato e nichilista messaggio che il bene rimane pur sempre a un soffio di distanza dal male.
 
Quando Bob Kane creò il personaggio di Batman, con l’aiuto di Bill Finger, trasse ispirazione principalmente da personaggi del suo tempo, in particolare dai film Il segno di Zorro e The Bat. Per alcuni dettagli però prese spunto anche dai disegni di Leonardo Da Vinci sulle macchine volanti, elemento che fa supporre che non fosse a digiuno della cultura visiva del Rinascimento.
 
Tra i santi cristiani più raffigurati nel corso dei secoli ce n’è uno che iconograficamente è simile all’uomo pipistrello e si tratta di San Michele Arcangelo. Mettendo da parte l’aspetto religioso, le similitudini tra i due personaggi sono molte, in primis perché entrambi sono in prima linea nella lotta tra il bene e il male: San Michele è a capo delle schiere celesti, impegnato in una perpetua lotta contro il demonio. Nei dipinti spesso è raffigurato trionfante, con il piede che schiaccia il suo eterno nemico – si pensi allo straordinario Guido Reni della Chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma – e a livello visivo può ricordare le strisce in cui Batman compare insieme al suo rivale numero uno, Joker: come ad esempio nell’epico finale di The Killing Joke, realizzato da Alan Moore e Brian Bolland, oppure, a livello cinematografico, nel faccia a faccia tra Batman-Micheal Keaton e Joker-Jack Nicholson sul campanile della cattedrale di Gotham City.
 
Seppur con due costruzioni visive diverse, sopra-sotto per San Michele e frontale per l’uomo pipistrello, la valenza archetipica di una lotta ancestrale, senza quartiere, è evidente. Per quanto riguarda gli attributi iconografici la somiglianza è ancora più marcata. Se nel XIV e XV secolo San Michele è stato rappresentato in posizione statica – si pensi alla raffigurazione contemplativa e assorta, squisitamente rinascimentale, interpretata da Piero della Francesca alla National Gallery di Londra o a quella simile di Ercole de’ Roberti nella tavoletta della Pinacoteca di Bologna – con Raffaello le cose iniziano a cambiare e nel suo San Michele sconfigge Satana del Louvre, l’angelo sembra planare sul corpo del nemico, in un movimento discendente che certo ricorda le incursioni del cavaliere oscuro che piomba dall’alto per sgominare la criminalità di Gotham: un’immagine che potrebbe essere resa molto bene ad esempio dal San Michele di Domenico Beccafumi, oggi nella Pinacoteca di Siena.
 
Guardando al periodo barocco, l’effetto scenico del volo è ovviamente accentuato ed è quello che più accomuna i due personaggi: mentre quello di San Michele è un volo di natura divina, quello di Batman sembra idealmente concretizzare il sogno di Leonardo – e di tanti altri – di poter far volare gli uomini con ali artificiali. A conclusione di questa ideale galleria di immagini, la volta della cappella di Saint Sulpice affrescata da Delacroix con il protagonista sospeso in aria, ad ali spiegate, che ricaccia il diavolo nelle viscere della terra.
 
Mentre però la rappresentazione di San Michele sostanzialmente non viene modificata dagli artisti nel corso di cinquecento anni se non per il volo (gli attributi sono sempre gli stessi, la spada e qualche volta la bilancia simbolo della giustizia), negli ottant’anni di vita del Cavaliere Oscuro a volte i suoi disegnatori hanno caricato il personaggio di tratti vagamente demoniaci, soprannaturali, come ad esempio nelle splendide storie disegnate da Kelley Jones.
 
Torniamo al cinema.
 
