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PRIMO MAGGIO, UNA ULTERIORE RIFLESSIONE

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di Antonio Foccillo

Dopo il Primo Maggio si è tanto discusso della ritualità di quella manifestazione e della mancanza di una strategia adeguata del sindacato italiano. Vorrei fare qualche considerazione sull’attuale fase e anche sulla necessità di innovare strutture, scelte dei dirigenti, percorsi formativi e soprattutto come adeguare la strategia, alle nuove condizioni della situazione economica finanziaria.

Nell’attuale società, pur essendo nell’era della civiltà tecnologica, il problema della liberazione sociale non è stato risolto, anzi è stato abbandonato. Bisogna porsi quindi il problema di come mettere dei limiti alla potenza della finanza in economia, per riguadagnare terreno, per far ricrescere principi organizzatori che non siano utilitari.

Chi saprà definire un progetto sociale diverso da quello che deriva dalla logica strumentale della finanziarizzazione dell’economia e dello sviluppo tecnico? Lasciamo aperta la discussione, atteso che, il dissolvimento dei regimi totalitari, la fine del socialismo reale, la guerra in Ucraina, i conseguenti dibattiti sul rinnovamento della sinistra, la crisi degli Stati nazionali in seguito alla globalizzazione, sono i temi che ritroviamo in molti dibatti ma nessuno indica una strada reale.

Per questo un soggetto sociale come il sindacato debba entrare efficacemente nel dibattito politico, per orientarlo con le proprie idee, rafforzarlo di sentimenti e di valori di cui è portatore e avanzare proposte per un modello di società, di stato sociale, di istituzioni, di rappresentanze diverse da quelle attuali. Si tratterebbe di vivere la discussione politica, non starne ai margini.

Non si può confondere l’autonomia con l’agnosticismo. Il Sindacato è stato protagonista dei grandi cambiamenti di questo Paese e solo ritornando ad esserlo può vincere la sfida.

Il sindacato vive di partecipazione attiva di tanta gente e trova alimento alla sua funzione proprio dalla presenza di nuovi lavoratori: giovani e donne. I giovani oggi sono poco inclini ad essere in prima fila, in un impegno collettivo, che sia in grado di dare prospettive e di mantenere viva la solidarietà fra generazioni, le tutele di diritti, le garanzie sul lavoro e sul piano economico, politico e sociale.

Alla fine degli anni sessanta si manifestò, invece, una generazione che innovò fortemente il modo di essere dei giovani italiani, per la verità quel fenomeno di massa proveniva anche dalle esperienze europee (in particolare francesi) e americane, ma seppe trovare una sua originalità e particolarità anche in Italia.

Si stava ormai stabilizzando una diffusa istruzione di massa, garantita – non dimentichiamolo mai – dalla scuola pubblica e, contemporaneamente, si verificò una grande apertura verso il mondo dell’istruzione e della cultura universitaria per una parte importante del mondo del lavoro.

Una nuova coscienza individuale e collettiva, portava operai ed impiegati ad arricchire il proprio bagaglio culturale, le conoscenze umanistiche si diffusero in strati sociali prima mai toccati da questo fenomeno. In definitiva si democratizzò realmente la società poiché si davano pari opportunità a tutti nei fatti, e non solo a parole.

I nuovi fermenti della società italiana raggiunsero anche il sindacato confederale e resterà nella storia l’autunno caldo del 1969, dove fortissima fu la partecipazione giovanile, una ventata nuova anche nel movimento sindacale.

Ci furono leggi per il diritto allo studio dei lavoratori che riconobbero permessi orari, poi recepiti anche dalla contrattazione, prevalentemente orientati al completamento della scuola dell’obbligo per chi non lo avesse fatto nei tempi previsti, ma comunque indicativo di un’attenzione verso lo studio e l’emancipazione in generale.

Si rinnovò così anche il movimento dei lavoratori e si stabilì con il mondo studentesco un’alleanza strategica che in questi anni, purtroppo, è svanita anche sotto i colpi tragici che hanno caratterizzato la storia d’Italia a partire dagli anni settanta.

Gli studenti lavoratori portarono creatività ed energie significative nel mondo del lavoro e, nello stesso tempo, arricchirono e diversificarono il mondo dell’istruzione che non divenne più il ristretto circolo sostanzialmente riservato ai figli della borghesia, come si diceva allora.

Espressioni in parte superate, ma comunque indici di una consapevolezza o coscienza se preferite, che oggi è svanita. Sono cambiate tante cose, e sui giornali sociologi e psicologi ci hanno raccontato di una generazione di mammoni, quella del cosiddetto riflusso. Oggi quanti studenti lavoratori ci sono? Io credo altrettanti se non di più rispetto a ieri, ma il problema è che lavoro fanno? Perché nel sindacato sono poco conosciuti? E perché loro conoscono poco il sindacato?

Naturalmente i cambiamenti storici avvenuti in tantissimi anni da allora hanno contribuito a modificare molti aspetti anche nel modo di essere giovani. Se ne discute, a volte, anche tra sindacalisti: ma i giovani perché non partecipano come una volta, come quando noi eravamo giovani? Le risposte forse sono tante ma qualcuna possiamo provare a darla subito.

La precarietà, per esempio, allontana i giovani dal sindacato. Spesso i lavori svolti sono il cameriere, la baby sitter, il fattorino, l’istruttore sportivo, il rider per fare qualche esempio, e la paga va dai cinque ai dieci euro l’ora, il più delle volte senza un contratto regolare.

Contemporaneamente si registrano le note difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro, da un lato si spinge per la rapida immissione nel circuito lavorativo, dall’altro il circuito è ostruito per l’età della pensione sempre più avanzata.

Purtroppo questo è dovuto al fatto che abbiamo vissuto una fase, non solo in Italia, di riduzione dei diritti del lavoro e questo è il vero volto di quelli che, non so se a torto o a ragione, si chiamano globalizzazione, neo liberismo e finanziarizzazione dell’economia.

Mi spiego: i rapporti di lavoro, le relazioni sindacali e la dinamica sociale si giocano, ovviamente, sulla base di un confronto tra attori, che una volta venivano identificati con le classi sociali e che erano codificati dalla sovranità nazionale degli Stati, oggi in via di riduzione o superamento.

Molti credono, con la giusta forza della gioventù, di poter approfittare delle opportunità che una società, in definitiva, individualista e competitiva offre, ma non è così. Essere competitivi è un bene, ma nel senso di migliorarsi continuamente, molti invece vedono la competizione come una lotta tra poveri e questo è, appunto, funzionale alla conservazione di un sistema come quello del modello di società del mercato senza regole.

Il sindacato all’inizio dell’ottocento, durante gli anni ruggenti del capitalismo senza regole, non esisteva e uomini coraggiosi e generosi, invece, lo fondarono, scontrandosi con una dura realtà e poi anche con il fascismo, mentre, oggi, è anche più facile, infatti, vi sono tante possibilità in più di difendere le conquiste e i propri diritti.

A questo punto, da sostenitore di quel modello sociale, quello dello Stato sociale, ossia il modello – ripeto – socialdemocratico, riformista, ritengo che solo una ripresa strategica della politica sociale possa permetterci di ripristinare regole e diritti, volti non a garantire privilegi, come affermano i sostenitori del neoliberismo, bensì pari opportunità di sviluppo, in particolare ai giovani e su scala mondiale a tutti i paesi del mondo.

Ma per far questo c’è bisogno che il sindacato si riappropri del ruolo passato, quando ha contribuito ad arricchire la nostra società di diritti, tutele e garanzie diventando attore sociale e politico. Deve selezionare meglio i suoi dirigenti abbandonando le logiche delle cooptazioni. Riprendere un percorso al suo interno di reale democrazia e di confronto costante con i lavoratori, ripristinando le “vecchie” assemblee, unico strumento per verificare la volontà dei lavoratori. Iniziare percorsi formativi per preparare le strutture di base alla contrattazione decentrata. Riformulare una strategia coinvolgendo centri studi, intellettuali, giuristi e accademici. Dopo aver individuata, con questo metodo, la proposta e la scelta definitiva la faranno, come è giusto che sia, i gruppi dirigenti. È ancora forte il bisogno di sindacato!  

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  • Redazione

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