Omonima trasposizione filmica della famosa graphic novel di Alan Moore e Brian Bolland, Batman: The Killing Joke (2016)  è un film d’animazione per adulti, violento, sanguinoso e spiazzante nelle scene, magistralmente dosato tra generi cinematografici come il noir e lo psycho-horror e atmosfere dal sapore decisamente hard boiled, che vanta una inaspettata maturità e relativa crudezza nei dialoghi (sapientemente scritti da Brian Azzarello il quale, una decina di anni fa, ha deliziato i lettori insieme a Edoardo Risso ai disegni, con l’ottimo Batman – Città oscura [Batman: Broken City]). Diversamente dall’opera da cui è tratto, Batman: The Killing Joke è incentrato su un doppio binario narrativo: da una parte la trasposizione mostra il fragile e conflittuale rapporto tra il cavaliere oscuro e Batgirl/Barbara Gordon, allieva e partner nella lotta al crimine, che si dipana in un lungo incipit aggiuntivo nella versione animata. Un rapporto, questo, condannato inevitabilmente a spezzarsi, a crollare nel momento in cui il legame mentore-allievo sfocia nel sentimenti (e qui non aggiungiamo altro per evitare spoiler).
 
Dall’altra parte il film di Liu mette in scena, approfondendo in maniera precisa e piuttosto esaustiva, l’ambiguo rapporto tra Batman e la sua storica nemesi, il Joker, concedendo un essenziale flashback (come nell’opera di Moore) durante il quale sono svelate le origine del più folle antagonista dell’uomo pipistrello. Ed è dal famoso villain che prende le mosse la storia principale di The Killing Joke: dopo essere evaso nuovamente dal manicomio criminale Arkham Asylum, Joker fa irruzione in casa di Barbara Gordon, sparandole nel basso ventre davanti l’atterrito padre, il commissario Jim Gordon. Dopo averla lasciata in fin di vita e paralizzata dalla vita in giù, Joker rapisce Gordon, lo rinchiude in uno spettrale luna park dove, senza esclusione di colpi bassi, gli fa provare e capire cosa significhi avere nella vita quotidiana una “giornata storta”, capace di sconvolgere l’esistenza delle persone comuni. Sulle sue tracce si mette immediatamente Batman, mai come ora assetato di vendetta e giustizia.
 
La grandiosità epica della graphic novel di Alan Moore e del film di Sam Liu risiede proprio in questo: nello spingere oltre i limiti, con tutta la forza possibile, il cavaliere oscuro, che si trova a dover decidere se continuare a vigilare sulla sua città consegnando i criminali alla giustizia oppure, in direzione completamente opposta al suo credo, sostituirsi alla giustizia stessa, arrivando anche ad uccidere pur di mettere la parola fine sul male che atterrisce e distrugge i deboli. The Killing Joke gioca le sue carte sul morboso legame “odio-amore” tra Batman e Joker, due “mostri” (per citare Heath Ledger/Joker di Il cavaliere oscuro) che si combattono a vicenda in una guerra senza quartiere, sempre sul filo del rasoio in cui sono in ballo le loro stesse esistenze. Ciò che più colpisce da un’opera come The Killing Joke è il raffinato piano psicologico sul quale tutte le certezze, le convinzioni ed i giuramenti fatti possono essere – da un momento all’altro – spazzati via, sepolti dalla più cieca violenza e dalla sete di giustizia che reclama, per i malvagi, una punizione esemplare come la morte.
 
Anche quando spinti dal più indomabile odio, dal più infrenabile istinto da giustiziere che porta ad un inevitabile punto di non ritorno, The Killing Joke stravolge la canonica logica della definizione di Bene e Male, mescolando le due forze opposte e dimostrando come, in fondo, sia Batman che il suo nemico Joker siano due esseri che si completano a vicenda, in un agghiacciante rapporto speculare basato sulle falle del flebile confine che separa il bene dal male. La certezza – senza ombra di dubbio alcuno – è quella che The Killing Joke colpisce lo spettatore/lettore come un pugno nello stomaco, con una delle più controverse storie del mondo batmaniano, resa ancor più viscerale e sentita nell’inaspettato finale, dove bene e male, sanità e pazzia, luce e tenebra sono tutte facce di una stessa medaglia o meglio, per rimanere fedeli all’universo del cavaliere oscuro con una citazione in(diretta), due facce della stessa moneta.
 
 
 

 

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  • Redazione

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